1-LA CROCE DI BAILLONI - Sergio Gambacciani, Anna, Fiorenzo, Marcella –

Abito da tempo in “Bachilloni”, una zona in parte degradata, situata tra via Strozzi e via Filicaia, poco fuori dall'antica cinta muraria. Questo nome così particolare, Bachilloni, pare abbia un'origine molto antica, da "sub aquilonem". Aquilonem, cioè nord, indicava il vento di Tramontana e infatti proprio in quel punto soffia, o soffiava – quando d’intorno c’erano campi coltivati a perdita d’occhio – un vento forte proveniente dalla vallata del Bisenzio.
A cento metri da casa mia, alla Croce di “Bailloni”, come il posto viene comunemente abbreviato dai frettolosi abitanti di questa città, anticamente era appunto presente una grande croce, perché proprio in quel punto sostavano i carri funebri. I morti venivano trasportati a spalla dalla chiesa di Sant'Agostino fino a quella croce per essere posti sui quei carri trainati da buoi o da cavalli, destinazione cimitero di Chiesanuova. Da anni però tale croce è stata ridimensionata – nessuno si ricorda quando e da chi – per entrare in una piccola nicchia sul muro, perdendo così il valore di un tempo. Una modesta croce dal legno esageratamente rustico e corroso dal tempo, semi nascosta a fianco di un brutto negozio, alla quale pare che nessuno ci badi. Sembra che quel qualcuno, per ridurla a tali dimensioni abbia come accostato verso il centro i poveri e irriconoscibili oggetti della devozione antica; un qualcosa somigliante ad una corona di spine, un legno con l'iscrizione InRi ormai scomparsa, un pezzo di tunica. Il tutto pare esser stato fatto, con frettolosa operazione, a colpi d'accetta e non di scalpello; come se lo sconosciuto autore – sentendo in sé l'asprezza della propria vita – avesse voluto rispecchiarsi in quella croce così spartana.
Io invece, percorrendo quel marciapiede ci passo di sotto e le do sempre un'occhiata. Osservandola, provo ogni volta come un assurdo stupore; la stessa improbabile sorpresa che provo non scorgendo più, dall'altra parte dell'incrocio con via Filicaia, la bottega del Gori che una volta era chiamata “bottega della Vittoria”. E dire che non c'è più da anni. Al suo posto c'è un negoziaccio bilingue la cui merce, occultata dai vistosi ideogrammi dipinti sui vetri unti e bisunti, è come indistinguibile. Io abito poco più in là, al numero 176, al primo piano di un vecchio palazzetto, proprio sopra alla mia bottega.
Una mattina di qualche mese fa, appoggiato e indolente con i gomiti sul davanzale della finestra, vedevo, più numerosi del solito, cinesi da tutte le parti. Credevo di averci fatto l’abitudine, ma non era vero del tutto: – Certo che via Strozzi non si riconosce più… – sussurrai. – … oh ditemi icché dovrei fare… ditemelo voi, ho 78 anni, la casa è mia e la bottega ancora non la chiudo… – continuai, come a interloquire sottovoce con un uditorio che fosse stato lì a sentire – e non era la prima volta – ma che non c’era. D’altra parte, sentivo che alzare la serranda della bottega ogni mattina dava un senso alla mia giornata. Certo che un tempo quando ero un vero parrucchiere da uomo e da donna, me la passavo bene e a quei tempi – eravamo solo io e Anna perché figlioli non ne erano venuti – ero in salute e andavo spesso a camminare in montagna con Fiorenzo – giri anche di tre, quattro o cinque ore, delle belle escursioni, a Cantagrilli e sul Monte Maggiore a vedere i cavalli, ma anche più lontano – ma un giorno riuscii a tornare a casa per miracolo, azzoppato da una brutta distorsione a un ginocchio. – A codesta età... smettetela di fare i ragazzini... – ci disse qualcuno. Da quella volta ci siamo limitati a fare delle passeggiate, anche lunghe, ma sulle ciclabili o in centro città. Poi, passato del tempo – continuavo a ricordare – avevo preso a fare solo barba e capelli ma da quando i cinesi si erano messi anche loro a fare quel mestiere e a metà prezzo mi erano rimasti i clienti più affezionati. A quel punto avevo maturato una modesta pensioncina che ci facevamo bastare, e non potevamo lamentarci, io e la mia povera Anna.
