DUE BABBI

DUE BABBI – Walter, Giuseppe, Giovacchino, Sergio

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 – … ma lo sai, in tempo di guerra… e subito dopo anche di più…  c’enno stati dei fatti che a dirli ora un ci si crede nemmeno – Oh un lo so... se ti dicessi icché gli capitò ai mi’ zio tu diresti…  oh che se' grullo? –

Si era formato un tavolo davanti alla Maddalena; ognuno diceva la sua e nessuno aveva voglia di tornare a casa a patire ancor più il caldo. Anche a quell’ora di buio l'aria era afosa e le pietre del selciato della piazza rigettavano tutto il sole assorbito durante la giornata, una lunga giornata di fine luglio. I discorsi si accavallavano e pareva che nessuno sentisse davvero quello dicevano gli altri.

– Io ce l'avrei una storia da raccontare... dimolto particolare. –  feci allora io; al che le altre voci ad una ad una si spensero. Fino a quel punto ero sempre rimasto sempre in silenzio ad ascoltare, e in generale io passavo per “zittone”. Quell’accenno ad una mia storia, forse strana, aveva attirato l'attenzione di tutti. – Raccontala, vai! – mi dissero subito due o tre di loro, incuriositi. Io ero quasi sdraiato sulla sedia, così raddrizzai la schiena, esitai un momento e infine dissi: – Allora senti... oooh... l'è una storia vera eh! – Vai Walter, racconta. – incalzò Sergio, il parrucchiere di via Strozzi; lui ci veniva spesso a far crocchio davanti alla Maddalena. Diceva che in “Bailloni” non ci fosse neanche un bar decente.

Cominciai dicendo che la vicenda riguardava persone che conoscevo bene: – … ma io dico che non ci crederete... – aggiunsi. – Oh falla finita, vai! se tu la vuoi raccontare, raccontala, sennò lascia perdere…  – mi ribatté Antonio e anche gli altri, ancora più incuriositi. Raccontai allora – quella sera avevo la voce rauca – che un uomo di nome Giuseppe Paoletti, un giorno dell'anno 1940 fu richiamato per partire in guerra, destinazione Etiopia. – Giuseppe… – continuai con quella voce che non si voleva schiarire:  – … a quell'epoca aveva 32 anni, si era sposato tardi con Rosa, una bella sposina, tonda e mora, più giovane di lui di otto anni di cui era  innamorato e anche geloso. Avevano anche due bambini, un maschio di sei e una femmina di tre anni. – Spiegai che all’arrivo della lettera di richiamo – lui il militare di leva l'aveva già fatto – si fossero messi tutti a piangere, compreso i bambini che respiravano l’infelicità dei genitori, per tre giorni e tre notti. La sposina non si dava pace e si vergognò di dovergli giurare eterno amore, quando – lei ne era sicura – non ce sarebbe stato bisogno, ma Giuseppe glielo aveva chiesto con insistenza. Infine il bersagliere Paoletti si dovette riunire agli altri coscritti alla caserma Cavalli a Rifredi, per poi partire. 

Dal fronte lui mandava delle lettere assicurando che stava bene e che tutto andava per il meglio ma a un certo punto le lettere smisero di arrivare. Rosa seppe che a un certo punto gli inglesi, dopo essere entrati ad Addis Abeba avevano espugnato gli ultimi presidi sull'Amba Alagi, la montagna il cui nome era legato ad altre due epiche battaglie degli italiani, fatte in passato. – … così la donna temette per la vita di suo marito. – dissi con voce grave. 

Le persone ascoltavano attente. Proseguii dicendo che ormai erano già trascorsi più di tre anni senza che a Rosa le fosse arrivata alcuna notizia di Giuseppe. Lei non aveva parenti, i campi rimanevano incolti ed era sola con due bambini ancora piccoli che avevano fame; sicché quando si presentò Giovacchino, proprietario del podere accanto al suo, un robusto giovanotto con due folti baffi biondi e più giovane del suo povero marito lei tentennò, ma non disse subito di sì, perché era davvero innamorata di Giuseppe e sperava ancora che per miracolo si facesse vivo. Ma l'anno seguente quando Giovacchino Gheri si ripresentò, Rosa non potè che acconsentire alle nuove nozze. – Si sa… la donna la un pole stare troppo senza l’omo. – interruppe uno, provocando risatine più o meno da tutti, ma quando accennai a riprendere il discorso tacquero subito. 

