IL PATRIARCA – 1581 - (1459)

IL PATRIARCA – 1581 - (1459)

 

IL PATRIARCA – 1581 – (1459)

 GRANDE OLIVO

Tutto ciò che qui di seguito vien narrato, sappiate, non è farina del mio sacco. In larga misura io vi riporto – cercando d'intendere i ragionamenti per via di certe sbiadite scritture, e ve n'era una gran parte – con parole mie quel che trovai scritto su pergamena ingiallita; ricopio invece tal quale quando la scrittura era ben chiara.

Rinvenni tal pergamena al fondo d'una vecchia cassa – si vede bene sia stata d'ottima fattura – dai decori scoloriti e assediata da tarli e che giaceva nell'umido scantinato della casa di Fegline, quella che m'è toccata in eredità, appunto, quest'anno. L'autore, ne sono certo pur se la firma è incerta, è un mio trisavolo, messer Pietro di Marco Acciaioli, e stimo sia valsa la pena far questa copiatura alla maniera dei pazienti e antichi scrivani benedettini.

 

a dì, XVIII di ottobre 1459

A quanto pare, nell'inverno una gran gelata aveva fatto seccare alcuni de' più vecchi ulivi, ma lui, il patriarca, come lo chiamava Nello di Martino con rispetto, era vivo e anch'esso carico di bacche sugose.

Il mio trisavolo dice che il grande olivo assisteva – ...alla vita del borgo di Fegline da secoli, forse da mill'anni, ed era sì grande che 'l viandante ch'ei s'inoltrasse in quella valletta solcata da la ripa Bardena 'l potea scorger più d'un miglio lungi. Sanza tema d'esagerare parea superasse le venticinque braccia (*1) – e che bisognasse da quattro a cinque persone prese per mano a cerchiar il tronco ritorto e nodoso. –

Si direbbe che la sua fama fosse dovuta, oltreché ad altro, al fatto che a codesto maestoso e frondoso olivo, il quale per la sua vastità ombreggiava tutt'intorno, ogni anno toccasse riparare dal forte solleone di luglio tutte quelle genti che vi si radunavano accosto; gente attratta dalle indefinite virtù d'una vicina polla d'acqua, la quale sgorgava da una bassa roccia di serpentino verde.

– Col suo largo cipiglio, il patriarca dava l'idea di voler ammonire que' cotal'omini – e non sol essi ma qualunqu'ei si trovassi a passar per que' pressi – e parea quasi intesser mute conversazioni con quella vicina sorgente. – Dunque un luogo misterioso e spirituale, a cui s'affrettavano villani e cittadini d'ogni dove; usanza, a quel che pareva, assai antica.

A codeste cose e ad altre pensava Pietro di Marco Acciaioli, mercante, in una grigia mattinata d'autunno, passando presso a quel detto olivo. Ché già essendo la fine d'ottobre, s'era proposto di raccogliere l'olive già in terra e di bacchiare quelle ancora aggrappate a' rami al più tardi entro una settimana, e non vedeva l'ora. Ora aveva ormai più di quattrocento e cinquanta olivi, tutti su quella costa che s'inerpicava pian piano infino a lambire l'aspra macchia sassosa del monte Ferrato.

– Auendo saputo, a suo tempo, che messer Luca di Miniato del Sera volesse vender molino e podere – questi si stendea appunto accanto al mio – non ebbi punto a titubar; non era certo se valessero quaranta fiorini ma fui presto ad accoglier la dimanda. – Messer Luca aveva acquisiti sìffatti beni di seconda mano per lascito di ser Donatello di Betto – maestro intagliatore e artefice del mirabile nido marmoreo sospeso all’angolo del Duomo di Santo Stefano. Sicché da un anno l'Acciaioli possedeva casa e molino a Fegline potendo evitare, quando vi si recava, di occupare del posto nella casa colonica del suo villano, cioè di Nello e della sua famiglia. Il mulino posto sul Rio Ballone, di eccellente fattura, adesso macinava grano ed orzo – … ma si dicea che per anni messer Donatello l'avesse adoprato per sbriciolare il marmo verde – un marmo bello e prezioso trovato soltanto in quei luoghi – ad uso del suo artistico mestiere. –

La casa, non vasta ma robusta e fatta di grosse pietre bianche di alberese, consentiva a Pietro di starvi a suo agio anche per settimane intere in quel borgo senza recar scomodo a nessuno.