Nove anni prima – ricordavo ancora quella mattina, appoggiato al davanzale – era cambiato tutto; la mia vita, da quando lei se n'era andata, e se n'era andata dopo tre lunghi anni di Alzheimer, non era stata più la stessa. Tutto era cominciato quando Anna aveva preso a lasciare appunti in giro per la casa: liste di cose da fare, strani piccoli oggetti lasciati qua e là come promemoria. – E fin qui ancora ancora... – dissi ad voce alta drizzando la schiena e allargando ancora le persiane. Ricordai i post-it nei cassetti con la scritta cucchiai, forchette, asciughini… – e allora mi venne male. – Era sempre stata una donna precisa ma per sapere cosa c'era bastava guardarci dentro; i nomi delle cose le stavano svanendo. Un pomeriggio mi telefonò – le avevo già comprato un telefono Brondi, e per chiamarmi le bastava pigiare l’uno: – Sergio, vienimi a prendere.... – dove sei, che ti è successo? – Nulla, vieni a prendermi... non lo so dove sono. – Girai mezzo Prato per trovarla; era in via de' Tintori e non si raccapezzava. Un'altra volta mi chiese da quanti mesi stavamo qui di casa. Mi cascarono le braccia; ci abitavamo da vent'anni in Bailloni. Faceva confusione di luoghi e di tempi, eppure era donna intelligente. Anna aveva studiato ed esercitato per anni da maestra elementare meritandosi l'affetto di tante mamme e altrettanti bambini i quali, diventati grandi e poi uomini sposati e poi babbi, si ricordavano sempre di lei, e si fermavano per la strada per salutarla.
Infine – continuavo a rammentare, quasi provando il medesimo sgomento che avevo provato allora – lei peggiorò visibilmente e, a un certo punto non potendo lasciarla sola in casa – usciva e girava per strade intorno a via Strozzi e si perdeva – così la ricoverai in una RSA di Pian del Voglio. Ci mettevo quasi un'ora per andare a trovarla ma era l'unico modo per non spendere un patrimonio, perché in Toscana – chissà perché, e quella era una cosa che non riuscivo e non riesco tuttora a capire – la retta era molto più cara. In quella struttura lei si trovava bene, pareva felice come una pasqua e aveva fatto nuove amicizie. Un giorno andai a trovarla con un mazzo di fiori. La trovai a un tavolo mentre giocava a carte accanto a Umberto, un suo amico, e ci rimasi male perché non mi riconobbe. Anzi vidi che lei era gentilissima con quell'uomo a cui teneva stretta la mano e gli sussurrava parole nell'orecchio. Ricordai a lungo quel giorno perché me ne andai via di lì nervoso.
