9-L'ANNODINO - Sergio, Bruno, Giannina

Bruno abita ormai in Bailloni da ventott'anni e, a parte i cinesi che lo ignorano, da quei pochi pratesi rimasti è conosciuto ancora come l’annodino. Lui ha sempre fatto “l'annodino e il rincorsino” (*1) guadagnandosi, nella sua vita precedente – per la sveltezza delle sue mani – una sorta di fama operaia con il soprannome di “mano lesta”. Era davvero così svelto che i tessitori degli “stanzoni” vicini prendevano una pausa per guardarlo lavorare. Quando abitava ancora a San Piero Agliana e i telai battevano forte, lui era un uomo tranquillo e faceva quel lavoro per conto terzi. Bruno era una persona precisa la cui vita scorreva al ritmo costante del battito delle spole – la colonna sonora di quei tempi – proveniente dai tanti laboratori di tessitura. Amava la pulizia, appendeva i suoi attrezzi da lavoro su pannelli al muro in modo maniacale, rispondeva con precisione alle consegne richieste. Nonostante l'avvento – già di vent’anni prima – delle annodatrici e rincorsatrici automatiche, veniva chiamato quando si trattava di lavorare certi orditi fini che “facevano le groviglie” (*2) o al contrario, per le “tele di filato grosso” (*3) che Bruno sbrigava in quattro e quattr'otto, facendo apparire farraginoso e costoso l'uso di quelle macchine.
Ma un giorno fu vittima di una maldicenza; dissero che avesse messo le sue mani svelte e anche qualcos'altro sulla figliola di un vicino di casa di nome Fosco – anche lui tessitore con dodici telai “Smith” – da cui andava ad annodare gli orditi di “tweed” o di “panno”. Quella vicenda, della quale lui si dichiarò subito estraneo – infatti ne fu poi assolto – gli restò appiccicata addosso come una seconda pelle fin quando rimase ad abitare in quel paese. Di sicuro, della ragazzina quattordicenne affetta da sindrome di Down, qualcuno aveva approfittato, perché sette mesi e mezzo dopo la presunta violenza carnale nacque prematuro ma sano, un maschietto.
L’uomo, di quella vicenda ne rimase profondamente scosso. Si era davvero affezionato alla Giannina che stava volentieri a vederlo lavorare nello “stanzone”(*4) del suo babbo e che lo considerava quasi come un altro babbo. La bambina – il suo sviluppo mentale era ancora infantile – andava silenziosa ad abbracciarlo e Bruno, che era seduto su una tavoletta tra il subbio e i licci – quella tavoletta di legno se la portava sempre con sé quando lo chiamavano in giro per annodare – non si lamentava. Interrompeva con pazienza il suo lavoro e rispondeva agli abbracci e alle domande. Fino a che inaspettatamente, un giorno Fosco lo accolse furioso e con le lacrime agli occhi: – Sei un maiale!... sei un sudicio... ti sei approfittato della mia povera Giannina.... fuori... fuori di qui!.... non la passerai liscia... –
Bruno fu sottoposto a processo e passò mesi d'inferno; la gente mormorava e quando lui passava da piazza Antonio Gramsci – era conosciuto da tutti – veniva additato con sguardi sospettosi e accusatori. I giornali locali parlarono di "fiducia tradita". Nel corso del dibattimento, quando si poterono finalmente confrontare i DNA dopo il parto – in quegli anni il confronto della macromolecola biologica con le sue informazioni genetiche era già utilizzato in campo forense – arrivò l'inoppugnabile sentenza di assoluzione; ma il clima di sospetto non cambiò molto intorno a lui. La stessa gente ormai si era fatta quell'idea, e non si convinceva che “mano lesta” non c'entrasse per niente; tutti sapevano della sua quotidiana frequentazione nel magazzino di Fosco e della singolare confidenza che aveva con la ragazzina Down.