 

Pietro, da quel ch’io m’ingegnai di rimettere insieme, era uomo solitario e burbero; rimasto vedovo molto per tempo d’una giovane donna ch’egli amava ma che lo tradì miseramente col padrone del "tiratoio" dove usava rifinire le sue pezze di lana, s’era a lungo rosolato nella sua propria penosa frustrazione. Quel tradimento gli aveva inferto una ferita nell'orgoglio che nemmen la morte dell’amata rea riuscì a sanare; ma poi s'era gettato nel lavoro a corpo morto. Piccolo e tozzo di corporatura – così come egli stesso si descrive in un certo punto – schivava già da gran tempo ogni laccio amoroso, contentandosi tal volta, allorché sentiva i lombi pieni, di sfogarsi con qualche donna di meretricio.

Egli sentiva molto per questo luogo ameno, parendogli benedetto da Dio – sebbene non fosse proprio un bacchettone anzi, avendo cura di non mescolarsi troppo con preti e pievani – un Dio forse lontano ma immanente in ogni aspetto della natura; e lo amava più del suo vasto e ricco fondaco di Porta Fuja. Il commercio del panno, del migliore che tra le mura di Prato si trovasse, lo aveva reso benestante, ma benestante inquieto; da tempo, quando gli impegni di mercatura glielo permettevano accorreva ai suoi olivi e si acquietava, ma non del tutto.

Avrebbe potuto evitare, ogni anno, di passar ore e ore a scuotere i rami o curvo a raccogliere le olive. – Ho un’età ragguardevole e sento gemere e scrocchiare le giunture... ma non ne posso far sanza... s'io mi fermassi sarei assalito da tristi pensieri, i pensieri de la vecchiezza e de la morte ch'io temo, non meno che de la solitudine. – confidava, mormorando a se stesso, non avendo a chi altro confidarsi. Li accudiva come creature vive, giungendo talora, senza avvedersene, a parlar con loro.

I suoi pensieri maggiori erano la potatura da fare a dovere intorno alla settimana santa, la scelta giusta dei polloni sulle vecchie ceppe e la cura del terreno. Lo star sotto a quei rami contorti che al cielo s'innalzavano gli era non di poca consolazione. – I cardellini e le cinciallegre, il verde luccichio e il canto degli uccelli nidificanti tra quelle chiome o nelle cavità dei tronchi, mi incantano. –

Fu proprio in uno di quei giorni d'autunno – era appunto il periodo della raccolta e della comparsa dei luì, delle api e dei pigliamosche, quando il pettirosso e lo storno anch'essi apparendo, attiravano l'attenzione di qualche poiana che, volando in tondo, adocchiava la preda – che gli occorse l’ispirazione di metter per iscritto questi e i successivi pensieri. Mai egli aveva pensato di scrivere e nemmen credeva d’esserne capace, se non per le cose del dare e dell’avere, per le pezze da consegnare e per quelle da ritirare alla "gualchiera".

– A me pare che l'armonia di tutto il mondo sia racchiusa tra queste foglie strette verdi e grige – quando sono baciate dal sole esse, quasi tremanti, luccicano irradiando singolare e misteriosa bellezza – e i suoi alati abitanti, non permettendomi con lo sguardo di badare ad altro. Amo tutto dell'olivo perfino il grosso tronco, rugoso e scavato. – scrive con lirismo inatteso; le parole, come dice a un certo punto, gli venivano così bene che v'aggiunse qualcosa anche di Nello. Il suo villano – che era davvero rugoso e scavato come i tronchi di quegli alberi – la sua consorte e la figliola ormai matura, gli erano importanti. Al di fuori della sua arte d’impannatore essi erano il suo punto fermo; di loro si fidava, ma senza farlo apposta non gli veniva di fare intender loro questo suo sentire.

A parer mio egli s’avvedeva della sua ruvidezza, certo, innanzi tutto indotta da quell'antico e pungente tradimento che non voleva scomparirgli dalla memoria del cuore. Ma ancora la mercatura e il mestiere di tessitore, ritengo, l’avevan fatto uomo diffidente che gonfiava il pelo come un cagnaccio innanzi a clienti e venditori di lana.