A quel punto interruppi quei pensieri, un vissuto ancora nitido di nove anni prima, di quando ero ancora un energico sessantacinquenne. Riconobbi Fiorenzo per la strada mentre si stava avvicinando: – Vengo giu!... non suonare, un minuto… – gli feci. Ero ancora in ciabatte e in pigiama e mi vestii. Il giorno prima avevamo stabilito di andare al cinema in centro, nel primo pomeriggio. Scesi, e Fiore quando mi vide accigliato disse: – Dormito male Sergio? – Feci un cenno con la testa che non voleva dir nulla e ci avviammo passando davanti a quella croce a cui detti la solita occhiata. Camminammo in silenzio per un po' ma poi glielo dissi: – Lo sai, mi ero messo a pensare ad Anna... e a Umberto... – Fiore fece un mezzo sorriso – T’ho visto un po’ torvo... pensi sempre a quella storia?… –
Eravamo quasi arrivati; all'Eden davano “Norimberga” e di giorno feriale c'era meno gente; ci fermammo un attimo sulla soglia per guardare le locandine. Fiorenzo riprese: – Certo, quelle amicizie strane tra pazienti, specialmente se sono un po' svaniti, sono sempre successe... – Lo so, lo so…. – dissi – ...ma la cosa non finì lì... però, senti... te lo racconto dopo. –
Uscimmo dal cinema verso le cinque e qualcosa; il cielo era luminoso così decidemmo di fare una camminata prima di tornare a casa, così puntammo verso piazza Mercatale, passammo il ponte e, dopo avere attraversato la piazza della Pietà, ci dirigemmo verso la salita dei Cappuccini. – Oh Sergio Gambacciani, in dove tu mi porti?... ma che mi vo' fa' morire? – protestò Fiorenzo sbuffando appena la salita cominciò a farsi ritta. Conquistata finalmente la vicina vetta si prese a sinistra per Filettole con la strada che diventava un saliscendi sopportabile. – Non lo so perché stasera mi sono ritornate a mente quelle cose... – dissi allora. Anche durante il film tra una requisitoria e l'altra del pubblico ministero, quel pensiero, al buio della sala mi si era nuovamente riaffacciato. Gli raccontai allora – ma Fiore qualcosa sapeva già – che tra i due degenti della struttura, si fosse creata un'insopportabile intimità. Andavo a visitare Anna al Pian del Voglio anche due volte alla settimana, ma mi sentivo sempre il terzo incomodo. Un giorno fui coinvolto in un dramma assurdo; Umberto avrebbe lasciato la struttura per tornare a casa. Anna, disperata cominciò a piangere e mi chiese di fare qualcosa perché il suo amico non se ne andasse, perché voleva rimanere con lui. – Naturalmente non potevo nulla a riguardo... anzi non volevo, per dire la verità... – ma quando Umberto partì e lei rimase sola, si arrabbiò con me come una bambina perché non l'avevo accontentata e mi mise il muso per giorni.
Intanto eravamo arrivati a Filettole e ci fermammo per sederci su un muretto. – Ero davvero irritato e insieme addolorato e non sapevo che cosa fare; allora mi venne l'idea di andare dalla moglie di Umberto... – dissi ancora all'amico, incuriosito da quel risvolto che non conosceva. Gli spiegai, all’amico fattosi ancor più attento, che a quel punto avrei cercato di convincere la signora che non conoscevo, a riportare il marito alla RSA di tanto in tanto, se non in modo permanente. Io l'avrei aiutata nel trasporto del marito e della sedia a rotelle. Fiorenzo rimase a bocca aperta. – T’ammiro Sergio... io non lo so se avrei pensato di fare una cosa simile. – Non feci caso all’apprezzamento; mi interessava soltanto parlare di quel fatto, e mi rivolgevo più a me stesso che a Fiorenzo.
Loro abitavano a Sasso Marconi, un paesino prima di Bologna e, quando quella mattina parcheggiai la macchina proprio davanti al giardino della sua casa, vidi che la donna era fuori ad aspettarmi con Umberto. Le avevo telefonato e lei aveva risposto con gentilezza. Si chiamava Marcella, una cinquantenne ancora molto piacente con le labbra tinte di rosso acceso. Mi fece entrare in casa e mi fece accomodare su un divano di velluto beige; ascoltò attenta quello che avevo da dire ma disse subito che non era proprio il caso: – In quel posto l'Umberto io non ce lo riporto, sa? – Mentre le parlavo lei mi osservava e mi ascoltava attenta, ed ebbi subito l’impressione che le piacessi. Mi raccontò con molti dettagli che suo marito passava la giornata alla televisione e che non dava noia a nessuno; poi mi offrì un caffè, mi chiese notizie della salute di mia moglie e mi congedò con molta gentilezza. Me ne andai via deluso ma anche incuriosito da quella coppia colpita dalla stessa nostra disgrazia. Lei era una donna che non passava inosservata – quelle labbra rosse e il generoso decolleté mi avevano colpito – e, oltre ad essere un po’ logorroica era però anche pratica e intelligente. Di lui seppi essere stato un uomo colto, un professore di liceo, scrittore di libri, almeno fin a quando ne era stato in grado. Mi avevano detto, una volta, che le persone più istruite, più astratte, fossero più inclini alla pazzia ma la cosa mi tornava poco perché Anna, persona molto semplice, aveva fatto solo quattro anni di Magistrali, quando erano ancora in via Zarini.