D'altra parte Giannina, che salutava tutti e sorrideva a tutti, usciva raramente da casa e sempre con la mamma, e per il catechismo la signorina Berta, un'anziana catechista, veniva a prenderla a casa e ce la riportava. In casa era coccolata dai genitori – avevano pianto alla notizia del doppio cromosoma, ma adesso l'adoravano – e il fratello maggiore, casomai fosse stato anche lui da sospettare, in quel periodo stava facendo il servizio militare. Rimase un mistero; Gianna non seppe spiegare nulla di quanto le fosse successo e il bambino – dopo pochi mesi aveva ripreso il peso giusto – fu accolto dalla matura coppia come un terzo figliolo.
Bruno era stato scagionato, ma il danno era fatto. La reputazione, costruita in tanti anni di onesto lavoro, era in frantumi. Il giorno della sentenza, tornando nel suo “stanzone” non trovò il sollievo che si era immaginato; l'umiliazione non era svanita. Ogni volta che chiudeva gli occhi, sentiva il bisbiglio della gente, vedeva o immaginava le dita puntate; la vergogna ingiustamente subita si stava trasformando, dentro di lui, in un veleno sottile. Bruno non annodò più le tele di Fosco; con incredula malinconia girò alla larga da quello “stanzone”, eppure avrebbe rivisto volentieri Giannina e la sua minuscola creatura. Pensò che la neo mamma, bambina anch’essa, con cui aveva sempre avuto uno speciale rapporto di affetto, proprio a lui avrebbe potuto dire qualcosa di ciò che le era capitato e che non avrebbe detto ad altri; ma non si azzardò mai ad avvicinarsene. Il suo laboratorio tessile divenne una sorta di prigione; ne abbassò le serrande e chiuse il portone fatto di ferro e di spesso vetro, riducendosi a parlare solo con i telai, gli unici interlocutori che non lo avevano giudicato. Il vicino che lo conosceva meglio degli altri e che non riusciva a credere alle voci che ancora non cessavano di infierire su di lui, inizialmente preoccupato lo cercò, ma poi smise di bussare. Dopo meno di un anno, rimasto solo per la morte di entrambi i genitori ed essendo ancora celibe a quarant'anni, un giorno pensò fosse meglio cambiare aria; un'aria che lì, dove ognuno conosceva tutto di tutti, era diventata irrespirabile. Intuendo che in quel modo si sarebbe ammalato – era già diventato molto magro, avendo perso del tutto l'appetito – decise di cambiare abitazione. Doveva essere un posto di telai e di pezze, perché lui non sapeva fare altro che “annodare e rincorsare". L'uomo venne a vivere da solo in una casa, già allora non nelle migliori condizioni, situata all'angolo di un cortile di via Strozzi, vicino alla Croce di Bailloni. Si era portato con sé i quattro telai “Nebiolo” che ha tenuto spesso fermi, e ha continuato a fare l'annodino e il rincorsino, anche se negli ultimi anni hanno richiesto le sue prestazioni sempre meno. Prato stava e sta passando una brutta crisi di lavoro sempre più rarefatto e poco remunerativo, sicché adesso non gli è rimasto che qualche “tessitore a campioni” di quelli che ancora “fanno la roba grossa”.
Per molti anni è apparso alla gente come un uomo solitario e dimesso, un uomo di poche ambizioni e presumibilmente senza eccessivi problemi esistenziali. Al contrario, in cuor suo era sempre assillato da certi suoi pensieri che metteva in fila l’uno dietro l’altro. Camminando parlava spesso tra sé; e mentre camminava muoveva in continuazione le mani contorcendole come avesse da fare ancora quei nodi che aveva fatto per tutta la vita. Io che abitavo – ma vi abito tuttora – vicino a lui, in una palazzina a cinquanta metri dalla Croce, lo incrociavo ogni tanto; così, saltuariamente ci scambiavamo qualche saluto con un cenno della testa. Sapevo qualcosa, ma poco, di quella sua ormai lontana vicenda dalla quale, peraltro, era uscito pulito dal punto di vista giudiziario, ma che gli era rimasta come un'ossessione. Nel suo immaginario, con gli anni, invece di sbiadirsi aumentava di colore, e invece di apparirgli lontana, pareva ingrossarsi; proprio come i palloncini colorati della Fiera di via Marconi, quando venivano gonfiati con l'elio.