Spiegai che il matrimonio fosse stato celebrato in chiesa, dal momento che anche il sindaco di Montemurlo e don Paolino il priore della Rocca, ritenevano che il Paoletti, dopo quattro anni fosse morto di sicuro e sui documenti lo certificarono. Nacquero dalla nuova unione altri due bambini, due maschi, e la famigliola se la cavava benino. 

La guerra passò lasciando lutti e sofferenze ma in campagna la fame si era sentita meno che nelle città come Prato o Pistoia. Aiutavano gli orti, le bestie delle stalle, dei porcilai e le abitudini antiche della parsimonia contadina. Loro abitavano nella campagna di Santorezzo, località oggi più conosciuta come “Pantano” – … allora non esistevano tutte le fabbriche che ci sono ora ed era una bella campagna, un po' umida ma la terra era buona. – aggiunsi. Poi continuai, sembrandomi, mentre la mia voce diventava via via più sonora, che anche gli occhi degli astanti brillassero a tutti un po' di più. Raccontai che un giorno – i due sposi avevano appena desinato e Giovacchino se n'era già andato nei campi – Rosa, occupata in quel momento a rigovernare notò dalla finestra sopra l’acquaio un uomo con il cappuccio abbassato che si era messo a sedere su una mola smessa, non molto lontano. All’inizio non ci aveva badato, ma facendo mente locale era adesso sicura che quell’uomo fosse passato di lì già un paio di volte. I due figlioli piccoli, sporchi e mezzi nudi – era estate piena – usciti sulla strada antistante erano intenti a giocare con la terra e i sassi che buttavano in una pozza d'acqua, mentre Silvia, la figlia ormai grandicella di primo letto, stava su una panca davanti a casa a rammendare un calzino. L’uomo, seduto sulla grossa pietra, pareva molto intento ad osservare la scena, ma poco dopo se ne andò. La cosa, quasi alla stessa maniera si ripetè il giorno dopo, così che Rosa, preoccupata, lo disse al marito. Il giorno ancora seguente Giovacchino, che all'inizio aveva dato poco peso a quei discorsi, aveva cambiato idea decidendo di rimanere in casa. Quando l'uomo, questa volta coperto da un cappellaccio ebbe di nuovo a mettersi a sedere alla mola, il contadino uscì di casa con la vanga in mano: – Che fate costì? Che cosa volete? – Perché?... che vi do dimolta noia?… – rispose quello. – … un si pole stare un po’ qui a sedere? – Allora Giovacchino, forse facendogli pena – appariva quello parecchio male in arnese – dopo un attimo di esitazione gettò la vanga da una parte e vi si accostò. Rosa, dalla finestra, vide con stupore che il marito si era poi messo a sedere accanto a quel forestiero e a parlare con lui. Dopodiché entrambi si erano diretti verso la casa, dove l'uomo sconosciuto, macilento, pieno di profonde rughe e come mangiato dal sole fu invitato a mettersi a tavola per mangiare un boccone; aveva detto al contadino biondo di essere digiuno da tre giorni. Nonostante la fame mangiò lentamente e a capo chino, e bevve il vino – quello con avidità – che il padrone di casa gli aveva messo davanti. Rosa invece lo scrutava. 

Giovacchino lo interrogò: – Da dove venite?... dall'aria dovete avere molto patito. – Disse di venire dall'Africa dove era stato prigioniero per otto anni, prima degli inglesi, poi di una tribù in Etiopia e di essere riuscito infine a scappare. Aveva attraversato con enorme sofferenza il deserto della Libia viaggiando a piedi per giorni e giorni prima di arrivare al porto di Tobruch e lì si era imbarcato per Livorno. Poi sollevò lo sguardo verso Rosa e anche lei non gli levava gli occhi di dosso. – Ma come vi chiamate? – balbettò la donna. – Giuseppe – rispose l'uomo con il nodo in gola.

