LA MAESTRA

3-LA MAESTRA  – Guido, Dora, Piera, Laura, Ernesto, Sergio –

11

Una giornata di sole invernale e una bella “girata” che avrebbe ben disposto chiunque, anche la persona più ombrosa. Prima lungo l'argine del Bisenzio fino al posticino di Santa Lucia su cui, attraversandolo, mi fermai nel mezzo, per guardare dalla parte della Villa del Palco lo scorrere del fiume solcato da germani reali e da papere tranquille. Quando ci passo mi fermo sempre nel mezzo e guardo sempre dalla stessa parte. Da lì ero salito su a Carteano, un posto antico di origine romana che mi è sempre piaciuto. La prima volta tanti anni fa, c’ero stato con Dora e il bambino piccino di sua sorella che glielo affidava quando era di turno all’ospedale; un bambino che adesso viveva solo nei ricordi. Nelle sere d'estate ci arrivavamo con la cinquecento blu, la mia prima macchina, dalla parte di Filettole e, contenti di quel poco, ci si appollaiava nella frescura accanto ai lavatoi presso una polla, un'antica fonte cisterna collegata da secoli all'acquedotto. Era anche un ricordo di dolore, perché Leonardino morì un anno dopo a causa di una malformazione cardiaca; se lo scorrere del fiume è, come si dice la metafora della vita, quella di Leonardo era stata un ruscellino gorgogliante e subito ingoiato da qualche buio anfratto. Dora invece non riuscì mai a rimanere in stato interessante e quel fatto, per entrambi, rimase sempre come un'ombra, soprattutto per lei.

Da Carteano a Filettole la strada si snoda a saliscendi addossata alle prime pendici della Retaia e, a valle, si affaccia sui campi a terrazza, alcuni coltivati, altri brucati da gruppetti di pecore pensose. Dal Logli – incurante del “baco della tenia” – mi ero fatto fare fare un ricco panino con salsiccia cruda e poi, sceso dalla Villa del Palco, avevo costeggiato il fiume sulla ciclabile dalla parte del “Cantiere”, attraversando infine di nuovo il Bisenzio dalla Passerella; il passarci sopra – il ponte è magro ed elegante – mi aveva messo ancor più di buon umore. 

Poi via San Giorgio, il “Canto alle tre gore”, piazza del Duomo – non senza aver dato una sbirciatina al nido scolpito di Donatello – infine, invece di dirigermi in via San Fabiano dove abito, dopo aver preso per via Muzzi e raggiunta piazza san Domenico, avevo infine percorso lo stretto Corso Savonarola per arrivare a San Niccolò, dove avevo scoperto da non molto il “barrino” sull'angolo. Mi piaceva mettermi a sedere proprio lì davanti, all'unico tavolino disponibile. Anche quel giorno lo occupai lesto dopo avere preso dal bancone una birra piccola; ero “un po' stanchino” pensai – ricordandomi  di un film che avevo rivisto di recente – e a casa non mi aspettava nessuno. 

Dopo una mezz’ora o poco più stavo per andarmene quando, da lontano sentii suonare la campanella delle vicine scuole Cesare Guasti. Avevo fatto le scuole elementari proprio lì, ormai tanto tempo fa e mi ricordai, sia pure in modo vago, di quando, da quella vetrata metallica ero entrato io per la prima volta. Non rammento se in quell'occasione versai qualche lacrima vedendo la mamma andarsene. ma mi immagino di aver provato un filo di nostalgia per l’estate appena trascorsa; tra campi e filari di viti che allora esistevano ancora, non lontano da via Cavour dove abbiamo abitato fin quando cominciai le scuole medie. Ricordo però il grembiule; un grembiule fresco di bucato, ben stirato, nero, con il colletto bianco e un grosso fiocco azzurro che mi stava sempre un po’ storto. Il grembiule che mi dava importanza, che dimostrava di essere entrato a scuola e che ero diventato grande. Allora c'erano i banchi di legno, le lavagne d'ardesia e le penne con il pennino da inzuppare nell'inchiostro. In quella classe, almeno negli ultimi anni – dei primi due non rammento quasi nulla – c'erano più bambine che maschi e tra le femmine ce n'era una di cui mi ero innamorato. – Un amore bambino che svanì presto... –  sussurrai quella mattina con un pelo di nostalgia. Quel ricordo mi strappò una risata improvvisa che attirò l'attenzione di una mamma in ritardo che, proveniente dal vecchio ospedale, stava correndo verso la scuola. –  La giovane mamma era veramente bella e quell’attenzione, pur casuale – o scaturita da un subitaneo sospetto di demenza senile – stimolò per un istante la mia sopravvissuta vanità; ero e sono ancora un vecchio presentabile con tanti capelli bianchi, lunghi e ancora mossi. 

