GINETTA – Sergio, Ginetta, Angelo

Di solito chiudo bottega alle 19:30, al massimo alle 20 se c’è un cliente ritardatario. Ma prima di abbassare la serranda e già con la chiave in mano ho l’abitudine di guardare dall’altra parte della strada al numero civico 119, per vedere se Ginetta c’è ancora. Se non è proprio freddo lei è ancora lì affacciata alla porta, scaruffata con quei suoi capelli lunghi e giallastri che le coprono mezzo viso mentre saluta i passanti, tutti ad uno ad uno, cantilenando, compreso i cinesi. Sorridente e bonaria guarda la gente con i suoi piccoli occhi, chiari e acquosi. Ginetta, anche durante il giorno, riserva a me la stessa attenzione e, se non intuisce la mia presenza attraverso il vetro opacizzato della bottega alza lo sguardo per vedere se sono alla finestra. Scorgendomi, mi sorride contenta aprendo la sua strana bocca larga e facendo ciao con la mano.
Dicono che con suo marito litighi spesso in modo rumoroso e che ogni tanto alzi perfino le mani su quel povero diavolo. Entrambi – come tutti sanno – hanno qualcosa che non va con la testa, somigliando a bambini di sessantacinque anni ed oltre e pare che l'idea di farli sposare ad un'età avanzata sia stata dell'assistente sociale che li segue. Diceva che si sarebbero aiutati a vicenda e che sarebbero stati felici, mentre invece hanno sommato semplicemente due diverse fragilità e non si capisce se Ginetta abbia mai provato, per quell’uomo, qualcosa che somigli all'amore. Cesare, anche lui persona smarrita e in carico all'assessorato al sociale, percepisce un piccolo stipendio facendo tutte le mattine alcune ore di servizio alla Mensa la Pira. Loro, come me, sono tra i pochi superstiti tra i vecchi abitanti di “Bailloni”, una zona adesso quasi irriconoscibile.
Una sera di metà aprile, una sera ancora abbastanza luminosa di circa due anni fa, chiudendo la serranda della bottega incrociai lo sguardo di Ginetta la quale, sgranando gli occhi allargò come al solito quei labbri aridi a scoprire i suoi radi denti: – Ciao Sergio – miagolò. Non gli risposi – ricordo che “mi giravano” per qualcosa – ma aggiunse ugualmente: – Sono andato in chiesa, ma padre Franco non c'era... non c'è mai. – Allora borbottai qualcosa, le feci un sorrisino ed entrai in casa; non mi importava un granché di quel padre, mi importa poco di tutti i preti anche se non mi considero un mangiapreti. Sono fatto a modo mio, ma sono uno dei pochi che risponde volentieri ai saluti di quella donna la quale, per tanta gente era ed è come trasparente. Tuttalpiù viene vista come si guarderebbe un gatto randagio fermo in un angolo della strada; nessuno posa seriamente gli occhi su quella donna. Quel pomeriggio si era recata a Sant’Agostino, come faceva ogni tanto per salutare quel religioso, non trovando però molta attenzione neppure lì. Eppure Ginetta, che una volta coltivava dei sogni ed era graziosa, ha una storia alle spalle.
Lei era vissuta fino all'età di diciotto anni a San Quirico, un paese circondato da mura medievali in rovina e antico di molti secoli della Svizzera Pesciatina, sulle mezze montagne che da Pescia salgono verso l'appennino pistoiese. Ginetta, pur orfana di mamma, a quel tempo era una ragazza serena; nelle sere d'estate lei e le sue amiche passeggiavano cantando tra le strette viuzze cercando con lo sguardo i pochi giovani che ancora non erano emigrati in Francia; e lei era perdutamente innamorata di Angelo un giovane bruno non alto ma dalle spalle larghe, solo al mondo, che faceva il boscaiolo. Lungo quelle strette vie, all'ingresso di alcune botteghe dove un tempo si fondeva il bronzo per la fabbricazione delle campane si potevano ancora vedere delle lucertole scolpite nella pietra, simbolo di questa arte e, all'ora del tramonto, dagli oratori provenivano i canti del vespro delle confraternite ancora operanti. Angelo corrispose finalmente all'amore di Ginetta che, al tramonto prese a cantare felice per lui per quelle strette viuzze, anche se il suo babbo, stretto dalla miseria, comune a tutti in quei posti di montagna, dovette partire per la Corsica lasciandola sola con la vecchia zia e un cugino sposato.