Alla donna sembrò in quel momento che le gambe le venissero meno; si appoggiò alla tavola e si piegò un po' in avanti per vedere l'estraneo più da vicino, restandovi lì impalata e a bocca aperta. Nella stanza, una grande stanza con il camino ampio e acceso da cui scendevano, attaccate in alto trecce di cipolle, non si sentiva volare una mosca; perfino i due bambini più piccoli che fino ad un momento prima giocherellavano con uno scaldino spento, si fermarono imbambolati. Silvia, la figlia più grande si alzò dalla sua seggiolina impagliata e si volse a guardare quell'uomo. D'un tratto la madre disse con la voce che le tremava: – Sei proprio te?... – Sì, son proprio io – L'ex prigioniero alzò il capo e i suoi occhi si incontrarono con quelli della donna. A un tratto lei esclamò: –   Marito mio! – 

Giovacchino, che era rimasto invece in piedi chiese anch'egli: – Sei davvero Giuseppe? – L'altro annuì a capo basso e cominciò a piangere in modo sommesso. Dopo un po' i due uomini si guardarono in silenzio. – E ora icchè si fa? – disse Giovacchino. Si guardò intorno; vide sua moglie bianca come un cencio che si era messa a sedere con le mani in testa, il bambino più piccolo che aveva cominciato a piangere e la figliola, terrea in viso, che osservava ora il babbo, ora Giuseppe che forse era il suo vero babbo.

In quel momento rincasò il maggiore dei figli; un ragazzo grande e robusto che tornava dai campi. Immaginò che quello fosse l'estraneo di cui aveva sentito dire il giorno prima a cena ma non si aspettava di trovarlo in casa. Giovacchino allora lo indicò: – Giuseppe, questo è Walter, il tuo figliolo, come la Silvia l’è la tu’ figliola… e voi… salutate vostro padre. – Il ragazzo rimase impietrito ma siccome era sveglio in un attimo capì tutto quello che c'era da capire. Giuseppe guardò i due ragazzi grandi, prima il maschio e poi la fenmmina indicandoli con un cenno del capo: – I miei figlioli!... come sono cresciuti ! – 

A questo punto intorno al tavolino di ferro corse un fremito, seguito poi da un brusio; nessuno disse nulla anche se alcuni, a cominciare da Sergio, cominciavano a capire. Allora guardai un punto lontano, in direzione del campanile di Sant’Agostino. – Sì... ero io quel ragazzo... ricorderò sempre quel momento... –  dissi. Qualcuno sgranò gli occhi e, in quel momento mi davvero sentii osservato da tutti.

Continuai dicendo che quello che consideravo ormai da tempo come mio padre – sapevo benissimo che non lo fosse e mi ricordavo appena di quello vero – ebbe una reazione inaspettata; pur esterrefatto anche lui e sicuramente sgomento mantenne i nervi saldi, non mostrando, all’apparenza, di essere troppo contrariato. Disse che una soluzione si sarebbe trovata; in un amen – come tutti contadini aveva certamente il cervello fino – stava considerando la faccenda con molto senso pratico. La sua vecchia casa in mezzo all'altro podere era in rovina, mentre la casa colonica dove abitavamo adesso e le stalle e il fienile sarebbero tornati  di proprietà a Giuseppe. – Senti icché si fa... – disse. – Di figlioli se n'ha due per uno... tu sei sfinito e non ti reggi in piedi e questa è casa tua; intanto riposati, qui di camere ce n'è quante uno vole... e poi si vedrà. – gli disse Giovacchino. 

– Ancora oggi… – dissi io a quel punto, rivolgendomi agli amici – …  non so come abbia fatto quell’uomo ad avere così tanto sangue freddo. – Avevo quasi ottant'anni anche se portati bene ed ero stanco e mi era venuta la gola secca a forza di parlare, così feci per alzarmi perché volevo ordinare una birra. Sergio che non mi aveva mai sentito dire quella storia – eppure ogni due mesi circa mi faceva i capelli e, come si sa, i barbieri sono spesso confessori – mi fermò con la mano: – Ci penso io alla birra Walter, te seguita... ormai si vuol sapere come l'è andata a finire. – Senti come l'è andata... si fa presto... –  dissi io dopo aver bevuto un sorso della birra che Sergio mi aveva portato. Raccontai che il mio vero babbo era rimasto con tutti noi in quella casa finché alla fine, non si spense per la malaria, dopo quatto anni scarsi. Dall’Africa si era portato dietro la malattia ed era debole; – … all’inizio pareva star bene, poi stette quasi due anni così così e poi si aggravò. – Rosa lo accudì fino alla fine. 