Nondimeno, pur suscitando qualche mormorio sardonico di Nello quand’era colto in certe pose, riusciva, come ironicamente si confessa – a commuoversi dinanzi a un augellino di nido ovvero, quand'apparivano tra' fiori a maggio, dinanzi a le prime picciole olive verdi. –

Il rapporto suo con Nello – pur rimanendo legame di interessi – andava oltre gli stretti canoni della mezzadria, ché non v’era bisogno di spartizione, avendo solo se stesso da campare. E Nello faceva lo stesso e anche meglio: – ei non lesina, quand'è il momento, un cappone, un prosciutto, polli e uova, attività sue proprie e non a mezzo. E l'abbondante olio, il gustoso e benefico succo ricavato dalle bacche nere dei miei uliveti e spremuto al vicino frantoio è a sua disposizione più di quanto gli spetti. – In tal modo, pur senza tante pacche sulle spalle, andavan d’accordo.

All'Acciaioli bastava sentirsi padrone, respirare quell'aria e, seduto sotto le fronde dell'imponente Patriarca riposarsi: – … io fo volentieri compagnia a me stesso e me n'avanza, senza tante uggiose compagnie e senza tante melanconie... – usava mormorare. – … le quali, purtroppo, a lasciarle andare verrebbero facilmente a galla, come fa l'olio in vetta ai fiaschi di vino. – gli veniva da ultimo, spuntandogli quella punta di mestizia che era proprio ciò ch’egli non voleva provare. E le foglie argentee d’ulivo non eran solo belle a vedersi, ma gli servivano pure a quietare gli spiriti, favorendogli il buon umore. Monna Antonia, l’anziana e ciarliera consorte di Nello che egli per burla gratificava di tal titolo, sosteneva avessero virtù portentose per la salute, e in ciò le credeva. – … così la donna spesso mi apprestava tisane o infusi di dette foglie secche. (*5) –

Invece Fiammetta, la figliola, aveva ormai quasi quarant’anni ed era così sfiorita di fuori – le sue forme un tempo morbide eran tristi adesso – quanto avvizzita dentro; tanto più i suoi capelli fulvi, stretti in crocchia informe, non parevano più splendere. Rammenta d’aver serbato a lungo solo per sé, con ostinazione da monaco penitente, quanto alla vista di tale chioma sciolta e fiammeggiante si sentisse attratto ed eccitato. La fuggiva qual diavolo, temendo nuove e brucianti ferite dell’anima: – … quando adesso ne incrocio gli occhi marroni, ne vedo ormai spenta la luce e un lontano rammarico. Un tempo ne scorgevo invece lampi amorosi... – scrive ancora sulla pergamena. – Io... – aggiunge – … a causa di mia ruvidezza d'animo esitai, non riuscendo a farle posto nel cuore... adesso, a questa età, sentirei il pungolo, non tanto della carne quanto della solitudine, ma è troppo tardi... –

Pietro, a questo punto, pensava ormai d’aver messo per scritto tutto quel che l’estro del momento gli aveva suggerito, non credendo d’altronde che qualsivoglia altra sua vicenda potesse esser d’interesse per alcuno.

Qualche giorno dopo invece, come narra quasi compiaciuto, Pietro riprese in mano la penna d’oca e la pergamena ch’aveva già riposta nella cassa insieme ad altri carteggi di scarso valore, volendo aggiunger il resoconto d’un fatto – ma egli stesso dubita sia stato veramente un fatto – che a dirlo singolare era ben poco, e che avrebbe potuto, come lui suggerisce, esser d’insegnamento a chi, trovando un dì la pergamena, l’avesse letta. Com’è manifesto, son io che l’ha trovata e riscritta, e dichiaro di non esser indifferente alla morale che ne trassi; giudichi il lettore di questo secolo.

 

dì, IX di novembre 1459

Raccontò che quella mattina s’era inoltrato nell’oliveto assai di buon’ora ed era rimasto contento di sé, avendo stabilito per quella seguente il cominciar la raccolta delle olive a terra. Dopo qualche ora, finito di sistemare certi polloni – il sole ottobrino di mezzodì aveva intanto reso l’aria piacevolmente tiepida – appoggiatosi al tronco rugoso del Patriarca. – ...mi ero assiso sopra un ceppo appunto sotto le sue chiome. Sonnolento, abbracciandomi le brache e le gambe ne la posa che mi si confà, udii suoni e certi deboli versi d'augelli che acquetavan lo mio animo, mentre quell'albero carico di tempo vissuto, emanava più del solito un proprio ineffabile senso di calma e di forza. –

Ma quel giorno, più che a donargli riposo, il Patriarca pareva lo invitasse a pensare e ad ascoltarsi.