Comunque alcuni giorni dopo – quei due li avevo già quasi dimenticati – un pomeriggio ricevetti la telefonata di Marcella, e mi chiesi che cosa potesse volere quando vidi il suo nome sul display. – Perché non viene lei con la sua Anna da noi domenica prossima? Può farsi fare il permesso, sa? – mi disse tutto d'un fiato con quella sua spiccata pronuncia bolognese. Le uscite temporanee era incoraggiate dalla direzione, dicevano per il benessere psicologico del malato. La domenica successiva, previa autorizzazione, avevo preso Anna per recarmi a Sasso Marconi. I due poveri malati ci misero un po' a riconoscersi dopo tanti giorni ma poi avevano ripreso a giocare a carte a modo loro, e a tenersi la mano. Io e Marcella ci mettemmo sul divano di velluto beige a vedere un film su “Prime”. A sera riportai Anna alla struttura all'ora convenuta e poi me ne tornai a Prato. Durante il tratto d'autostrada pensai che la signora tutto sommato era simpatica e che l'odore della sua pelle – eravamo rimasti così vicini l'uno all'altro per parecchio tempo – mi aveva un po' eccitato. Il giorno dopo trovai un messaggio su whats-app con cui la donna mi invitava ad andare a ballare allo Chalet Santa Maria, a Castiglione dei Pepoli, per il venerdì successivo. Ci pensai parecchio prima di rispondere. Ero fortemente tentato; rammentavo il suo decolleté e l'odore di quella carnalità mi ritornava alla memoria dell'olfatto. Non volli dire di no ma non volli neppure dire di sì perché sentivo di essere ancora innamorato di Anna; le inventai un impegno già preso in modo da non tagliare subito i ponti.
La domenica successiva non andai a Pian del Voglio per una brutta forma di bronchite che mi tenne a letto con la febbre e quando potei andarci, una settimana dopo ancora, ci andai con un senso di colpa; nonostante la febbre e il malessere ci avevo rimuginato. Durante le ore sul divano galeotto sia quell’odore che la sua immagine avevano lasciato un’impronta nel mio immaginario.
Trovai Anna insieme ad altri degenti nell'ampia veranda della struttura. Li avevano sistemati in cerchio, ognuno nella propria poltrona o sedia a rotelle attorno a due tavoli. Ad uno di essi era seduto un uomo più giovane della media, anch'egli un degente con le cuffie agli orecchi, che manovrava un dispositivo elettronico muovendosi in modo ossessivo con la testa a tempo di musica, una musica che sentiva solo lui. Gli altri, in silenzio, lo guardavano incuriositi oppure distratti, altri ancora avevano occhi socchiusi e mento abbassato sul petto, vinti dal dormiveglia. Quando Anna mi vide, le si illuminarono un po' gli occhi per quanto potessero; non erano più gli occhi verdi e furbi di una volta. L'aiutai ad alzarsi – quella vita innaturale l'aveva appesantita – e la condussi nel piccolo parco della struttura. Lei pareva contenta di vedermi ma presto cominciò a lamentarsi dicendo che si sentiva abbandonata. Non me l’aspettavo – pensavo che Anna fosse meno consapevole del suo stato – e mi intenerii: – No di certo, amore mio... come posso abbandonarti... – le sussurrai. Mi abbassai, le baciai le guance e poi dolcemente le labbra.