Intanto il giovane, non contento del suo lavoro povero di boscaiolo, aveva trovato una buona occupazione come garzone da un artigiano delle figurine di gesso, a Pontito, un paese distante otto chilometri. Diventò bravo in quell'attività secolare e tipica di quel paese e presto imparò anche a dipingere a mano le singole statuette riproducenti personaggi religiosi. I due ragazzi, contenti, confidavano di sposarsi presto, ma un giorno il suo padrone si ruppe una gamba e, quando sarebbe stata l'ora di partire come faceva una volta l'anno per commerciare il suoi lavori artistici, mandò Angelo al posto suo in un posto lontano.
Trascorse un mese, ne trascorsero due e poi tre ma di Angelo, una Ginetta sgomenta e come lei nessun altro ebbe più notizie. A Ginetta il cuore divenne sempre di più stretto fino a che, quasi all'improvviso, forse per l'acuta nostalgia del babbo a cui era attaccatissima, e insieme per la scomparsa del suo amore, Ginetta si ammalò. Per alcuni giorni accusò una grande sensazione di malessere, febbre e vomito. Lucidamente ma con grande sforzo, prima di aggravarsi volle scrivere una lettera al suo promesso sposo, affidandola – casomai avesse la ventura di rintracciarlo – al nuovo aiutante dell'artigiano, di nome Silvio, in partenza per gli stessi posti lontani da cui Angelo non era più tornato. Poi la ragazza, inghiottita da un malessere ancora più profondo rimase in stato confusionale e come intorpidita per lungo tempo, preda di forti mal di testa e di febbre alta. Il Dottore che rilevò la malattia, una mengite acuta del peggior genere, e che prescrisse la penicillina forse in ritardo, non riuscì ad evitare il manifestarsi nella povera ragazza di certe conseguenze che avrebbe portato con sé per tutta la vita, come un pesante fardello. Quando, dopo molto tempo, ne uscì insperabilmente viva pareva trasformata perfino nell'aspetto. Ma era soprattutto nel modo di parlare e di interloquire che era cambiata; era un'altra persona fragile sotto tutti i punti di vista che piangeva e rideva facilmente, come una bambina; oppure come un'adulto quando si arrabbiava per nulla.
In tutti i casi quella lettera non fu mai consegnata perché di Angelo, in quei posti, Silvio non riuscì ad trovare alcuna traccia; così al ritorno la rese alla vecchia zia che, tristemente la ripose prima in un cassetto e poi in un baule. Quando il cugino trovò lavoro a Prato portò con sé, oltre alla sua giovane famiglia e la vecchia mamma, anche Ginetta che non si sentì di abbandonare a se stessa; e con loro il baule che conteneva la sofferta e quasi dimenticata lettera. Poi, dopo molti anni, quando la sfortunata ragazza ebbe a sposarsi – quel cugino che non avrebbe mai pensato che una cosa del genere potesse succedere fu molto grato in cuor suo all'assessorato sociale di Prato – lasciò agli sposi il piccolo appartamento preso a pigione. L'avvenimento suscitò grande curiosità e commenti sarcastici, ma anche tenerezza tra alcune donne del vicinato; e quel baule rimase con tutto il suo carico di ricordi e di oggetti inutili, nella soffitta di via Strozzi al numero 119, proprio di fronte alla mia bottega.
– Caro amore, semmai Silvio ti troverà e potrai leggerle, ti scrivo queste parole con il cuore che batte forte nonostante io sia stremata per una malattia, e non so che cosa ho fatto per meritarmela. Sono passati ormai molti mesi da che sei partito e ho dei brutti pensieri. Ti ho fatto forse qualche torto? Se sì, potrai perdonarmi? Il male che porto addosso è stancante e sono anche rimbruttita ma non è per nulla cambiato ciò che provo nei tuoi riguardi. E' venuto il dottore che mi ha dato certe medicine che presto mi faranno tornare bella, per te, e tornerò a cantare... te ne ricordi?... –
Questa era una parte della lettera – lei aveva fatto le scuole soltanto fino alla quinta – vergata con mano tremolante su pagine ormai ingiallite e macchiate qua e là di lacrime ormai asciutte. Ma nessuno l'aveva mai letta. Anche all’inizio della primavera dell'anno 2024 era lì, riposta sul fondo della cassa. Lei, nonostante la sua mente fosse ancora stravolta dall'antica malattia, sapeva dov'era – gliela aveva indicata la sua povera zia morta da tempo – ma mai l'aveva in seguito cercata o tantomeno aperta per rileggerla.