– Udii allora una debil voce canora che attrasse la mia attenzione; parea venir, confusa nel gorgoglio de l'acqua, dirittamente da la vicina polla: – Piero... Piero... vieni, bevi di quest'acqua. Pensai fusse il suono di certi augelli canterini, ancorché non fusse la miglior ora, ma in quel punto soffiò impensato un refolo di vento; il sole si oscurava e si copriva di nuvole e 'l tempo parea volesse mutare. E con lo vento udii la voce calma e bassa del patriarca: – Piero... sono l'albero de la vita, bevi di quell'acqua, vivrai a lungo... credi a me, prova e vedrai. – Ero attonito; mai avrei pensato che una tal cosa potesse avvenire, e avvenire appunto a me. – Prova e vedrai... – continuava a ripetere quella voce greve e suadente. Allora mi levai e, con le mani a conchiglia, bevvi a sazietà quell'acqua. –

Poco più in là, appena fuor dall'uliveto, tra macchie di rovi e carpini, l'acqua scesa dalla polla formava un piccolo lago, tranquillo. Pietro s’era sentito strano, s’era levato e s’era specchiato in quell’acqua; si vide trasformato in un vecchio e imponente albero d’ulivo e che gli ulivi intorno, un tempo rigogliosi, eran divenuti selvatici e spogli di fiori e di bacche. Parevan trascorsi tantissimi anni e non se n’era avveduto.

– Intesi greve la voce del patriarca: – Piero, bevesti l'acqua de la giovinezza più di cento anni addietro ed ora se' forte e savio, savio come me... vivrai ancora a lungo... – A quel punto alcune grosse gocce d'acqua mi lambirono il viso, destandomi. Era stato un sogno che a dir strano è poco ma non feci a tempo a pensarci più di tanto. L'immediato scroscio del temporale mi fece correr a gambe levate inverso casa ove giunsi bagnato mezzo. –

Rifocillato, dinanzi al cammino acceso Pietro, come ancora scrive, ripensò a quel sogno. Sapeva bene che ogni estate, per la precisione il ventisei di luglio accorrevano persone, alcune da lontano, a quella piccola sorgente, attratte da una sua imprecisata virtù miracolosa e che avevan da ripararsi all’ombra del Patriarca. – Io, ancorché perplesso per quelle strane presenze, avea sempre lasciato fare; dopotutto, né al grande albero, né all'uliveto quella gente avea mai fatto alcun danno... era stato più tosto il pievano di Fegline a lamentarsi con me, più volte: – Piero, cotesta è superstizione, manda via que' strani grifi..." chiosò a questo punto il mercante, immagino senza volere, con una grossa macchia d'inchiostro ormai sbiadita.

C'è da dire, e questo l’aggiungo io, che singolarmente, il ventisei di luglio era e lo è tuttora più di centoventi anni dopo – e chissà per quanto tempo rimarrà ricorrenza – festa di popolo in onore di Sant’Anna, la madre di Maria. A Figline vi è, proprio a poche braccia dalla Pieve di San Pietro edificata in filaretto d’alberese e posta lungo la via vecchia che mena a Cantagallo, un tabernacolo dipinto “a fresco” che rappresenta, come da tutti era chiamata, la “Metterza”. Tale tabernacolo – opera d’un valente dipintore, tal Agnolo Gaddi, discepolo di Giotto (*4) – oltre ad esser molto vasto e ben fatto era ed è meta di molte persone devote all’austera Sant’Anna, raffigurata in piedi dietro alla santa Madre di Dio e a Gesù bambino; ed è per tal motivo che quell’artista usava chiamarla: “m’è terza.”

 

Pietro continua così il suo racconto: – Il pievano, a differenza di me, non riesce a tollerar che 'l dì di sì sentita festa cristiana co'incida con quella pagana superstizione sopravvissuta, a quanto pare e chi sa come, da la notte de' tempi. – Ormai confortato e ben asciutto davanti al fuoco scoppiettante, il mercante considerò in cuor suo che l'improbabile ma affascinante credenza circa l'immortalità, a merito di quell'acqua, avesse avuto una qualche influenza nel suo fantasticare e l'avesse indotto a far quel sogno. – Sono contento sia stato solo un sogno… amo gli ulivi ma non voglio diventar anch'io cotesta pianta. – aggiunge a questo punto, come sollevato.