Raccontavo, Fiorenzo ascoltava attento e si continuava a camminare. Raggiunto il cavalcavia della ciclabile, quello all'altezza del ponticino sul Bisenzio – quella sera io non sentivo la stanchezza – proposi di arrivare ormai fino a Canneto. Il racconto mi stava prendendo, parlavo soltanto io senza accorgermi che il Gori stava arrancando. Ripresi dal tenero bacio sulle labbra di Anna. Dissi allora che in quel momento tutto quello che avevo sofferto mi era sembrato come cancellato. Eppure ricordavo ancora quando, dalla fase iniziale, quella dei post-it, era passata agli assurdi cambiamenti di umore o ai vagabondaggi per le strade da cui non sapeva tornare a casa. Fino allo stato più o meno attuale in cui era precipitata da molti mesi, durante i quali tante volte mi aveva scambiato per uno zio scomparso da tempo. Oppure quando, sospettosa o apatica a seconda dei giorni mi si rivoltava improvvisamente contro, offendendomi con parole aggressive. Per mesi e mesi ero diventato il suo “caregiver”, lavandola, facendola mangiare quando aveva difficoltà a deglutire, vestendola con fatica, stando attenta alla sua sicurezza anche tra le mura domestiche. Avevo imparato a non rispondere d'istinto alla sua rabbia infantile peggiorando la situazione usando, pur con la morte nel cuore, il distacco emotivo e certe complicate attenzioni perché si distraesse, proprio come avrei fatto con una bambina. Avevo preso una badante a ore, un po' la mattina e un po il pomeriggio, che mi permettesse di stare qualche ora in bottega, e un aiutante per fare almeno qualche barba in più cercando di non perdere i pochi clienti, ma spesso la donna georgiana mi chiamava ansiosa per qualche emergenza. Era stata una pena anche dal punto di vista del lavoro.
Certe notti avevo pianto, come vivendo il dolore della sua perdita mentre invece lei era lì, era fisicamente presente. In quelle notti, mentre sentivo accanto a me il suo respiro regolare, mentre sentivo il tepore del suo corpo, un corpo ed un'anima che aveva amato e che amavo tanto tuttora, mi rendevo conto d’aver sperato ingenuamente che Anna si sarebbe ripresa o che sarebbe migliorata. Erano inconsapevoli tentativi di distanziarsi dalla gravità della malattia, e di concedermi del tempo prima di affrontare la realtà e tutto il dolore che avrebbe portato con sé.
In alcuni giorni avevo provato anche un sentimento di rabbia, rabbia contro il mondo, contro la fragilità della natura umana, persino rabbia contro il Creatore, quel Dio – di cui si diceva fosse tanto misericordioso – ma così mal ridotto nella dimessa croce del tabernacolo di Bailloni. Altre volte invece quella rabbia lasciava il posto ad un senso di colpa. Mi imputavo di aver perso la pazienza, di aver provato vergogna davanti ai vicini di casa, di aver desiderato che tutto finisse in qualche modo. Una volta ero rimasto impietrito ascoltando alla televisione la vicenda di un pensionato che aveva soffocato la sua anziana compagna sofferente di demenza senile, alla quale non era riuscito più a garantire una vita dignitosa – Io no, non l'avrei mai fatto; quello no... – dissi quella sera a voce bassa mentre ero a tavola con Anna, anch'essa rivolta verso lo schermo con aria distratta. Poi mi ero riscosso: – ... ma icché sto pensando... – A quelle parole lei si era voltata e mi aveva guardato in modo strano. Pareva quasi che dalle profondità della sua follia avesse attinto in una certa misura la facoltà di prestare attenzione e che avesse capito; poi mi aveva sorriso. Quando infine mi sembrò di aver raggiunto un limite insopportabile per la forza dei miei nervi e di non farcela più, il ricorso al ricovero in una struttura diventò inevitabile e necessario, anche se doloroso.
