IL TELEFONO DI SPAGO

IL TELEFONO DI SPAGO

2-IL TELEFONO DI SPAGO – Andrea, Lorenzo, Sandra, Gabri, Sergio. Lorenzo narrante

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      Quel giorno di ottobre, seduto a un tavolino del bar Magnolfi me ne stavo annoiato a scrollare il cellulare mentre davanti alla chiesa di San Francesco si stava radunando un raggruppamento di persone che parlavano a bassa voce. Sollevai lo sguardo e vidi la piccola folla aprirsi all’arrivo del carro funebre, e di seguito il personale della Misericordia che introduceva la bara con le ghirlande attraverso il grande portale. La gente seguiva ordinatamente dietro entrando nella chiesa buia. 

Non erano trascorsi che pochi minuti quando, proveniente da via Ricasoli vidi arrivare Andrea a passo svelto. Credo mi avesse visto da lontano ma mi passò accanto quasi senza guardarmi… – Che dici, è arrivato da parecchio il carro della Misericordia?... – chiese ansimante. Rimasi sorpreso per tutta quella furia, ma gli andai comunque dietro: – Perché corri? Chi è morto? – Lo conosci anche te... ti ricordi di Gabriele? – Sì, me lo ricordo… – risposi ancora perplesso. Così varcai con lui la soglia della chiesa. Quel nome mi riportava a lontane suggestioni infantili e poi a ricordi di gioventù, quella migliore, quella dei quattordici, quindici anni. Non avevo intenzione di assistere a tutto il rito funebre e alla Messa, ma poi, quasi senza accorgermene, ci rimasi per tutto il tempo e proprio accanto a Andrea, quasi in fondo chiesa. 

      Nei primi banchi riconobbi Sandra. Era ancora bella, una settantaduenne che si era mantenuta asciutta e con la schiena diritta e il suo viso, pur segnato dagli anni, era tuttora piacevole, almeno visto da lontano. Sandra all'epoca era una bella bambina diventata poi una ragazzina dolce e sorridente, e me la ricordavo eccome. Tengo ancora in un cassetto alcune foto ormai ingiallite che ho rivisto non molto tempo fa – e non era la prima volta che mi capitavano per le mani – fatte in occasione della prima comunione, davanti alla porta delle nostre case che erano confinanti. Sembravamo due sposini; vestiti eleganti come si usava allora, felici di esistere in una bella giornata luminosa. Io con la banana sul visino ancor più infantile per l’età, il fiocchino sulla camicia bianca e i pantaloni corti rigorosamente in piega, mentre al polso ostentavo un orologio, sicuramente il regalo di comunione. Sandra aveva due grossi fiocchi bianchi alle trecce e un abito bianco con il velo che la faceva somigliare davvero a una sposina. La profezia fotografica non si è però avverata; al tempo delle foto io la vedevo come una bambina bellissima con la bocca piccola e rossa e i suoi occhi grandi, chiari e sognanti, per me i più belli del mondo e credevo davvero che un giorno sarebbe stata sempre con me. Crescendo tutte queste cose si erano dissolte e ci eravamo allontanati dimostrando verso i vent’anni un tranquillo disinteresse reciproco. Vidi che accanto a lei, sulle prime due panche, c'erano il marito, i due figli e i tre nipoti ormai grandi. 