– Accidenti che storia! – dissero in più d'uno. – Tu potresti scrivere un libro... – disse un altro. 

Avevo, senza volere, raccontato quell'epilogo con un tono diverso di voce; e sono quasi sicuro che Sergio si fosse accorto che c’era qualcosa che non tornava, di qualche ombra passata di nascosto, davanti agli occhi della mia memoria. Si levò la voce un po’ nasale di Antonio che passava essere quello più spiritoso e il più spregioso: – Senti, ma una cosa tu ce la devi dire... se tu la po’ dire... ma poi la tu' mamma con chi l'andava a letto? – Qualcuno rise, altri fecero un soltanto un risolino. Sono sicuro si  aspettassero una reazione, o reggendo lo scherzo “senza parere” oppure facendo l'offeso; invece dissi che purtroppo fu proprio quello lì il problema, nel senso che, finché il reduce di guerra era rimasto come sfinito per il viaggio e per la lunga prigionia andò tutto bene, ma poi quando recuperò le forze scoppiarono i litigi causati dalla gelosia reciproca. – Ma ad un certo punto il mio vero babbo, quasi per miracolo, pur rimanendo inquieto e rancoroso, si adattò…. – dissi. – Si diceva che si fosse trovato una donnetta a Morecci… – aggiunsi alla fine.

Non volli dire altro. – Ragazzi, sono stanco morto... io vo a letto – dissi in un soffio. – Ma come sarebbe... oh che furia hai... – brontolò qualcuno. Gli astanti erano rimasti perplessi; quel finale era apparso troppo frettoloso, ma io mi era già alzato verso la fontanina di fronte, con l’intenzione di incamminarmi verso via Dell’Angiolo, la strettoia in fondo alla piazza. In realtà, sul finire del racconto mi ero accorto di aver sollevato troppo il velo di quella vicenda, sì molto vecchia ma a pensarci bene ancora scivolosa e imbarazzante. Mentalmente me n’ero pentito ed avevo improvvisato il finale della donnetta. Arrivato alla curva  della strettoia mi girai verso il crocchio degli uomini che avevo lasciato, quasi fossi in grado di accertarmi, nonostante la lontananza, se ancora stessero commentando il mio racconto. Nondimeno, mentre ripresi a camminare a passo svelto, non potei fare a meno, per me stesso, di rivivere nella memoria quei mesi di convivenza dei due babbi.

Mamma Rosa, a trentasei anni, ancora piacente e ancora abbastanza giovane, da subito sentì fortemente la presenza, sotto lo stesso tetto, del suo vero ed unico amore; si ricordava quanto avesse pianto quando le speranze di rivederlo tornare a casa erano prima diventate troppo esigue e poi praticamente inesistenti. Aveva fatto le novene a Santa Rita e ogni sorta di promesse al buon Dio qualora l'avesse accontentata; ma infine dovette pensare a noi ancora bambini e quindi aveva deciso di accondiscendere al nuovo matrimonio. Lui era molto diverso da Giuseppe, un uomo fin troppo pratico da parere tagliato con l’accetta; un uomo – per quanto potei intuire – che la mamma non amava veramente ma che riconosceva essere un brav'uomo. 

Giuseppe nei primi tempi – ancora molto indebolito – era contento di poter vedere ogni giorno e di abbracciare i suoi figlioli così tanto cresciuti, anche se noi stentavamo nel mostrargli affetto. Ma con il passar del tempo, nonostante che il riposo e il buon cibo gli avessero reso un aspetto decente e una buona salute, si immusonì. Lavorava nei campi quasi con ostinazione, mangiava alla stessa tavola della famiglia Gheri e alla sera si metteva accucciato davanti al focolare, spesso in silenzio. Sempre serio, ogni tanto levava lo sguardo verso Rosa e sospirava. 