– Sono sempre stato facile all'innamoramento... – pensai. Si chiamava Lia, una bambina del primo banco che cercava fin da allora di primeggiare. In seguito, quella bambina pian piano diventò antipatica, anche perché io non brillavo e una volta Lia mi ferì nell’orgoglio asserendo io che fossi “ciuco”. Penso che anche per un bambino il sapere sia una forma di potere. Sono stato impegnato per qualche anno nel partito e certe cose le ho imparate; Don Milani diceva che lo studio è emancipazione, ma può anche pontare la testa. 

Mi venne voglia di alzarmi per assistere da vicino all'uscita dei ragazzini; il tempo era bello, non avevo fame grazie al panino con la salsiccia, così abbandonai la mia postazione, attraversai la strada e mi fermai davanti all'ex convento di Santa Caterina, di fronte alla scuola, appoggiato allo stipite del portone. Alzai lo sguardo cercando la mia vecchia aula che era al secondo piano e a cui si accedeva, ricordo, da un’ampia scala da fare tutta di corsa. D’altra parte nelle mie gambine magre c’era parecchia energia da smaltire. In quinta ero ancora indietro come sviluppo e piccolo di statura, e se ne lamentava mamma Ida: – Bah... gli è un po’ piccino... però mangia... certe fette di pane e olio... si starà a vedere... – diceva, come ebbe a raccontarmi in seguito tante volte. La mattina, accompagnandomi con lo sguardo mentre uscivo per andare a scuola mi mangiava con gli occhi: – Però gli è bellino... e bono... – diceva. Poi, con un sorrisino di intima soddisfazione e ad occhi socchiusi per rattenersene meglio l’immagine – mi sembra ancora di vederla – la donna chiudeva la porta, faceva qualche breve faccenda e usciva svelta per dare il cambio ai telai di mio fratello, il figliolo maggiore, più grande di me di dodici anni. I telai ce l'aveva in fondo a via Strozzi, in “Bailloni” ed io ogni tanto, senza entusiasmo, andavo da lui a “fare i cannelli”. Al ritorno dalle Cesare Guasti dopo avermi condotto quasi per mano, Piera, mia sorella, lavava, stirava, faceva da mangiare, e si occupava all’occorrenza di me, come una seconda mamma; ed era bella, bionda e di gamba lunga. Era da molto tempo che non pensavo a mia sorella; le avevo voluto molto bene, ma adesso non andavo quasi mai a trovarla alla Misericordia; non mi piaceva andare al cimitero, mi metteva tristezza, ma decisi che l'indomani ci sarei andato. 

Mi riscossi da quei ragionamenti vedendo uscire lo sciame dei bambini più piccoli, quelli di prima e di seconda, accolti da mamme e nonni. – Quanti bambini con gli occhi a mandorla... – mormorai. – .. e anche tanti di quelli marroncini... non pare davvero d'essere a Prato, almeno quella di una volta. – Poi dalla scuola vidi uscire i ragazzini più grandi e infine, sgranati, gli insegnanti; alcuni frettolosi, altri senza fretta che chiacchieravano a due a due, tra cui una giovane maestra solitaria, piccolina di statura e dal viso piacevole che, attraversata la strada, si era fermata proprio vicino a me, per salutare una mamma e un piccolo alunno. 