      In quegli anni irripetibili anche Gabriele, suo fratello, era il mio miglior amico. Una giornata luminosa di fine novembre, di un giorno lontano. Gabriele mi aveva sorpreso avendolo trovato con un fare misterioso, mentre armeggiava con un lungo spago e due scatoline, in solitudine dalla sua parte dell’orto. Non mi disse che cosa stava facendo ed era molto preso. A un certo punto non potei resistere: – Oh, icché tu fai Gabri? –  Allora Gabriele mi aveva spiegato il funzionamento del suo telefono. Sì, era un telefono, lo spago spalmato di cera sciolta e alle due estremità aveva messo due scatoline cilindriche su cui poggiare l’orecchio. Trionfante mi aveva porto una delle due, dicendo di allontanarmi dietro al pomo, lui nel ripostiglio del suo orto da dove mi chiamava: – pronto, pronto…  –  Gabri me lo ricordavo così, estroso, a volte un po’ strano ed era il mio amico di tutti i giorni con cui chiacchieravo, lui da una parte della rete confinante ed io dall’altra. I due orti, come venivano comunemente chiamati allora, dietro alle case a schiera di via Filicaia, non potevano essere più diversi. Il mio aveva un corto marciapiede in cemento che correva lungo la rete, fino a un ripostiglio posto in fondo, ricettacolo di tutto un po’, arnesi, vanghe, zappe, pali, canne, tutta roba che il mio babbo usava per fare l’orto vero e proprio, un modesto ma prezioso pezzetto di terra, così ben curato da sembrare quasi accarezzato, con i pomodori, l’insalata, il cavolo ognuno nella sua stagione. Il loro orto era più ordinato e non c’era un vero orto, ma vasi di fiori e siepi di bossolo.

      Ero presente fisicamente in quella chiesa, ne sentivo l'odore dell'incenso e le indefinite nenie dei canti ma con la testa ero altrove; rivivevo quegli anni, anni sereni, vissuti per molte ore ogni giorno sul retro della mia casa a schiera, a confine con quella di Gabri. Un orto dove un grande pomo svettava nella parte iniziale, procurando piacevole frescura d'estate e porgendo, come un re generoso, i doni del suo frutto di color arancio dorato appesi ai larghi rami, in autunno. Quando quei frutti abbondanti e pieni maturavano al punto giusto, assumendo quel gusto scivoloso unico e quella dolcezza non arrogante, diventavano per me e per Gabri la merenda preferita. Ricordai anche che in fondo all’orto avevamo il gabinetto come usava a quei tempi, una stanzina con il vaso alla turca che la mamma cercava di tenere dignitosamente pulito. Il bagno in casa con l’acqua corrente fu una conquista tardiva.

      Mi scossi da quelle immagini e rimasi sorpreso accorgendomi che la liturgia del commiato era alla fine e che qualcuno si stava già alzando per uscire all'aperto. Insieme all'amico avanzai titubante verso il transetto per salutare Sandra che anche Andrea aveva conosciuto bene avendo fatto insieme a lei gli anni di ragioneria al “Dagomari”. La sfiorai con un bacio frettoloso, di quelli un po' tristi che si danno in quelle occasioni, ma gli occhi di entrambi si incrociarono, fermandosi per un momento; forse – come mi piacque immaginare – per andare lontano nel tempo, insieme a qualche leggero rimpianto. Invece il bacio di Andrea a Sandra indugiò su una guancia, il tempo di parlarsi sottovoce, quasi negli orecchi; un gesto che mi lasciò perplesso. Sandra poi, dopo aver salutato altre persone tornò da noi, e in modo conciso spiegò ad entrambi che quella morte, oltre ad essere un momento triste fosse stata anche una liberazione; il dolore per un uomo che non era più lui da anni era stato ormai metabolizzato. Gabriele, già entrato nel tunnel della depressione a venticinque anni circa e dopo qualche anno anche affetto di demenza precoce, era poi rimasto impedito e sofferente cadendo – per motivi ancora oscuri – da una finestra di una struttura di accoglienza, e perdendo l’uso delle gambe. 