Quand'ebbe davvero recuperato le forze, il suo normale istinto di maschio lo portò a desiderare quella che era, o che era stata, la propria sposa. – Rosa è mia... Rosa è mia, è mia moglie. – pareva ripetere tra sé, giorno e notte. Dormiva nella camera attigua a quella dei coniugi e quella cosa lo faceva impazzire. Certe notti, quando alcuni vaghi rumori provenienti da quella camera – la stessa dove un tempo lui stesso aveva vissuto notti d'amore – parevano indicare che in quel momento avesse luogo l’amplesso tra l'usurpatore e la sua Rosa, moriva di pene infinite. E Rosa, durante quell'abbraccio, anche se cercava di rifuggirne l'idea, a volte non poteva fare a meno di pensare che avrebbe preferito le più deboli braccia del suo Giuseppe, il suo unico e vero amore, al robusto corpo che la stringeva a sé. 

Queste cose non l’ho mai dette a nessuno e, per una sorta di pudore filiale, quasi neppure ripensate, ma io in quegli anni ero già un uomo e non potei fare a meno di immaginarmele.

Giovacchino che non era un ingenuo si accorse di tutto ciò, e si preoccupò. Naturalmente gli rodeva forte il dubbio riguardo a Rosa; sapeva i sentimenti della donna e probabilmente, durante certe notti, l'aveva sentita singhiozzare sommessamente, e tirare in su con il naso. Inoltre la casa non era sua e cominciò a pensare che l'altro, senza dubbio geloso e scontento di quell’andamento, potesse un giorno esigere di occupare solo lui la propria casa, magari soltanto con noi due ragazzi più grandi. Giovacchino avrebbe dovuto restaurare la sua vecchia casa che nel frattempo, mezza marcia, era in gran parte crollata e coperta di rovi. Un’altra cosa che lo preoccupava – e per un uomo pratico come lui non era forse la meno importante – era il fatto che avrebbe perso le braccia contadine di Giuseppe, uomo esperto e quasi forte come lui. Così un giorno disse che avrebbe dovuto assentarsi per tre o quattro giorni perché gli era morto un prozio nel Casentino e doveva andare in tutti i modi al funerale. Rosa ebbe un tuffo al cuore. 

– Non stare in pensiero per me... sai te come fare, Rosa... – le disse il mattino successivo, dandole un’occhiata prolungata mentre saliva sul carro. La donna notò quello sguardo e rimase colpita da quelle parole di cui non capì bene il senso. Mentre desinavano il mio babbo, quello ritrovato, fu più silenzioso del solito ma i suoi occhi cercarono spesso quelli della donna. Ero a tavola con loro quel giorno e notai che la mamma faceva in modo da evitare quello sguardo. Era sicuramente in preda di un tumulto di sentimenti; il senso di una colpa che non voleva commettere e insieme una latente e repressa passione che la faceva fremere. Alla fine, come penso, non potè fare a meno di incrociare gli occhi di lui, quel giorno lucidi e febbrili. Mia sorella non si era accorta di nulla e la sera io uscii di casa, ma non ho alcun dubbio che quella notte o quella seguente, sarebbe stata notte d'amore e di pianto. Lui le avrà raccontato dei suoi duri anni trascorsi, la traversata nel deserto tra serpi e scorpioni velenosi e di quanto l'avesse sospirata; lei di quanto avesse pianto e di quanto le fosse mancato.

Al pomeriggio tardi del quarto giorno Giovacchino tornò, vide e capì subito che qualcosa nell'aria era cambiato e se ne compiacque. L’uomo, a cena, tra la minestra di verdure – mamma Rosa si era preoccupata di farlo mangiare meglio del solito –  e la zuppa di ceci, annunciò che aveva trovato da lavorare a Stia in una fabbrica di panno, ogni mese per alcuni giorni, spiegando che il podere non rendeva a sufficienza e che in questo modo avrebbero potuto respirare un po' meglio, per esempio comprando le scarpe nuove ai bambini.