Tuttavia la sera, entrando a letto, gli tornò di nuovo a galla come l’olio nelle damigiane, quel malessere che credeva distratto dalle cure pe’ suoi uliveti. Tardò a prender sonno, angustiato dal pensiero della vecchiaia e della morte. Pensò a quanta gente aveva conosciuto e ch’era ormai dipartita da poco o da molto, ritrovandone con malinconia il “memento” nelle lapidi, dentro o fuor del chiostro di San Domenico: – Oscillava spesso tra la consolazione di viver in mezzo a la natura ai più neri pensieri, e mi dimandavo come mai l'idea del morire mi fosse compagna sì acutamente quella sera. In verità era presentimento; caddi ne le braccia di Morfeo sol recitando più volte il salmo: – ... ancorché io cammini in una valle oscura non temo alcun male, perché tu se' meco..

Pietro racconta come quella stessa notte monna Antonia avesse lasciato questo mondo. Al mattino presto Nello si accingeva a levarsi, come al solito assai di buon’ora. Nel farlo – … aveva allungato una gamba, volendo svegliare anche la sua sposa, ma nel toccarla aveva sentito il gelo della morte. L'aveva trovata composta con le braccia conserte e i grani del rosario in mano, quasi a prepararsi da sé, con premura, nella postura della bara. – L'avvenimento recò dolore in tutto il borgo perché era donna benvoluta e ancor Pietro ne era rimasto addolorato – … benché di tale sentire non sia riuscito a mostrarne, al buon Nello, il benché minimo segno. – Invece fu Fiammetta, sorprendendolo, con un gesto che gli rimase assai impresso, a farsi avanti con un breve e silenzioso abbraccio, quasi fosse stato lui la persona offesa dal dolore. Gli rimase impresso non solo il gesto; Fiammetta quel dì s’era sciolta i capelli e nell’abbraccio quei capelli rosso foco, lunghi fino ai fianchi, risplendenti come un tempo, lo turbarono come in passato.

 

Pietro continua a scrivere con ancora maggiore dovizia di particolari ma l'interpretazione è occorsa difficoltosa più qui che altrove; e non certo per la grafia del mio trisavolo, di forma tonda e uniforme, ma per l'accresciuta usura del tempo e dell’umido.

Due giorni appresso comunque, durante la raccolta delle olive rimandata di pochi giorni per quel lutto, Pietro passò sotto al Patriarca e, stanco, si pose di nuovo a sedere sul vecchio ceppo. Era ancor attristato per la scomparsa di quella buona donna, ma gli venne un mezzo sorriso nel rammentare il sogno che, proprio in quel luogo, aveva fatto non tanto addietro: – … poi guardai in su tra i larghi e storti rami come a frugare per qualcosa che non v'era, oppure a cercar risposte a domande non fatte e infine, chissà perché volsi lo sguardo verso la polla d'acqua che, da subito, notai fosse stranamente cheta. –

D'un tratto si rese conto dell'innaturale silenzio che regnava intorno; niente uccelli né ronzii né, tantomeno, voci umane o altri rumori di sorta; eppure sapeva esserci, nell'oliveto, almeno venti persone che bacchiavano i rami e raccoglievano insieme a lui. Nulla si muoveva.

– Mi alzai piano col cuore stretto; non di paura trattavasi ma fui pervaso da un sentire di irrealtà, come viver fuori dal tempo. – Il ricordo del sogno, così vivido e strano, seppur irreale, gli si riaffacciò alla mente e un'improvvisa vertigine lo costrinse a sedersi di nuovo sul ceppo: – … guardai le mie mani rugose benché mani d'omo ancora energico, sentii le giunture che scricchiolavano, ricordavo la mala condizione dei denti e la mia calvizie; il timore del decadimento prima della morte con i suoi tremori e gli avvilenti bisogni. – Aveva visto con orrore quello del suo babbo nel suo ultimo anno di vita; forse quel degradante declino sarebbe stato peggiore della morte. Al contrario la fine così dolce di monna Antonia, spentasi nel sonno, pensò fosse desiderabile.