– Ne avevo parlato a lungo anche con te, Fiorenzo, ti ricordi? … – chiesi improvvisamente all’amico, fermandomi in mezzo alla strada e toccandogli la sua crocchia pelata come facevo ogni tanto. Fiore, che sopportava senza problemi i miei scherzi, annuì, anche contento di tirare il fiato per qualche attimo. Quando riprendemmo a camminare presi a parlare dell’amore che avevo sentito per Anna, un amore che si era fatto concreto attraverso tutta una serie di cure possibili, la pazienza e la protezione di cui ero stato capace, nonostante la sua straziante assenza di consapevolezza. Infine un amore che non era più sufficiente. Per il bene di tutti e due.
Quella domenica pomeriggio a pian del Voglio sotto un cielo ancora luminoso, durante quel tenero bacio sulle labbra ancora piene della mia Anna e lo sfiorarsi delle guance avevo ripercorso tutto ciò quasi in un baleno. – Come posso abbandonarti... – le avevo ripetuto ancora tante volte. Eravamo seduti su una panchina del piccolo parco della struttura; l'aria di inizio maggio era freschina ma si stava bene e la donna godeva, forse senza tanta contezza, degli odori e dei colori di quella natura che si stava risvegliando alla vita. Ultimamente non si ricordava più di nulla ed io dubitavo sapesse davvero con chi avesse a che fare. Ma d'un tratto lei mi aveva chiamato con il mio nome, si era accostata e mi aveva abbracciato, facendomi battere il cuore. A quel punto era diventato tardi e l'aria si era fatta pungente, così l'avevo riaffidata alle infermiere e mi ero rimesso in macchina. Mentre ero alla guida considerai che appena un mese prima mi era apparso normale cercare di contentare la moglie facendola stare, paradossalmente, in compagnia di un altro uomo; e insieme a tutto ciò, per collegamento di idee avevo ripensato a Marcella.
Eravamo ormai arrivati a Canneto e il discorso si stava spengendo. – Che si fa, Fiore, si torna un po' indietro o poi si attraversa il ponticino di Santa Lucia?... si allungherà troppo? gli chiesi. Fiorenzo era assorto e non disse nulla limitandosi a venirmi dietro. – Marcella eh?... – riprese però dopo un po’, con un sorrisino malizioso. – Com’era... una bella sposa? – Sì... non era male... – risposi, ma non aggiunsi altro. Attraversato il ponticino prendemmo a passo svelto la ciclabile dalla parte di via Galilei e raggiungemmo piazza del Mercato Nuovo quando ormai del sole non era rimasto che qualche chiarore celestino e la città appariva immobile, come in attesa di qualcosa che non era successo. Dopo un quarto d’ora passammo finalmente davanti alla Croce di Bailloni, accanto al brutto negozio. – Fiore ti fermi da me?... si fa un po' di spaghettini. – Grazie Sergio, c'è la vecchia che mi aspetta... – Osservai Fiorenzo mentre proseguiva verso casa sua; anche lui era invecchiato, stavamo invecchiando insieme.
Salii le scale di casa lentamente, una mano sul corrimano, l’altra un po’ infreddolita, in tasca. Aprii la porta e spalancai subito anche la finestra davanti perché c'era odore di rinchiuso. A quell’ora l’aria era già fredda, quasi tagliente, e portava dentro un misto di fumo e di umidità, l’odore della strada. Al chiarore dei lampioni guardai per alcuni istanti sul marciapiede di fronte, un ragazzo cinese che chiudeva il suo negozio di telefonia tirando giù la serranda con un colpo secco, restando poi un attimo con le mani in tasca a guardare il cielo. Aveva una sigaretta accesa e il fumo si disperdeva piano, nel cono di luce del lampione. Ebbi la sensazione di riconoscermi in qualche modo in quell’uomo giovane e solo, una persona pur così diversa, venuta dall'altro mondo, che chiudeva la giornata con lo stesso gesto ripetuto anche da me, mille volte. Dopo alcuni minuti chiusi persiana e finestra e mi mise a sedere al tavolo di cucina. La stanza rimase silenziosa, tranquilla; non sapevo se provare tristezza o pace.