      Partita la limousine nera e finito tutto quanto, entrambi con le mani in tasca, sostammo un po’ sul sagrato della chiesa osservando la gente che, a piccoli capannelli, si tratteneva a parlare; poi, fatti pochi passi ci mettemmo a sedere al tavolino del bar che un'ora prima avevo occupato navigando con il cellulare. Era già la mezza e qualcosa e nessuno di noi due aveva voglia di tornare a casa. – Vai... facciamoci una pizza al Mucho Gusto, che ne dici? – All'interno era quasi pieno e ci toccò accomodarci in un angolo un po' stretto. Non ci vedevamo da più di un anno, da quando Andrea si era fratturato tre costole cadendo dalla bicicletta quasi da fermo, e da allora lui si era come bloccato e non aveva ancora ripreso la bici, neppure una volta. Siamo stati compagni di bicicletta da corsa per anni pur non avendo nessuno dei due velleità da campioncini come se ne vedono in giro, depilati alle gambe e grintosi. Durante le lunghe escursioni in Val Bisenzio o sulle montagne pistoiesi si chiacchierava molto – anzi, ero io che parlavo molto a dire il vero e lui ascoltava – si faceva una sosta in qualche posto per un caffè e uno spuntino e ci godevamo i panorami e l'aria buona dei boschi.

      – Lo sai… – gli dissi – … durante la Messa ho pensato a quando ero ragazzino. Sono quasi cresciuto in quell'orto, si può dire, insieme a Gabriele e Sandra. – Lo so Andrea, me lo hai raccontato. – Proseguii dicendo che con Gabriele avevo condiviso tante cose, anche se lui aveva un anno di più dopodiché, fatto il servizio militare, le strade si erano divise, e per lui in modo sempre più problematico. Incurante del fatto che molte cose più o meno gliel'avevo già raccontate durante quei giri, ad un certo punto mi misi a spiegargli come il babbo coltivasse i pomodori e l’orto: – Sai… era una specie di rito che si ripeteva ogni anno… la vangatura della terra che era di un bel marrone profondo e umido che poi andava sbriciolata… – Renzo mi guardava un po’ perplesso ma non mi interruppe neppure quando continuai a descrivergli la preparazione delle prode, il gesto solenne della piantatura delle piantine comprate al mercato, ognuna avvolta in una pagina di giornale vecchio ripiena di terriccio e poi messe a distanza regolare e subito annaffiate. Gli spiegai ancora che l'annaffiatura dei pomodori durasse tutta l’estate e quasi tutti i giorni, ma non sulle piante a scroscio che avrebbe danneggiato le stesse piantine ma con la canna posta a terra nei canalini. E che al momento giusto avvenisse – come un miracolo della natura – la metamorfosi dell’orto che a me, ai miei occhi, pareva l’orto più bello del mondo – con l’apparizione delle canne di bambù che disposte a due a due e appoggiate a triangolo per sostenere le piante che intanto erano diventate alte, facevano diventare ai miei occhi di bambino e poi di ragazzino il piccolo orto – … in una immaginaria foresta verde e rossa in cui ogni tanto mi introducevo per gustarne a morsi i frutti crudi. –

          Mentre parlavo, il cameriere aveva portato le due pizze, una quattro stagioni e una margherita. Già con il coltello e la forchetta affondati sulla quattro stagioni, d’un tratto gli chiesi a bruciapelo: – Ma per te Sandra era qualcosa di più di una compagna di scuola?  – Andrea che aveva iniziato a masticare mi guardò prima negli occhi, senza rispondere. – Sì... – disse, dopo aver mandato giù il boccone.  –… siamo stati insieme per tre, quattro anni. – Feci un sorriso che voleva essere di compiacenza e di approvazione per l’amico, ma non riuscii a nascondere un filo di disappunto. Per un po’ si sentì solo il brusio degli altri avventori, la richiesta di un conto a voce un po’ più alta  e qua e là lo sbattere delle posate sui piatti. Poi Lorenzo sollevò il viso dal piatto e sussurrò: – Mi pareva strana tutta quella storia surreale dei pomodori… – Sorrisi ancora facendo finta di non capire del tutto il suo sarcasmo, poi continuammo a mangiare guardando entrambi lo schermo che era acceso su un canale di musica. 