Poi il silenzio si ruppe: il canto di un pettirosso. Uno solo, ma altri, timidi, lo seguirono. – Il vento accarezzò le fronde e vidi un raggio di sole trafiggere la chioma del patriarca, qual benedizione. Sorrisi allontanando quei pensieri; la vita tornava, come sempre. Guardai la polla, ora gorgogliante e increspata da una leggera brezza. – Si domandò se in quei momenti appena trascorsi il Patriarca, verso le cui fronde volse di nuovo lo sguardo, avesse voluto esprimersi in modo diverso; questa volta attraverso silenzi e visioni che solo un cuore aperto al vero avrebbe potuto percepire. Un improvviso grido squarciò l'aria; uno dei raccoglitori era caduto da uno dei rami più alti; si lamentava forte e non riusciva a tenersi in piedi, essendosi lacerato un ginocchio. L'uomo era disperato non tanto per il dolore e l'impedimento fisico, bensì per il mancato guadagno che ne sarebbe derivato. Si chiamava Agostino ed aveva una serqua di figlioli piccoli da mantenere. In un baleno, irrompendo la scomoda prosaicità della vita quotidiana, il mercante scordò i suoi lambiccamenti. Nondimeno, nel passato, quel grido non avrebbe scosso Pietro Acciaioli; l'abile e noto impannatore e mercante se ne sarebbe curato ben poco. Convinto come molti dell'ineluttabilità, ciascuno del proprio destino, sapeva che chiunque, finché campa, debba leccarsi le proprie ferite. – Invece mi venne a chinarmi presso di lui ancora dolente, dicendogli che non dovevasi turbare; gli avrei corrisposto ugualmente un giusto cottimo. In più detti ordine acciocché venisse chiamato il cerusico a mie spese. L'uomo parea incredulo e, mentre mi allontanavo, mi seguì con lo sguardo finché non sparii dentro al podere accanto, quello ch'era un tempo di messer Luca di Miniato e dove io stava lavorando. Non sapevo ben perché, ma avvertii forte benesser di corpo e un'intima contentezza. Mentre chiudevo gli occhi offrendo il viso al tepore del sole un sorriso mi increspò le labbra. – Immaginò allora che la vera immortalità non volesse dire vivere per sempre senza provare alcun morso della vecchiaia, ma nel vivere bene, e in quel momento gli pareva di star bene con se stesso; intuiva quanto valesse lasciare un segno del proprio passaggio in questo mondo, e voler bene, concludeva Pietro, doveva essere il modo migliore per farlo. Riaprì gli occhi e vide che Fiammetta, la figlia di monna Antonia la cui scomparsa li aveva fatti, in qualche modo, come riconoscere, si avvicinava a lunghi passi portando un cesto. Anche quel dì aveva lasciato che la sua chioma sciolta e fiammeggiante, oscillando, ne sottolineasse l'andatura. – I nostri sguardi si incrociarono per la prima volta da anni in modo differente; vidi ne' suoi occhi non sol un antico rammarico, ma una certa serena sicurtà. Fiammetta era venuta a offerirmi pane fresco unto d'olio de l'ultima spremitura e del vino; le chiesi se potesse portar a tutti ciò ch'ella m'avea recato. – Quel giorno Pietro, come spiega brevemente, era tornato a casa con una stanchezza diversa; una stanchezza fatta di energia e di sensazioni nuove seppur confuse, forse l'inizio di una laboriosa rinascita.

 

a dì, XVI di novembre 1459 Dopo un po' di tempo Pietro, magari senza avvedersene, lasciando che il passar dei giorni sedimentasse in cuor suo tutto ciò che gli era accaduto, riprese a scrivere. Tutto sommato erano stati piccoli fatti a confronto di tutto ciò che ribolliva in quegli anni in terra di Toscana, ma bastanti al mercante a farlo pensare: – Adesso, mentre sto scrivendo di nuovo davanti al foco – poiché a me pare che l'esercizio dello scrivere, e non solo conti del dare e dell'avere, aiuti a vedere meglio dentro noi stessi – credo di intuire ciò che in passato avevo da guardare con occhi differenti. – Si ricordò allora delle premure di monna Antonia – lei era contenta quando la nomavo con quel rispetto che credeva sincero – chiosò. Ricordò i silenzi carichi di rimpianto di Fiammetta, la prodigalità di Nello e il suo dignitoso recente dolore verso il quale non era stato capace di mostrarsi compassionevole. Nondimeno pensò a tutta la varia umanità che nella vita gli era passata accanto e che non aveva degnato di un vero sguardo. Come avrebbe dovuto ascoltare e godere di un amore meno epidermico la natura che lo circondava; la voce muta del Patriarca, l’acqua gorgogliante dalla pietra verde, il vento tra gli ulivi, lo stare tra quelle foglie strette, verdi e grige, che quando son baciate dal sole, quasi tremanti, luccicano irradiando una misteriosa bellezza, il canto degli uccelli tra le chiome. – In tutto ciò è la voce di Dio; lo stesso Dio che ho visto nei grati occhi del villano, lo stesso Dio presente nel cuore di chi m'ha voluto bene e non me n'ero accorto, ma forse anche in quello di chi non me n'ha voluto. – Non sapeva bene il perché, ma l'essersi sentito più umano lo aveva fatto sentire più vicino a Dio, quello vero.