Era una notte ancora estiva di inizio settembre e Bruno cercava di dormire a finestra spalancata. Non riusciva a prendere sonno e, sapendo che la “Fiera”(*7) era cominciata decise che il giorno seguente vi sarebbe andato; pensò che un po’ di distrazione gli avrebbe giovato per il suo sonno inquieto. La sera seguente, alla luce di un giorno che stava declinando ma ancora carica di colori caldi e morbidi, attraversata piazza Ciardi, si era immesso con la sua vecchia bici nera sulla ciclabile che costeggia il Bisenzio e da lì, in poco tempo, aveva raggiunto la “Fiera”.
Prese a camminare tra quelle giostre e tra i vari baracconi di divertimenti ma vedeva in giro pochi adulti e poche famiglie. C’erano invece tanti ragazzini e ragazzine che trovò insopportabili per le loro posture, per gli abbigliamenti e per i loro capelli tutti uguali, tutti ugualmente noiosi. Così, insoddisfatto anche di quella confusione cominciò presto a pensare alla strada del ritorno; ma prima di andarsene passò davanti all'otto volante. Non se lo ricordava bene e lo trovò la cosa più affascinante di tutta la Fiera, così vi si fermò davanti, come impalato.
D’un tratto gli parve che tutte quelle voci, quei suoni, quelle musiche si zittissero, tutte insieme. In quel silenzio assurdo riprese allora a camminare cominciando, come gli succedeva da un bel pezzo, borbottando parole indefinite, a muovere le mani e a contorcerle come avesse da fare ancora quei nodi che aveva fatto per tutta la vita. Non avrebbe saputo dire per quanto tempo continuò quell'assenza di suoni e di voci, ma quando tornò in sé si trovò attorniato da sette, otto ragazzacci con i ciuffi tutti uguali che ridendo lo sbeffeggiavano, facendogli il verso con le mani; per poi, pochi attimi dopo, disperdersi veloci come topi. Quel fatto di essere stato deriso non gli piacque; scosse il capo ma poi, presto, se lo dimenticò.
Era intanto quasi arrivato al parcheggio delle biciclette ma fu contento, poco avanti, di trovare un venditore di palloncini. – Per i nipoti… – mormorò al magrebino a cui ne chiese tre non sapendo ancora perché avesse inventato quella bugia. Il palloncino rosa, fatti pochi passi, lo dette subito a una bambina paffuta che, accompagnata per la mano dalla nonna, lo stava guardando ammirata. Non era ancora grande come la Giannina di ventott'anni fa, ma era proprio a lei a cui aveva pensato porgendole il primo palloncino. – Che fine avrà fatto? – mormorò tra sé. Degli altri due, che al ritorno aveva legati al manubrio della bicicletta, uno, quello bianco, una volta entrato in casa lo aveva legato alla sedia del salotto; l'altro, quello rosso, arrivato in camera sua, lo aveva liberato lasciandolo galleggiare fino al soffitto. Fu svegliato in piena notte da uno scoppio; il palloncino rosso era entrato in contatto con un spezzone di filo di rame che sporgeva dal soffitto, accanto alla lampada centrale. Non riuscì più ad addormentarsi, almeno fino all'alba, così prese a frugare nel passato; in quel passato lontano ma ancora presente.
Quel martedì mattina di novembre non l'avrebbe più dimenticato. Due carabinieri in borghese erano entrati nel suo “stanzoncino”, non per chiedergli di “annodare una tela” ma per accusarlo di un delitto. Da quel momento era cominciata la sua seconda vita, per alcuni mesi un periodo infernale e poi per lunghi anni semplicemente grigia, informe, inquieta.