Giuseppe non fece una piega, ma la mamma rimase sorpresa, chiese spiegazioni, fece qualche rimostranza, disse che lui in questo modo si sarebbe troppo sacrificato; poi, mentre tutti stavano mangiando con gusto quella zuppa, Rosa in un lampo credette di aver finalmente capito il senso di quella frase a cui aveva ripensato più volte: – sai te come fare, Rosa... –  ma stentava a crederci e non sapeva se gioire o rattristarsi di quella assurda e cinica leggerezza. Ci rimuginò tutto il pomeriggio mentre governava i polli e riordinava il porcilaio e alla fine, pian piano, si dischiuse all'idea – siccome anch'essa era donna pratica – che in fondo non ci fosse troppo di male: – ... lui è mio marito... ma lo è anche l'altro... – pensò. Il severo giudizio nei riguardi di Giovacchino che in un primo tempo l’aveva in parte amareggiata, diventò meno duro quando ne intuì la singolare e contadina sensatezza. Durante quella stessa notte Rosa fece all'amore con Giovacchino stesso con un certo insolito ardore, e anche di ciò il secondo marito ebbe a rallegrarsene. 

Io mi accorsi presto di ciò che stava succedendo; mia sorella ci mise invece più tempo ma quando capì – una volta al mese la mamma pareva un'altra persona – rimase inizialmente sconcertata ma pian piano si abituò all'idea. Qualche contadino dei dintorni seppe di quell’insolito andamento familiare e la sera a veglia, davanti ai focolari accesi, la cosa fu motivo di chiacchiere; più ironiche e benevoli da parte degli uomini, più sarcastiche da parte delle contadine tra le quali non mancò chi – in special modo tra le nubili e le più vecchie – provasse una sorta di malcelata invidia nei confronti di Rosa, per via di quella dovizia.

I mesi passavano e tutti, compresi i bambini piccoli che adesso la mamma – forse per l'esuberanza che le traboccava – sbaciucchiava più spesso, erano più contenti di prima. Però dopo un anno e mezzo Giuseppe si ammalò; respirava male, ed era sempre più debole. Il dottore disse che la sua malaria, l’infezione che aveva contratto in Etiopia – che in un primo tempo pareva superata – fosse del tipo che si risveglia anche dopo un anno o due. Si aggravò sempre di più e, pur accudito con amoroso scrupolo dalla donna, si spense un giorno di settembre; dal suo ritorno alla casa di Santorezzo erano trascorsi tre anni. 

Giovacchino disse allora che a Stia non c'era più lavoro; tutto tornò alla normalità e le chiacchiere diminuirono. Rosa sentiva la mancanza di Giuseppe più di quanto non riuscisse a non far trasparire; e i rapporti con suo marito, quello rimasto, forse perché adesso privi di quella complicità sia pur non detta, che li aveva resi singolarmente più vivaci, diventarono più ordinari e stanchi. 

Qualche anno più tardi – la terra non rendeva più e all'inizio degli anni sessanta c'era una gran richiesta di lavoro nel tessile – sia io che Giovacchino trovammo lavoro a Prato in zona Bailloni, come operai in filatura. Lasciammo vuota e come attonita la grande casa colonica che aveva ospitato quella particolare vicenda umana, e tornammo a pigione in via Strozzi, quasi davanti ad una bottega dall’insegna promettente:  “Beauty Hairpro”, la bottega di Sergio che allora faceva uomo e donna. Pensai che proprio lui, rimasto con gli altri davanti a “Maddalena”, forse in quel momento si stesse chiedendo come mai non gli avevo mai raccontato questa storia, mentre ero sotto le forbici. 

Abito ancora in questa strada, mentre mia sorella, quasi anziana come me – lei con una storia di coppia andata male e molto malata – è ricoverata dalle suore di Iolo. I due fratelli di secondo letto da tempo abitano lontano e li abbiamo praticamente persi di vista.

Stavo camminando sul marciapiede deserto di via Strozzi, ed ero quasi in vista della Croce di Bailloni, considerando tutte queste cose – intanto era già passata la mezzanotte – quando mi venne da sorridere: – Una mamma e du' babbi... unn’è da tutti… – 

- fine -

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