Lo stesso dì s’era recato dinanzi al tabernacolo di Sant’Anna, la “Metterza”. Era rimasto a lungo presso quell’immagine, così a lungo che un villano, già passato con l’asino carico di legname da quella strada in pietra che si fa salendo dalla pieve, al ritorno s’era fermato ancor egli, incuriosito. Osservava lui e poi guardava il tabernacolo, più volte; cercava di capir che cosa ci facesse lì impalato quel ricco mercante, che tutti nel borgo sapevan chi fosse, acconciato da villano. Infine era andato via scotendo il capo, mentre l’animale, approfittando della sosta, avea lasciato sulla strada il segno fumante de’ suoi bisogni, dondolando la coda e sbuffando soddisfatto.

Pietro pare riportar questo fatterello, pur scritto in parole poco leggibili, in tono divertito; poi continua a scrivere in modo chiaro: – ...la mia sterilitade, di cui patisco, ma dalla quale sento di poter sanare, non attiene alla virtù del generare – almen credo, ché non ebbi modo di saperlo – è piuttost’allegoria della mia avversione nell’intesser legami co' miei simili, nell’incapacità di voler bene. Spero che un dì, alcuno che per ventura avesse a rinvenire questi presenti scritti possa indulgere al goffo egoismo di cui sofferii e che m’impedirno in quest'anni d'aver finanche semplice contatto umano con Fiammetta.–

Il giorno seguente il mercante scrive: – Assisi sotto gli ampi e contorti rami dell'antico ulivo – più del solito questi pareva voler accogliere e proteggere chi vi si stava fidando… ci si parlò a lungo; e con le lacrime a li occhi ella mi rivelò da quanto tempo aspettasse tale momento. La donna, trasformata finanche ne l'aspetto, ora mi copriva d'abbracci e di umidi baci ch'asciugava co' capelli, come novella Maddalena... – I suoi occhi avevano ripreso quella luce vivida che ricordava e le sue forme – benché qui, io abbia intravisto tra le righe un sottile accenno d'ironia – scrive che parevano quelle d'un tempo. – Fiammetta ha detto che a lei, bontà sua, non importa de' mia cinquantasett'anni; vol viver meco il resto di sua vita, sanza rincrescimento. Fra poco poserò la penna d'oca e la pergamena, spengerò 'l moccolo tremante de l'unica candela e, sognando Fiammetta, anderò a dormire sapendo che 'l Patriarca veglia, veglia ancora.–


Il resoconto del mio trisavolo Pietro di Marco Acciaioli che ho cercato di riportare nel miglior modo possibile, finisce qui; e se non v'è piaciuto non è colpa mia. Aggiungo una cosa forse inutile quanto evidente di suo; poiché io ne son nipote si può dedurre che quel dubbio sulla sua capacità di procreare fosse errato. Oltretutto quei capelli fulvi di lei che ne avean tanto acceso la fantasia son giunti proprio fino a me, al vostro modesto cronista, spregiato da tutti con affetto come “rosciopelo” ma in domo nomato come Jacopo di Cosimo Accaioli; notaro, per servirvi.
– fine –


P.S.(*1)Il braccio fiorentino corrisponde a 58,36 cm. (*2) Donatello di Niccolò di Betto, possessore di casa a Figline di Prato, come si evince da una carta catastale del 1458 individuata recentemente nell'Archivio di stato fiorentino. (*3) Il pulpito di Donatello e Michelozzo, portato a termine nel 1438 con l'installazione dei rilievi. (*4) Agnolo Gaddi fu anche l'autore degli affreschi nella Cappella del Sacro Cingolo nel Duomo di Prato. In realtà era stato il padre Taddeo il vero discepolo di Giotto. (*5) L'autore di questa finzione narrativa ne fa un uso quotidiano.

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