Quella mattina di metà aprile di due anni fa, dunque, mi ero alzato presto perché le zanzare mi avevano mangiato ed ero di cattivo umore. Era stato un sonno complicato cosparso di sogni, durante uno dei quali mi era venuta l’assurda idea – ma subito rientrata alle prime luci dell’alba – di andare da padre Franco per portargli le lamentele della Ginetta della sera precedente.
Mentre aprivo il portone di casa intravidi un signore davanti alla porta di Ginetta. – Strano... – pensai. – … a quest’ora… oh chi può essere. – Avevo intenzione di dare una pulitina in bottega prima dell'apertura – la sera prima con l’ultimo cliente avevo fatto tardi lasciando tutto com’era – ma non chiusi subito il portone perché avevo ancora da portare fuori “l'umido” per la raccolta differenziata. – Mah... passano sempre prima... tra qualche tempo arriveranno in piena notte... – borbottai. Il tempo di salire la scale, scendere e appoggiare sul marciapiede il bidoncino marrone, mi ritrovai davanti il signore di prima, quello che avevo visto dall'altra parte della strada. – Mi scusi... – disse questi con un fare incerto. – Sa mica se qui vicino abita una certa Ginetta Nesi? – uhmmm… – mormorai pensando alla domanda – Qui davanti ci sta la Ginetta, ma non ricordo se sia anche Nesi... suo marito di cognome mi pare faccia Giove... sì, è pugliese di origine. – gli dissi. L'uomo mi guardò strizzando gli occhi. – Circa sessanta anni? – chiese. Aveva uno strano accento, non era uno straniero ma le parole gli uscivano diverse. – Sì, circa... ho visto che prima stava suonando alla sua porta... chissà dov'è andata. – Rimase lì impalato e un po’ a disagio; aveva folti capelli interamente imbiancati. Passò di lì un gruppettino di cinesi che parlavano a voce alta, anche troppo, ma l'uomo non li guardò. – La conosce?... vuole che le dica qualcosa quando la vedo? – ripresi. L'altro, sovrapensiero, scosse la testa; fece per andarsene ma si voltò subito indietro: – Anzi sì, se è così gentile... sì, le dica che c'è stato Angelo... forse tornerò. – Ebbi vari clienti quella sera in bottega e mi dimenticai di quello strano incontro; me ne ricordai la mattina dopo appena sveglio e mi proposi di adempiere a quel compito.
Angelo invece, tornato all’albergo e disteso sul letto della sua camera guardava il soffitto ed era in apprensione. Quel giorno avrebbe voluto averla già incontrata per poi non pensarci più. Dopo tanto tempo aveva deciso – dopo aver sempre rimandato, di anno in anno di farlo davvero – di riannodare quella cesura della propria vita; un proposito che, per la sua natura di persona onesta, sembrava una cosa da fare, prima o poi. Aveva vissuto per quarantacinque anni nei dintorni di Lione, in Francia, per un mero caso che gli aveva cambiato la vita.