        Pensai a Sandra; è vero che già all’inizio delle scuole superiori – io facevo il Buzzi – ci eravamo allontanati ed è vero che non l'avevo più cercata per molti anni. Ma non l’avevo mai dimenticata del tutto; ad un certo punto – nel mezzo del cammino della vita, come direbbe il poeta – quando un giorno mi capitarono tra le mani quelle foto dove lei bambina era ritratta con i fiocchi bianchi alle trecce, provai – lo ricordo bene – un vago rammarico, il rammarico di non aver fatto le giuste scelte. La mia vita con Lea era stata un disastro; dopo alcuni anni di continue tensioni ci eravamo separati e poi divorziati, dopo aver messo al mondo una figliola che prese a vivere con la mamma e che vedevo troppo poco. Seppi che Sandra si fosse sposata con un ragioniere di Campi Bisenzio – cominciai ad esserne informato e non per caso – e che avesse già due figli; tutte cose normali che non mi disturbavano più di tanto. Scoprire adesso quella storia con Lorenzo ancora antecedente al suo matrimonio con il ragioniere invece mi era dispiaciuto, come una scalfittura non da poco all'immagine custodita di lei, nella mia memoria; mi sentivo come tradito. 

        – Perché non me lo hai mai detto, Andrea? – gli chiesi dopo un po’ – le bocche erano alle prese con la pizza. Andrea sul momento non rispose; ci pensò per qualche istante. –  Non lo so esattamente Lorenzo... – disse. – Anzi no, lo so... – aggiunse subito. – E’ che... è lei che non aveva piacere che tu lo sapessi. – Che cosa? E perché? – esclamai stupito. – Mi disse che preferiva che tu non lo sapessi… casomai ti avessi visto… –  All’epoca nessuno di loro due poteva immaginare – e neanche io ovviamente – che noi altri due, vecchi compagni di scuola alle “Cesare Guasti” saremmo diventati assidui compagni di bicicletta. Poi Andrea aggiunse: – … ma un'idea ce l'ho... – cioè?, che idea? dimmelo...  – chiesi stupito. Esitò ma disse: – Secondo me lei è stata innamorata di te… e forse anche da grande. – Sbiancai e Andrea se ne accorse. – Quando stavamo insieme, un po’ per gioco, parlava di un ragazzino biondo di cui si era infatuata da piccola e ricordo – avendoti conosciuto – d'averne provato una certa gelosia. – … ma dai!… – dissi sorridendo. – No… davvero!… ribadì lui. Per un po’ nessuno dei due aprì bocca. Guardavo con inutile attenzione le bucce bruciacchiate della pizza rimaste nel piatto, come se lì dentro ci fosse qualcosa da capire. – Ti andrebbe un caffè? – chiese Andrea. – No, usciamo… – risposi invece, alzandomi.

       Fuori il sole era coperto da qualche nuvolaglia di passaggio e il portone della chiesa di San Francesco era già chiuso. Ci mettemmo appoggiati ai bordi della Fontana dei Delfini. – Strano, eh... come certe cose tornano dopo tanti anni... – dissi. Andrea mi guardò in silenzio. Mi misi allora a frugare dentro ad una tasca grande, una tasca da cacciatore – quella mattina mi ero vestito pensando di andare a camminare in Calvana –  e ne tirai fuori un pezzettino di spago. Lo mostrai all’amico. – Come sono curiosi a volte i casi della vita... l'altro giorno l’ho trovato in un cassetto… e l’avevo messo in questa tasca… – Era un pezzetto del “telefono” di Gabri, conservato per anni; e l'avevo infilato lì senza sapere il perché. Risi, ma la risata mi uscì goffa. – Senti, ti lascio… mi ha fatto piacere rivederti… ho fissato più tardi di farmi i capelli da Sergio… sai quello in “Bailloni”. Andrea annuì. Gli toccai la spalla come per salutarlo, poi mi avviai verso la Conad, attorcigliandomi quello spago intorno a un dito. Lui era rimasto appoggiato alla fontana, facendomi un cenno di saluto con la mano. Mentre entravo nel super mercato mi parve di sentire il suo sguardo che mi seguiva, e continuai a sentirlo – era ancora lì – una volta uscitone con la piccola spesa per la cena, finché non girai l’angolo. L’appuntamento con il barbiere per le quattro ce l’avevo davvero e me l’ero quasi dimenticato ma tirarlo fuori in quel momento mi aveva fatto comodo, perché non riuscivo più a sostenere quella conversazione, diventata sgradevole. 