Mi sembrò allora di rivedere e di risentire la voce della mia maestra, una ragazza magra e non alta di statura ma graziosa, che insegnava con passione. Anche di lei, di quella maestra arrivata a metà anno durante la terza ne fui subito innamorato – molto più di quanto ne fossi o ne fossi stato stato per Lia, passione a quel punto già consumata e andata nell'oblio – e stavo molto attento alle sue spiegazioni. Una mattina – ma questo all'inizio della quinta – la maestra aveva letto in classe “Il romanzo di Cipollino” di Gianni Rodari; e di quella storia fantastica, appoggiato al portone del convento, me ne ricordai d’un tratto la gran parte, come ricordai anche che Piera a casa me l’avesse riletta varie volte per farmi contento. – Oh quant'anni son passati?... poveramme! – esclamai sottovoce. Era un romanzo per bambini ambientato in un mondo di frutta e verdura antropomorfe dove il giovane Cipollino lottava contro il tirannico Limone e il Cavalier Pomodoro a favore degli altri ortaggi, una storia che celebrava valori come l'astuzia, l'amicizia e la solidarietà. Quella maestra si chiamava Laura Caciolli e lasciò un segno indelebile nel mio cuore bambino. –  E’ buona... e poi è bella e brava. – avevo raccontato a Piera facendola sorridere. A casa non potevo fare a meno di parlare di lei, e mio fratello Ernesto mi prendeva in giro per farmi arrabbiare. – Ma quale bella, la tua maestra – mi diceva – è bruttissima, è cattiva e ha il muso da cavallo. – Ed io gli rispondevo: – No, no, è bellissima e buona, è la maestra più bella del mondo. – Ernesto ci prendeva gusto e insisteva fino a farmi piangere e a quel punto interveniva la mamma: – Sì, è vero, la tua maestra è la più bella del mondo... e te smettila... – e dava uno scappellotto e un’occhiataccia al maggiore. Continuai ad esserne innamorato anche dopo la fine della scuola elementare.
La prima media mi aprì un mondo nuovo; l’andar la mattina a scuola da solo fino in via del Seminario, mi sembrò l’inizio di una vita nuova e affascinante. Il tragitto da via Strozzi alle “Convenevoli da Prato” non era brevissimo, e quella cosa – poiché la mamma si fidava – mi fece crescere in autostima. Pare incredibile, ma ho ancora nel naso l'odore dei “nicci” che la Turi Adalgisa – così si chiamava quella vecchia – vendeva in via del Gelsomino, il vicolo davanti alla scuola. La Turi, che vendeva persino lupini, semi, carrube era anche bersaglio di scherzi da parte dei più grandi i quali, fingendo di “fregare” qualcuna di quelle merci esposte sulla porta per poi scappare, costringevano la povera donna, sicura di essere stata derubata, a correr loro dietro ma senza mai poterli acchiappare. A quel tempo ci eravamo già trasferiti in via Strozzi, in “Bailloni” – al posto di quelle case c'è adesso uno squallido palazzo abitato da cinesi – vicino allo “stanzone” dei telai di mio fratello. Ma anche durante le scuole medie non dimenticai la mia maestra, e ogni tanto allungavo la strada del ritorno per passare davanti alle vecchie scuole elementari, sperando di rivederla; cosa che successe raramente perché gli orari erano diversi, ma in quelle rare occasioni la maestra mi fermava e mi salutava con affetto. Una volta lei mi dette un bacio sulla guancia e quel gesto fu determinante. Decisi che un giorno l'avrei sposata; non ne avevo alcun dubbio. Negli anni quella solenne decisione vacillò per la comparsa di nuove e coetanee amicizie dagli occhi grandi e sognanti, ma senza mai estinguersi del tutto. 

In prima liceo – stavo facendo il Classico al Cicognini – mi capitò un giorno di rivedere alcune vecchie foto delle elementari e mi resi conto conto che la maestra non era proprio bellissima come avevo sempre ricordato. Adesso, con lo sguardo di diciassettenne ormai avvezzo ad accarezzare con gli occhi le attuali compagne di classe, trovai il suo viso allungato  –  non che fosse brutto come, volendolo spregiare, diceva a suo tempo Ernesto – e che gli occhi di lei non fossero poi così dolci; tuttavia non la vedevo da tempo e pensai che mi sarebbe ugualmente piaciuto rivederla. Un sabato mattina di due anni dopo – mancava poco agli esami di maturità – la incontrai per strada; lei, ancora insegnante nella vecchia scuola, stava venendo da via Santa Caterina; io stavo tornando a casa da Piazza del Collegio con il “Motom” spento che conducevo a mano perché avevo bucato. Era da anni che non la rivedevo; mi riconobbe subito e mi chiamò: – Guido!... come va, so che te la cavi bene con il greco e il latino... bravo. – Non so che cosa mi successe in quel momento, ma per me fu un colpo... – 