Si ricordava come fosse stato ieri, il giorno in cui era arrivato in quello spicchio di mondo. Lione era città vivace ed elegante, distesa alla confluenza di due fiumi e cuore di una regione importante; dove l'effervescenza di quegli anni si incontrava con le antiche tradizioni della seta pregiata, dei tessuti fatti a jacquard e del buon cibo. Sceso alla stazione “Part Dieu” con il suo pesante campionario di statuette di gesso si indirizzò subito nel quartiere de La Presque'ile, percorse alcune strette strade e, secondo le indicazioni avute, finalmente vide il passaggio coperto che cercava. Lui era un ragazzo sveglio ma non era mai andato più lontano di Lucca o di Pistoia; era contento, il viaggio era andato senza intoppi, il tempo era bello e quel posto, con tutto quel via vai di gente indaffarata e sorridente per le strade, d’impatto gli stava piacendo. E' vero che quel borsone pesava tantissimo ma Angelo in quei giorni si sentiva pieno di forza e di sogni da realizzare. Entrato nel “Passage Bellecour” e fatti pochi passi fu colpito in pieno alla testa da un forte colpo che lo fece rovinare per terra svenuto. Quando si svegliò all'ospedale, dopo venti giorni di coma non ricordava niente. L'avevano trovato in un lago di sangue, privo di documenti e privo di tutto; gli dissero che si era salvato per miracolo solo per la sua forte fibra. Rimase ricoverato per quattro mesi e, quando fu dimesso, magro come uno scheletro si ricordava appena del proprio nome e poco di più; e non avrebbe saputo dove andare se non fosse stato per Claire.
Claire era una ragazza minuscola e dal viso dolcissimo che faceva parte di un'associazione di carità che si occupava di anziani e di malati. Frequentando la corsia del reparto Neuro riabilitazione aveva incontrato Angelo ancora in piena confusione mentale. Fu un incontro tra occhi, tra gli occhi dolci di entrambi, gli uni, quelli più spaesati verdi, gli altri grandi e azzurri. Si intendevano a gesti e con poche parole, e al momento delle dimissioni ospedaliere lei si fece carico di trovargli un posto. Glielo trovò alla “Maison Bethany” una struttura della Caritas diocesana dove Angelo ebbe modo di recuperare forze e memoria. Allora si ricordò di tutto, del suo paese, delle statuine di gesso chissà dove finite e, soprattutto di Ginetta.
A quel punto era trascorso più di un anno dal quel giorno fatale e il suo cuore era in preda a una penosa lotta, combattuto tra i vecchi e un po' indeboliti palpiti che ancora sentiva ricordando Ginetta e quelli più assidui e potenti che provava incontrando gli occhi di Claire. Quasi vinto, anche dalla nostalgia per il suo paese fu un giorno in procinto di acquistare il biglietto del treno, poi cambiò idea ma infine lo comprò davvero. La ragazza, quel giorno apparendo ancora più minuta, ma facendosi forza e cercando di non piangere, volle accompagnarlo alla stazione.
– Je veux te souvenir de toi... toujours... – aveva detto Claire. Al momento di salire sul predellino inaspettatamente alto Angelo non ce la fece a fare quel passo e non vi salì. La sua vita sarebbe così trascorsa per quaranta anni in una casa in pietra dorata a Oingt, un vicino paese del Beaujolas, tra vigneti e strette stradine antiche, facendo anche in quel posto il mestiere che aveva imparato a Potito. Quel biglietto mai obliterato fu incorniciato in un quadretto e il quadretto fu attaccato al muro di cucina. Non ebbero però figli, a quanto pare per il troppo stretto bacino della dolce ragazza.
Quarantacinque anni dopo, il giorno successivo al primo tentativo di colmare in qualche modo quel vuoto del quale si sentiva confusamente colpevole e vittima, Angelo scese dalla macchina parcheggiata non distante e si incamminò per tornare a quella porta. Da lontano intravide la figura di Ginetta, come al suo solito appoggiata allo stipite della porta socchiusa. Stavano venendo giù, rade, alcune grosse gocciole e lei si era messa un impermeabile da uomo che le arrivava fino ai piedi e un cappello di nylon a tesa larga calcato in testa. Il cielo era oscurato da nuvoloni neri e densi e nell'aria si sentiva già l'odore umido della polvere sollevata, il sentore del temporale imminente. L'uomo le passò davanti senza fermarsi e la guardò sottecchi. – E' lei... – pensò. Ne era sicuro ma ne fu anche sbigottito; poi fece marcia indietro e le ripassò ancora davanti. La donna non si accorse di nulla e mentre passava la seconda volta sentì una voce forte e sgraziata che veniva dall'interno: – Ginetta… Ginetta! Chiudi, vieni in casa... un tu lo vedi che piove... – In quel momento si scatenò il temporale; lei non si mosse, voleva ancora salutare qualcuno che stava passando e osservare la gente che correva per trovare un riparo. Lui corse alla macchina e, già un po' bagnato vi entrò dentro, chiuse la portiera e, ancora attonito vi rimase fermo a sedere: – E' lei... è lei... come è ridotta... –
A San Quirico, dove era tornato dopo due anni e poi in altre poche occasioni per sistemare i suoi affari – aveva ereditato un podere da uno zio quasi sconosciuto – gliel'avevano detto, ma non se la immaginava così e comunque non aveva mai avuto il coraggio di venire a trovarla. Adesso, quel poco di animo che si era fatto quella mattina per affrontare finalmente i fantasmi del suo passato gli stava venendo meno. Dopo un quarto d'ora il temporale finì di scrociare e, in pochissimo tempo una spera di sole si affacciò tra le nuvole sfilacciate e ancora gocciolanti.