         Stavo percorrendo lentamente via Rinaldesca e ad un certo punto, superato di poco l’ingresso della banca mi fermai a raccogliere le idee appoggiando la schiena e con una scarpa all’indietro sulla ringhiera del marciapiede. Le nuvole se n’erano andate e, ad occhi chiusi, mi lasciavo baciare un po’ dal sole di fine ottobre, seppure sbiadito. Sentii un movimento accanto alla coscia, abbassai lo sguardo, e incontrai quello di un giovane cane dal pelo lungo e dorato. Sorrisi. – Oh bellino tu sei! –  lo salutai con una carezza. Il cane scodinzolò, annusandomi la mano. Si lasciò grattare la sommità della testa, il collo proteso. – C’hai fame? –  Frugai nel sacchetto, ne estrassi un pezzetto di salame e glielo mostrai; le scodinzolate si fecero più energiche e allora glielo tesi. – Lo voi? – Lo fece subito sparire in bocca. Sovra pensiero ripresi a camminare mentre il cane continuava a seguirmi. Quel discorso riaffiorava e non mi tornava più di tanto. – Possibile… – siamo andati insieme in bici per otto anni – che non gli sia mai venuto in mente di dirmi qualcosa? – Andai direttamente dal barbiere che non era vicinissimo ancora con il sacchetto della spesa in mano; entrando vidi che c’era un cliente sulla poltrona ma era alla fine e mi accomodai. Mi guardai intorno; venivo e vengo tuttora da Sergio da una vita, le stesse poltroncine, gli stessi specchi da anni. Prima abitavo anch’io in Bailloni, in via Filicaia, quasi all’incrocio; sono le strade della mia infanzia anche se ora c’è un altra aria, purtroppo aria di squallore. Poi vidi il cane, quello con il pelo lungo e giallo, accucciato non lontano dalla porta a vetri. Mi alzai con un altro pezzettino di salame e uscito fuori glielo detti; lo prese e si rimise a cuccia sul marciapiede. – Andrea, vedo che hai messo su famiglia… – scherzò Sergio – Macché, mi ha seguito fin qui. – Comunque è un bel cane, è un Golden Retriever, un cane da caccia di quelli boni. – disse. Il cliente se n’era andato e mi fece mettere in poltrona. Mentre ero tra le sue mani entrò una persona che non vidi perché Sergio mi stava lavando i capelli e mi era entrato del sapone in un occhio, ma capii subito chi fosse. – Guarda guarda, avete ricominciato ad andare in bici? – No, ancora no… ma ci sta, perché no? – Era la voce di Andrea. Ne ero meravigliato; era come m’avesse seguito, e poi sapevo che lui, pur quasi calvo, si serviva di altro barbiere da quando si era trasferito alla Pietà – non si era mai sposato – in una casa a schiera in via Cadorna. – Oh te?… – chiesi da sotto l’asciugamano. – Sergio, disturbo se aspetto qui il signore?… – fece Lorenzo con voce appena scherzosa. – Fai pure… ma come stai? da tanto non ti vedo. – Benino, vai… – Poi si zittì mentre sfogliava una rivista.