Appoggiato al portone di Santa Caterina stavo dunque pensando a quel lontano incontro, parlottando tra me e rivivendo – come fosse stato ieri – quel tumulto del cuore di sessanta anni prima: – Non mi chiesi neppure, lì per lì, come facesse a sapere che andavo bene a greco e latino e…  non pensavo di esserne ancora innamorato... – Lei era ancora più graziosa di come me la ricordavo, più donna ed io a meno di vent’anni ero da tempo in grado di apprezzarne anche le forme. Un apprezzamento che si sommava a tutto ciò che di buono, come i semplici valori di quelle storie, trasmessi dalla maestra Laura. Io ero un giovane uomo fatto, con la prima barba tagliata, i capelli lunghi alla Beatles come andavano allora; di bell'aspetto. Lei non ancora trentenne, con la frangia alla moda e i capelli corvini tenuti da una fascia verde smeraldo, verdi come i suoi occhi; si era appena arrotondata di forme guadagnandone in femminilità, ed era in minigonna, non vertiginosa ma quel tanto da non passare inosservata. – Aveva due gambe da urlo e rimasi come un bischero... ne fui imbarazzatissimo – ricordai, insieme al fatto che, lì per lì – con il viso in fiamme – non avessi saputo dire una parola. Chiamarla signora maestra mi era parso fuori luogo e invece di quel poco che avrei voluto dire, farfugliai miseramente. Nondimeno, quell'impatto fu niente in confronto all'effetto che mi avrebbe fatto ciò che aggiunse poi la maestra. Mentre ci davamo la mano come si fa tra adulti quali entrambi eravamo, lei disse: – Me l'ha detto Ernesto, sai... lui mi parla spesso di te... ti vuole bene. – All'inizio non capii o non volli capire, poi realizzai tutto in un baleno. Lei mi disse che si frequentavano da tempo e che presto si sarebbero sposati; io dopo aver balbettato qualcosa ripresi il controllo e dissi di esserne contento. Salutandoci lei mi abbracciò, anzi mi sfiorò, contraccambiato da me con una certa freddezza, anche con un bacio sulle guance. Non sapevo se essere più stupito o deluso o anche un po’ divertito  – Con Ernesto!... chi l'avrebbe mai immaginato… – mormorai mentre mi allontanavo dal portone; ormai ero lì da più di mezz'ora, dalla scuola non usciva più nessuno e la fame si faceva di nuovo sentire. 

Percorrendo di nuovo Corso Savonarola per tornare a casa considerai anche che dopo gli esami di stato mi ero fermato con gli studi; in famiglia, una famiglia di operai e tessitori, non avrebbero potuto sostenermi oltre con l’università. Non me ne sono mai lamentato, men che meno oggi che sono sulla soglia dei settantotto anni. Penso che il fiume della vita, proprio come il Bisenzio che nasce lontano dalla confluenza di due torrenti e che vedo tante volte scorrere via dal ponticino di Santa Lucia, scorra anch’esso inarrestabile. E come il fiume la vita inizia affrontando ostacoli, accelera, rallenta a volte placido, scorre in tratti tumultuosi, attraversa valli piane e gole rocciose e infine si getta nell’oceano dell’infinito. Anche la mia ha avuto i suoi tratti tumultuosi, le sue piene gonfiate da brutti temporali, ma non ho grandi rimpianti; ho avuto una vita abbastanza buona, a parte la morte prematura di Dora, la scomparsa del piccolo Leonardo e la dolorosa assenza di figli. Ma ho conosciuto l’amore di una donna vera e mi è toccato anche un buon lavoro, un lavoro di responsabilità come funzionario comunale. Tornando a quegli anni pensai anche – come lo pensavo allora – di non aver mai veramente legato con mio fratello, era troppo più grande di me e non gliene facevo una colpa. Anzi mentre facevo già il liceo avevo saputo che era stato lui a volere che continuassi a studiare dopo la scuola dell'obbligo ed io non l'avevo mai veramente ringraziato. C'era una sorta di pudore nella mia famiglia riguardo ai sentimenti, che non venivano facilmente manifestati. – Te…  fai il tuo dovere, al resto non ci pensare... contano più i fatti che le parole... – era fatta di questi insegnamenti l'aria di quella casa che io e prima di me Ernesto e Piera avevamo respirato fin da piccoli.