In Bailloni aveva sperato di essere abbastanza lontano dai suoi fantasmi, ma si era illuso. Dopo essersi ambientato, anche in via Strozzi quei ricordi cominciarono di nuovo ad assalirlo, diventando ancor più una sottile malattia. Scoprì che la prigione più stretta non era quella delle pareti domestiche, ma quella della dignità ferita per la quale non riusciva a perdonare il mondo per aver dubitato di lui.
Qualche volta, per lenire le sue ferite, avrebbe avuto anche voglia di piangere, ma il pianto non gli era mai venuto. Prese a rispondere raramente al telefono o al bussare della porta e, col tempo, cessò persino di guardarsi allo specchio, risvegliando i sensi solo quando aveva da interloquire a causa del lavoro, dovendo almeno campare. Aveva anche sentito, in un certo periodo della sua vita, una così diversa percezione di sé – gli era parso perfino di guardarsi dall’esterno, come staccato dal proprio corpo – da pensare a volte di essere diventato invisibile e che il dolore, in quel modo, non lo avrebbe più trovato. Ma infine – quasi sull’orlo dell’irreparabile – aveva scoperto in se stesso la forza di reagire, pur continuando a sentirsi come punto da lacerazioni interiori che non riusciva completamente ad alleviare.
Il mattino seguente Bruno uscì prima del solito. Aveva dormito poco; si fermò davanti alla Croce di Bailloni come trasognato; il caldo del sole settembrino si faceva già sentire. Anch’io di buon’ora ero lì addossato al muro con una scarpa appoggiata all’indietro – aspettavo Fiorenzo per fare la “girata” del lunedì – e stavo fumando.
– Sei già in piedi... — gli dissi. Bruno annuì senza dir nulla. – Bruno, ma ti sei visto allo specchio stamani?… sei in uno stato pietoso… – Lui accennò a un sorriso. Ero tra quei pochi che faceva qualche parola con l’annodino anzi, forse l’unico davvero in grado di farci qualche battuta, anche se veniva a farsi i capelli sì e no, tre volte l’anno. – Senti, non importa che mi paghi… mi basta la soddisfazione. – Ti contenti di poco, Sergio. – ribatté dandomi uno sguardo di sfuggita, uno sguardo però sul filo dell’ironia. – Domani alle dieci e mezzo ho un posto libero, se vieni ti sistemo un po’… così poi la sera vai a ballare… – insistei sorridendo. Bruno fece un gesto con il capo, come ad annuire; poi si riscosse ricordandosi del motivo per cui era uscito; doveva comprare il pane, lui non riusciva a mangiare senza il pane fresco del Fogacci.
Al ritorno, dopo aver posato la spesa sul tavolo di cucina scese nel suo piccolo magazzino dove aveva una “tela” del Morganti da annodare e poi da tessere. Tra il subbio e i licci c’era la sua vecchia tavoletta. Non aveva nessun valore ma lui l'aveva portata con sé a Prato, tanti anni fa, insieme ai vecchi telai Nebiolo (*5). In seguito aveva cambiato i telai – l'ultima rata l'aveva saldata da non molto – ma la tavoletta era ancora quella; faceva parte della sua storia. La prese in mano, la guardò e la pulì sommariamente con una “penerata” (*6). Infine la rimise al suo posto, saltò il subbio pieno dell’ordito, prima con una gamba e poi con l'altra e vi si sedette. Dopo aver preparato i due orditi, quello della “tela” finita e quello nuovo da annodare, le mani cominciarono a muoversi come per volontà propria, veloci, quando sentì bussare – dal rumore lieve quelle nocche potevano essere state quelle di un bambino – al vetro del pesante portone appena socchiuso.
Si affacciò un viso paffuto di donna: – Bruno? – chiese. La voce era lenta, un po’ incerta. L'uomo annuì e la donna, una donna di bassa statura dall'espressione particolare, si fece avanti. Era accompagnata da un uomo giovane, robusto e più disinvolto. La donna aveva occhi lunghi e obliqui e i capelli tirati all’indietro fermati da un cerchietto nero. Sorridendo felice allargò la sua bocca piccola, poi allungò la mano tozza e paffuta verso l'annodino che a quel punto tese la sua.