         Seguiti dal cane dal pelo lungo e dorato – ogni tanto mi giravo per guardare ma il Retriver era sempre dietro a noi –  facemmo la strada fino a casa mia, in via Carraia, quasi in silenzio; non ebbe bisogno di dirmelo, era evidente che mi voleva dire qualcosa. Uscendo dalla bottega di Sergio mi aveva chiesto se volevo prendere quel caffè che non avevamo preso prima, ma gli avevo risposto fosse meglio andare a casa mia, avendo ancora quel sacchetto per le mani. La mia è una casa vecchia molto grande con un fondo a pianterreno ora inutilizzato, di quelle che facevano una volta a muri spessi pieni di sassi del Bisenzio che, quando c’è da fare un buco con il trapano per appendere un pensile, vengono fuori ad uno ad uno. Però io ci stavo e ci sto bene; mi piace affacciarmi spesso in piazza Duomo, anche se quando vedo la Libreria Cattolica con il bandone abbassato mi viene un infarto e mi chiedo come si possa aver preso la decisione di chiuderla, a cuor leggero. Mi piace fare il giro del Corso Mazzoni, il Castello, via Garibaldi e il resto, e anche se Prato non è più quello di una volta, io ci sto bene e mi ci piace.

         Il caffè glielo feci con la moka e gli feci inzuppare anche due biscotti di Mattonella. – Senti Lorenzo… – Così cominciò a raccontare, con l’aria di chi avesse un peso da appoggiare da qualche parte, magari non pesante, ma scomodo. In sostanza mi aveva da dire che lui e Sandra avevano vissuto insieme un brutto dramma, per poco non finito in tragedia e che entrambi, per motivi diversi, desideravano che non se ne parlasse. Lei era rimasta in cinta, volevano sposarsi, e stavano pensando a mettere su casa. Un giorno in casa di lei nessuno gli rispondeva a telefono così – stava andando al lavoro – deviò in via Filicaia dove loro, ancora vivevano. Erano tutti all’ospedale, la mamma vedova e Gabriele; Sandra era stata trovata nel letto delirante con la febbre a quaranta e, ancora dopo alcune ore non aveva ripreso conoscenza. – Ieri sera aveva mal di stomaco, non ha voluto niente ed è andata subito a letto. – gli aveva raccontato Diana, la madre, una donna alta e di carattere fiero, non troppo sfiorita nonostante la vedovanza. All’ospedale Misericordia e Dolce le avevano presto detto fosse gravissima, un’infiammazione dei visceri addominali, una peritonite e dovevano operare subito per capire dove fosse partita. Fecero capire che l’intervento sarebbe stato molto pericoloso essendo il sangue già infetto; poteva non uscirne viva. Diana doveva decidere e decise, sentendo anche Andrea e Gabriele. Naturalmente avevano detto al medico che nella pancia c’era un bambino e che speravano anche per lui. – E’ già un miracolo se si salva la signora. – le aveva risposto il chirurgo prima di uscire dalla porta a vetri,  senza aggiungere altro. 

      Nel pomeriggio, quando comparve un medico, ma non lo stesso – erano rimasti tutti e tre in angosciosa attesa – scattarono subito in piedi. Disse che Sandra aveva superato bene l’intervento. – … ma non posso dire che sia fuori pericolo… però si può sperare… –  aggiunse con un accenno di sorriso. – Ma che cosa ha avuto? – chiese Diana. Il medico, esitando, volse lo sguardo verso Andrea: – Il bambino… s’era annidato fuori dalla sua sede naturale… mi dispiace. – concluse. Sandra superò l’intervento ma pareva caduta in un lungo sonno che durò settimane e i medici non sapevano come spiegarlo, dal momento che le condizioni generali erano buone. Il suo corpo sembrava come sprofondato in una fase di riposo assoluto e nessuno si azzardava nel fare previsioni.