Nondimeno, quella mattina di tanti anni fa, mentre ancora reggevo il manubrio del “motom” tra le mani, ero rimasto ugualmente colpito dalle parole che Laura aggiunse subito dopo: – Sai... lui mi parla spesso di te... ti vuole bene. – Anche Ernesto era fatto della stessa pasta dei miei genitori, ma ero comunque irritato con lui. Era assurdo, lo sapevo bene, ma mi ero sentito come scippato di qualcosa – quel trasporto indefinito che avevo sempre provato per lei – che avevo creduto, ingenuamente, essere solo mio. – E' bruttissima, è cattiva e ha il muso da cavallo. – Imboccando via del Gelsomino, mi venne in mente di quando mi prendeva in giro e mi scappò da ridere: – Ora tu lo senti... lo fo martire... – dicevo tra me ma non ne ero del tutto convinto. Smaltita lentamente l’emozione per la novità mi sorpresi a sentirmi quasi contento. Balenandomi anche l'idea folle che in seguito – nel programma di terza liceo c’era anche il Petrarca – avrei potuto coltivare in segreto una sorta di amore platonico per Laura, ormai da tempo idealizzata proprio come la mitica Laura del poeta, una sorta di musa ispiratrice, un amore diviso tra desideri carnali e aspirazioni di purificazione spirituale. – Purché non esageri con quella minigonna... – mormorai tra me. Risi tra me della battuta, ma subito presi a considerare un altro aspetto, una cosa che mi lasciava vagamente perplesso, ma non ne ebbi il tempo. 

Ero ormai arrivato alla porta di casa di via Strozzi e sulla soglia mi incrociai proprio con Ernesto che stava uscendo. – Dove vai? – gli chiesi. – Dove vuoi che vada... ai telai, a dare il cambio alla mamma. – Durante la strada avevo pensato di prenderlo con calma a quattr'occhi ma invece non riuscii a tenermi: – Ehi... furbone.. ho incrociato la maestra Laura, quella con il viso da cavallo... e me l'ha detto... –  Ernesto si voltò; gli ridevano gli occhi e fece una gran risata. – Ho furia, se ne parla stasera... ma te... te me lo darai il permesso? – Per un istante mi guardò beffardo, non aspettò la risposta e sparì lesto dietro l'angolo. In quella casa avevamo un cortile sul retro a cui si accedeva passando per “l'andito”. Sollevai il motore con il cavalletto e cominciai a togliere la ruota davanti. Mentre lavoravo ripresi il pensiero interrotto, cioè il fatto che mio fratello, un bel ragazzo moro e intelligente, aveva fatto soltanto la quinta elementare, come Piera, come i suoi genitori; anzi no, il babbo aveva fatto anche la sesta come si usava ai suoi tempi ed aveva una gran calligrafia, da libro Cuore. Laura invece era maestra, aveva studiato, aveva quella sensibilità che acquisisce – non per proprio talento naturale –  chi ha studiato, chi ha approfondito. – A Ernesto gli voglio bene... lui è forte, però... mah... speriamo. – Allontanai quel pensiero e me ne feci una ragione abituandomi a vedere in casa quella figura femminile che, fin da bambino e per tanti anni, aveva acceso la mia immaginazione. 

Ero già arrivato all’altezza del negozino dei nicci, di cui mi pareva ancora di sentirne l’odore, quando mi venne da dire a voce più alta: – Sì, fu l’anno dopo… mi pare nel 1967... – I due si sposarono, ma purtroppo quel matrimonio, dopo poco, cominciò a fare i primi scricchiolii. Ciò di cui avevo dubitato potesse costituire un problema – pur non avendo pratica di matrimoni – si rivelò più importante del previsto. Dopo sette anni di faticosa convivenza, neanche a farlo apposta la proverbiale “crisi del settimo anno”, si separarono e poi divorziarono. Il bambino che a quel tempo faceva ancora l'asilo, rimase con lei; raramente Ernesto lo potè tenere un po’ con sé. Fu un dispiacere grande, anche per i nonni. Laura si risposò dopo non molto con un professionista di Lucca, e quel bambino sarebbe diventato poi un odontoiatra.