Angelo uscì dall'automobile, deciso di assolvere all'impegno che aveva preso con se stesso. Ginetta non era più sulla porta così suonò al campanello convesso di ottone che nessuno da anni aveva pulito con il “Sidol”. Mentre aspettava che qualcuno aprisse notò che la dicitura, Giove Cesare e Ginetta era graziosa e in forma circolare. Finalmente sentì muoversi qualcosa dietro la porta. Un colpo secco, poi i passi lenti di lei. La porta si aprì. Stettero a guardarsi senza parole. Lui provò a sorridere ma non ne fu capace.
– Chi cerca? – chiese lei. La voce non era quella che ricordava, era la voce di un’altra persona. Angelo tirò un respiro. – Nessuno. – disse. – Mi scusi, ho sbagliato porta. – Ciaaao... – salutò lei sorridendo e socchiudendo piano piano la porta. L’uomo fece due passi indietro; il sole lentamente tornava a donare calore e luce e si accorse solo allora che le sue mani tremavano. Attraversò la strada e si fermò davanti alla mia bottega chiusa come avesse da guardare dentro attraverso la vetrata, dove il neon rimasto acceso mandava una luce bianca sui vetri impolverati. Restò lì impalato, per un po'.
Socchiusa la porta, Ginetta era rimasta ferma dietro lo stipite guardando con attenzione il pavimento, illuminato sia dalla chiazza di luce tremolante proveniente dalla lunetta, sia dalla lama di luce dello spiraglio rimasto aperto. Aveva sentito qualcosa nella voce dell’uomo, come un suono antico, piegato dentro un ricordo che non sapeva mettere al suo posto. Uscì di nuovo e guardò in su; il cielo si era rasserenato davvero e l’aria sapeva di ferro e di asfalto bagnato. Sull’altro lato della strada, Angelo aveva preso lentamente ad allontanarsi. – Ehi...– disse lei. L’uomo, al sentire la voce, si fermò e si voltò; poi, esitando un po' attraversò di nuovo la strada.
– Mi pare... mi pare di conoscerti... – disse Ginetta. Gli occhi acquosi e lucidi di cataratta gli scrutavano il viso come frugassero nel cassetto della memoria. Le pareva una sagoma già vista, forse in un sogno. Angelo abbassò lo sguardo. – Può darsi... – disse soltanto.