– Ti ricordi di me? – Bruno sentì qualcosa nello stomaco. – Giannina? – Lei annuì. Sembrava contenta che avesse indovinato. – Questo è il mio bambino. – disse indicando il giovane, il quale pareva come intento a guardarsi intorno. Questi, annusando il forte afrore d'olio consumato osservava i telai, le pareti addobbate degli arnesi, le mani del tessitore che intanto avevano preso a muoversi da sé. Poi, dopo un po’, fece un mezzo cenno con la testa verso la donna: – E' da tanto che la mamma voleva incontrarti... – disse, guardando Bruno. Per qualche istante di silenzio nessuno parlò. Anche Giannina guardava le mani di Bruno; allora gliene prese una tra le sue grassocce, tenendola in quel modo per un po’. – Non sei stato tu... – gli sussurrò. – … lo so. – Bruno non disse niente, ma era emozionato e sorpreso; aveva il cuore che batteva a mille.
Il giovane si era accostato al telaio. Toccò un mazzettino di fili. – Il nonno diceva che sei molto bravo in questo lavoro... – Poi si voltò dalla parte della donna: – Mamma... dobbiamo andare ora... – Bruno, hai visto com'è bravo e bello il mi figliolo, eh?. – Giannina sembrava ignorare il richiamo del figlio e continuò a dire qualcosa; parlava impacciata mostrando a tratti la piccola lingua, ma era raggiante e cercava di comunicare la propria felicità con delle parole spezzate. Guardò prima l’uno e poi l'altro continuando a sorridere e senza decidere di staccarsi dal telaio. Infine entrambi fecero come per congedarsi ma Bruno con un balzo, sollevandosi sulle braccia, uscì dalla sua postazione.
– Aspettate un momento... – disse. In un baleno corse su in casa e quando tornò aveva con sé il palloncino bianco. – Tieni... è tuo... – disse alla donna stupita che prima lo guardò, poi allungò la mano senza dire niente. Mentre loro, andandosene, attraversavano il cortile, Bruno rimase sulla porta. Li vide scomparire dietro l'angolo e con loro il palloncino bianco legato al polso di Giannina, che galleggiava per aria. Chiudendo il portone si guardò le mani e vide che erano rimaste ferme; come avessero terminato di annodare un qualcosa di prezioso e risolutivo, il filo della propria esistenza. Posso raccontare tutto questo perché lui stesso me lo ha raccontato, non tutto in una volta. La mattina seguente Bruno era venuto davvero in bottega e m’accorsi subito che c’era qualcosa di nuovo. Aveva un viso diverso, aveva gli occhi diversi. Quella notte aveva finalmente pianto, di un pianto medicamentoso e non gli interessavano i suoi capelli; voleva solo condividere il suo sentire. L’aver rivisto finalmente Giannina, l’averla sentita dire: – Non sei stato tu… lo so. – era stato come lo scatto – forse irrazionale – di una molla profonda che comunque lo stava riconciliando con se stesso.
Tornò anche il giorno dopo e si fece fare un bel taglio di capelli.
Da allora non fa mai trascorrere più di un mese senza farsi i capelli; i suoi ormai bianchi ma ancora folti e ondulati. – fine –
P.S.
(*1) annodini e rincorsi : Mestieri tessili per la preparazione dell’ordito sul telaio. -
(*2) groviglie” : tratti di filo nervoso formati da una sorta di nodo multiplo che poi si rompe. -
(*3) tele di filato grosso” : grossi rotoli di ordito formato di filo cardato -
(*4) Stanzone : Tipico magazzino contenente una tessitura artigianale. -
(*5) Nebiolo : Un vecchio tipo di telaio ancora a spole -
(*6) penerata : scarto consistente formato da un gruppo di filato greggio d’ordito -
(*7) Fiera; con questo nome si indica popolarmente il luna-park allestito in concomitanza della vera e antica Fiera di Prato, festa civile e religiosa.