A quel punto avevo imboccato via del Seminario e stavo ancora rivivendo quelle vicende e le stavo confrontando con le mie: – Io ho avuto più fortuna di Ernesto… con Dora s’andava d’accordo… ci si voleva bene. – La sua lunga malattia mi aveva impegnato per anni e adesso ero solo in casa, una bella casa dai muri spessi del centro storico – fresca d’estate e fredda d’inverno – in via San Fabiano. Quella notte dormii agitato e sognai a più riprese la maestra. Ritornai davanti alle Cesare Guasti due o tre volte nella settimana seguente; mi attirava – a parte la “birrina” al bar Cecco, il mio “barrino” – il sentire il brusio delle mamme e dei nonni e il vocio infantile degli alunni che esplodeva alla fine del tempo pieno; di quelle felicità bambine mi sembrava  di goderne e quasi di farne parte. Anche quel giorno il pomeriggio era chiaro; di quelli che sembrano più lunghi quando il tempo, d’un tratto, non passa più come una volta. In Comune, al contrario di quanto narra l’aneddotica popolare – almeno per quanto mi riguarda – c’era abbastanza da fare e il tempo mi passava bene. 

Dalla scuola uscirono di nuovo le scolaresche. Rumore, zaini, urla e spintoni tra ragazzi, mamme affannate. Ero incuriosito da tutti quei visini stranieri, magrebini o pakistani, per la maggior parte cinesi; bambini che si comportavano in tutto e per tutto come quelli italiani, che erano la minoranza. Purtroppo alcuni dei più grandi avevano già il cellulare acceso e l'aria assente: – Poverammé... – gemetti scorrendo la testa. Un gruppetto passò correndo e gridando; un piccolo cinese inciampò e cadde proprio vicino a me, ma pianse piano, trattenendo il pianto. Mi alzai e gli sorrisi – Vai, vai, non è successo nulla... –  Una donna piccola con gli occhi a mandorla mi guardò male e si allontanò con il figlioletto per la mano.  E poi, tra la folla, la vidi. Era la giovane maestra che avevo notato la prima volta che mi ero avvicinato alla scuola, quella ragazza così simile alla mia antica maestra e che aveva dato l'avvio alla congerie dei ricordi. Non l'avevo ancora rivista. – Forse era ammalata... – pensai. Camminava piano, quasi esitante, come se aspettasse qualcuno. Allora, con le mani in tasca, lasciai di due passi il portone di Santa Caterina: – Buon pomeriggio, signora maestra – dissi, con un sorriso che mi sentii essere imbarazzato. Lei si voltò sorpresa, poi mi guardò con aria strana: – Buon pomeriggio... ci siamo già visti? – Può darsi. Mi fermo a volte qui di fronte quando escono i bambini. Mi ricorda un po’... – ma non potei finire la frase. Si era fermata una macchina guidata da un uomo giovane che si sporse sul lato passeggeri per aprirle lo sportello; gli occhi gli sorridevano. La ragazza vi salì in fretta, ma una volta chiusa la portiera alzò lo sguardo su di me, poi sussurrò qualcosa all'orecchio del suo autista il quale immediatamente si sporse di nuovo e, a voce alta mi disse, guardandomi torvo: – Se ne vada via di qui, o chiamo la polizia!… ha capito?… –  Ci rimasi di sasso e la macchina subito partì. Confuso e incredulo la guardai allontanarsi notando che la ragazza, girata verso di me, continuava ad osservarmi attraverso il vetro, con aria severa. Un'altra donna corpulenta che teneva per la mano un bambino con un fiocco blu e che aveva assistito alla scena, mentre si allontanava mi apostrofò: – Si vergogni! – 