– Ehi... ma… sei Angelo? – disse ancora lei sgranando gli occhi. Con un istante di ritardo lui annuì, un gesto come in sospeso, dopo tanto tempo. Rimasero così, uno di fronte all’altra; un uomo anziano dai folti capelli bianchi e dalle spalle larghe e una donna dall'aspetto dimesso con un impermeabile troppo grande; tra l’odore dolciastro della pioggia e il rumore del traffico mattutino. Poi lei sorrise, con quel suo sorriso largo e scomposto. – Ehi... aspetta... – disse. – Ho una cosa... –
Entrò in casa, trascinando le ciabatte che aveva indossato. Cesare dormicchiava davanti alla televisione accesa, un vecchio film in bianco e nero su rete Quattro. Salì le scale di legno che portavano al solaio e accese la lampadina che ciondolava dal soffitto di travi, con un filo corto. Il baule era sempre lì, sotto un cumulo polveroso di tappeti vecchi ripiegati che, con fatica, fece scivolare in terra; non l'aveva mai aperto in tanti anni ma sapeva che cosa stava cercando. Aprirlo fu come rimettere le mani in un lontano mondo sbiadito, ma non provò emozione. – Ehi... accidenti... oh quanta polvere... – mormorò soltanto, tossendo. La lettera era ancora lì nel fondo, piegata e fragile come una foglia secca; la guardò, la mise in una tasca e poi la portò giù. Fuori, Angelo era ancora lì davanti con le mani in tasca e, a busto eretto guardava dall'altra parte attraverso il vetro opaco, il neon rimasto acceso dentro alla mia bottega. Provava un senso di sgomento e si chiedeva che cosa ci facesse lui in quel posto: – Mio Dio... non è più Ginetta... avevano ragione. –
La donna, che intanto si era tolta l'impermeabile e il cappello, e come al solito scaruffata con i capelli lunghi e giallastri che le coprivano mezzo viso, era uscita sulla porta porgendogli la lettera, senza dire nulla. Lui la prese, esitante. – L’ho scritta io... – mormorò Ginetta. – … tanto tempo fa... – L’uomo, in piedi sul marciapiede, aprì la busta; dentro le parole erano sbiadite dal tempo, e qua e là a piccole chiazze, l'inchiostro pareva stinto. Lesse sottovoce qualcosa, alzò la testa per qualche istante con gli occhi persi nel vuoto, poi continuò a leggere. Quelle parole, soprattutto quelle scolorite dalle lacrime di quarantacinque anni prima gli stavano facendo un effetto che non si aspettava. Turbato, mentre lei intanto si era distratta – stava guardando il temporale che se ne andava, scivolando via verso i “poggi di sotto” – la osservò; pareva impensabile che fosse proprio lei, la stessa che aveva scritto quelle cose.
Per un attimo, su quel piccolo pezzo di marciapiede, il tempo parve fermarsi; due persone, l’uomo tarchiato con gli occhi lucidi e con una lettera ingiallita in mano, la donna, una figura senza forme e singolarmente sciatta, e il rumore dell’acqua che ancora cadeva dalla grondaia accanto.
Poi Ginetta si rivolse verso quell'uomo che, come intuiva, aveva a che fare con il suo lontano vissuto: – Allora sei tornato... – disse piano. Angelo annuì di nuovo. Rimasero in silenzio. Poi lui sussurrò: – Se credi qualche volta torno... vengo a trovarti.... che dici? – Sì... grazie, grazie... – rispose lei, allargando la bocca in quella sua strana espressione. Poi si girò dalla parte di due passanti morettini di pelle che chiacchieravano in una lingua sconosciuta, gratificando anche loro del suo insolito sorriso.
In fondo alla strada passava il camion dell'Alia, con i vetri anteriori che riflettevano un lampo di luce solare. – Uh mamma! mi sono scordata di mettere la plastica... Cesare!... Cesare!... – gridò Ginetta entrando in casa ciabattando. L'aria si era raffrescata ma il sole adesso era tornato padrone del cielo. Angelo ripiegò la lettera, la mise in tasca e si incamminò verso la macchina. La giornata si presentava bella e serena.
L’antico artigiano delle figurine di gesso ritornò una prima volta dopo circa due mesi e mezzo con un pacchettino in mano. Suonò al campanello di Ginetta che lo riconobbe subito, lo fece entrare e lo fece accomodare in salotto dove conobbe Cesare. Ne uscì dopo circa venti minuti con il sapore del vin santo sulle labbra; poi si affacciò da me e si fece fare i capelli.
Quel rituale, compreso il taglio dei capelli, si è ripetuto almeno due volte l’anno fino ad oggi e una di queste volte Angelo è venuto accompagnato da Claire, oggi anziana anche lei e ancora più minuta, ma dagli occhi intelligenti. E ogni volta Angelo mi ha raccontato un pezzettino di questa storia. Ginetta è ancora lì, affacciata alla porta, scaruffata con quei suoi capelli lunghi e giallastri che le coprono mezzo viso, mentre saluta i passanti, tutti, ad uno ad uno. Cantilenando, sorridente e bonaria guarda la gente con i suoi piccoli occhi, chiari e acquosi.
– fine –