Restai a lungo immobile, poi accesi il telefono che avevo appoggiato sul tavolo. C’erano alcuni messaggi da leggere su whatsapp; erano cose poco importanti, ma produssero l’effetto di farmi ricordare, più o meno, ciò che avevo letto al ritorno da Pian del Voglio, nove anni prima: – Caro Sergio, non sei venuto poi allo Chalet ma era un bel posto. Ti va un caffè, uno di questi giorni? Siamo soli tutti e due e non c'è nulla di male se ci facciamo un po' di compagnia. Che ne dici? –
Le avevo lette e rilette quelle parole, soppesandole. La voce di lei mi era risuonata allora durante tutto il viaggio di ritorno, quella pronuncia bolognese, la risata un po’ roca, quel modo di parlare diretto. E poi ricordai il divano di velluto beige, le dita dalle unghie laccate che mi avevano sfiorato la mano porgendomi il caffè, e anche anche il profumo forte che mi era rimasto addosso. Mi stavo sentendo in colpa per il desiderio che provavo per Marcella, come se già stessi tradendo Anna, nello stesso giorno in cui le avevo ripetuto tante volte: – Come posso abbandonarti... – Un desiderio che non riuscivo del tutto ad ignorare, così, appoggiando anche quella volta il telefono sul tavolo avevo deciso che l'indomani forse le avrei risposto. – Forse… –
Quella stessa notte fui svegliato al telefono da una voce anch'essa con inflessione bolognese, ma non era quella di Marcella. Anna se n'era andata nel sonno; un infarto. A quanto pare, le persone malate di Alzheimer – come mi avrebbero spiegato poi – sono esposte a rischio d'infarto e di altre malattie cardiovascolari. La piansi per molti giorni e poi per settimane; alla fine la figura di Marcella, pian piano, se ne era andata nel dimenticatoio.
Nove anni dopo, alla fine di una giornata particolare trascorsa camminando lungo il Bisenzio, avevo ripensato a tutto ciò ad alta voce, con il pretesto di raccontarlo a Fiorenzo. Accesi il fornello per scaldare l’acqua. Il gas fece un piccolo scatto, poi un soffio costante. Camminai fino alla poltrona di Anna, quella accanto alla finestra, ormai un po’ scolorita e ci passai una mano sopra. Mi era sembrato per un attimo che Anna fosse ancora lì, con la copertina sulle gambe, lo sguardo perso in qualche punto della stanza. – Ti ricordi di me stasera? – avrei voluto ancora chiederle. L'acqua cominciava a bollire; ci buttai un po' di sale grosso e poi una manciata di spaghetti divisi in due con le mani. Poi rimasi immobile a guardare il vapore salire; avevo imparato a cucinare, rigovernare e tutto il resto. Mangiai con calma guardando il telegiornale de La 7 ma poi spensi il televisore. Il silenzio era così pieno che sentivo il ticchettio dell'orologio da cucina, sembrandomi cinque secondi più lento del tempo reale. Non sapevo se fosse tristezza o sollievo, ma provai una sensazione pulita, meno angosciosa del sentire convulso di quel giorno ormai trascorso.
Avevo un libro da finire e mi mise in poltrona, ma lo richiusi subito e rimasi di nuovo immobile, con le dita avvolte attorno al calore della tisana che mi ero preparato. Non sentivo più nessun bisogno, solo restare lì a pensare a Fiorenzo Gori, ad Anna, a Marcella di cui da allora non avevo più saputo nulla. – Che fine avrà fatto? – pensai; riaccesi il telefono e nell'agenda c'era ancora il suo numero di telefono. Non sapevo se fosse malinconia o solo voglia di sentirmi vivo ancora un po’.
– fine –
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