Ero esterrefatto; sul momento non mi raccapezzavo ma intuii fosse meglio allontanarsi. Presi allora verso San Pier Forelli e, raggiunta quella chiesa vi entrai e mi sedetti sull'ultima panca. Sentivo il viso che stava ancora bruciando per quell’inaspettata umiliazione. Realizzai che m'avevano scambiato per un vecchio pedofilo; non mi era mai successa una cosa simile. Forse nei giorni precedenti qualcuno mi aveva notato; un vecchio con i capelli bianchi e lunghi che se ne stava a guardare l'uscita dei ragazzini e forse a scuola qualche genitore m'aveva segnalato agli insegnanti.  – Ho fatto il mio tempo... –  pensai mortificato; non ero più nemmeno buono per guardare l'uscita di una scuola. Mi alzai stancamente dalla panca e feci per uscire ma, dopo un attimo di esitazione – come ad aggrapparmi a qualcosa di solido che mi sorreggesse – allungai la mano all'acquasantiera e mi feci il segno della croce. Mi incamminai per tornare a casa. Ero giù di corda, anche se quello che mi era successo, ripensandoci, non era niente; era stato solo un equivoco, uno spiacevole equivoco, che però mi aveva ferito. D'un tratto sentii dentro di me come un vuoto e capii che quel vuoto c’era anche prima ma non me n’ero reso conto. Forse per la prima volta avvertivo con una certa lucidità d’essere vecchio dentro – l’aspettativa di vita più lunga delle statistiche qui non contava – avendo il problema, non del riempimento – per quello sapevo come fare – ma di dare un senso vero alle mie giornate con qualcosa di diverso: – Già... e di che? – 

In via Banchelli dove camminavo sovra pensiero un auto mi spaventò facendomi fare un salto sullo stretto marciapiede. – Oh… oggi ce l’hanno tutti con me. – dissi scherzosamente – ma dentro di me non tanto per scherzo –  ad uno che stava sulla soglia del CAI e che avevo conosciuto durante una gita sulle Dolomiti. – C’è da stare attenti qui… – mi disse sorridendo. Arrivato in via del Seminario mi sentii chiamare da dietro: – Guido!... – mi voltai, era Sergio, il barbiere di via Strozzi: – Oh che capelli lunghi... li fai proprio chiudere quelli come me, eh? –  E te dove vai?... non dovresti essere in bottega? – Bischero, gli è lunedì... – Ah già – risposi. Ci mettemmo a chiacchierare su una panchina sotto alle vecchie mura in via di Gherardo che Sergio si ostinava a chiamare ancora Via del Prezzemolo, come ai vecchi tempi; a lui piaceva quel posto. 

– Lo sai, io tra un anno chiudo bottega... ci sto pensando… mi rende poco o nulla... – disse Sergio. – Affitti a un cinese anche te? – chiesi con sarcasmo. – Sergio sorrise: – … oh, ci sta anche... se non trovo di meglio… –  Spiegò che adesso apriva tutte le mattine solo perché era affezionato al suo mestiere e anche perché non avrebbe saputo cos’altro fare. Poi fece una pausa e ammiccò alla porta che avevano proprio di fronte: – Mi sta frullando per la testa… lì alla Caritas potrei fare un po' di volontariato... – Ah! – esclamai, girandomi e allungando il collo per leggere la targhetta di quella porta. 

Ci salutammo dopo un po’. Io abitavo ed abito a duecento metri da lì, subito dopo il cinema Borsi, sulla destra; anzi, l’ex cinema Borsi e vederlo chiuso tuttora, mi mette tristezza. Per quella sera mi ero preparato una ciotola di “minestra di pane” che condii bene con l’olio buono di Vitolini. Accomodato poi davanti alla televisione accesa senza che lo sguardo vi si posasse sopra, pensai che la vita, come un corso d'acqua, scorra in modo non solo inarrestabile ma anche sempre irripetibile – chissà perché mi balzò alla mente quell'aforisma imparato al liceo – e che non ci si possa bagnare due volte nello stesso fiume. Il Bisenzio che vedevo scorrere dal ponte non era mai lo stesso. Vivere senza rimpianti o illusioni e spendere bene il proprio tempo presente; mi tornò a mente quella targhetta.

– fine –

Contatti

I nostri contatti

+ 39 0574/721611
parrocchiamaliseti@outlook.it
Via Montalese, 387, 59100 Prato

Links

Explore