– E’ stato il periodo più brutto della mia vita. – disse Andrea. – Ho pianto molto e ho anche pregato… tu lo sai che non sono mai stato un bacchettone…. io l’amavo. – Disse che Diana non si allontanava mai dal capezzale di Sandra, la quale non accennava minimamente a svegliarsi e anche lui, pur dovendo lavorare – a quei tempi era ragioniere dal “Razzoli” – non desiderava altro che essere lì, vicino alla sua muta e sofferente ragazza. Un giorno – da settimane Sandra era in quella condizione – Diana sembrava impazzita: – Non riescono a svegliarla Andrea…. – gli disse mordendosi le labbra, perché il pianto non le bastava più. Poi d’un tratto aggiunse: – … glielo dicevo io che non eri l’uomo adatto… – Dicendolo lo aveva guardato di sfuggita, e forse nello stesso momento s’era pentita di averlo detto, ma a lui – era già avvilito per conto suo – quell’accenno fece male. – … tanto più che ci avevo pensato anch’io… quel bambino, invece di essere stato come il frutto del mio amore era diventato veleno per lei… – Dubitò che la loro fosse un’alchimia poco riuscita anche se almeno da parte sua i sentimenti – ne era sicuro – erano certi e profondi. Dopo tre mesi o poco più, un giorno Gabriele lo chiamò dall’ospedale: – S’è svegliata… s’è svegliata.. – balbettava a telefono – a quel tempo lui era già caduto in depressione – Vieni Andrea… corri! – Fu una convalescenza molto lunga. All’inizio lei era sorridente, combatteva la debolezza, si sforzava di minimizzare il dolore della ferita – l’avevano aperta dal pube allo stomaco – tentava qualche passo. Diana era sempre presente e non faceva nulla per riservare a loro due qualche momento di intimità, per parlare, per qualche carezza. Non venne quasi nessuno a trovarla, nessun’amica, nessun parente. Diana non aveva avvertito nessuno, innalzando intorno a Sandra un muro di singolare riservatezza. All’università – lei frequentava i corsi di lettere e storia – sapevano di un viaggio a Newark, dove avevano dei parenti. Quando Sandra migliorò e poterono finalmente stare insieme e spiegarsi, guardandosi negli occhi capirono che la loro storia fosse alla fine; quella vicenda dolorosa aveva svelato e dilatato la distanza che prima non era chiara; soprattutto da parte di lei. 

       – Siamo rimasti amici, ma mi fece giurare di non ne parlare in giro. – … neanche con Lorenzo per piacere… – fu una delle ultime cose che mi disse. – Poi, in quarant’anni l’avrò rivista sì e no tre o quattro volte. – disse, quasi esausto per aver detto infine quello che voleva dire. Poi si distese comodo sul mio divano e prese a sorseggiare ancora la tazza di caffè americano che gli avevo preparato; infine chiuse gli occhi. Stetti a guardarlo in silenzio; alcune ore prima mi ero scoperto rancoroso con lui. Adesso mi dispiaceva esserlo stato. Dopo un po’ si rialzò sulla schiena e si volse di nuovo verso di me. – Un po’ perché glielo avevo promesso, un po’ perché anche a me non andava di parlarne, Lorenzo… – Anche durante tutto il racconto ogni tanto era parso quasi scusarsi per avermi fatto intendere, mentre eravamo alle prese con la pizza, che quel periodo della sua vita fosse stato di relativa importanza. – … avevo pensato di cavarmela dicendoti del suo innamoramento bambino. – aggiunse alla fine. Rise. Prima di andarsene ci abbracciammo dicendo che avremmo dovuto ricominciare a fare insieme qualche giro.

    Ci ripensai a lungo a quella storia; forse non era proprio per gioco, quando lei parlava di un ragazzino biondo. – … neanche con Lorenzo per piacere… fu una delle ultime cose che mi disse. –  Era assurdo, che alla mia età quelle parole mi scaldassero ancora il cuore. Era ancora pieno pomeriggio, così uscii di casa. Sulla porta c’era lui, il giovane cane dal pelo lungo e dorato; guardai, aveva il collare ma non c’era nessuna medaglietta di riconoscimento. – Va bene, allora vieni… ma come ti chiami? – 

         L’ho chiamato Gabri, in ricordo del mio amico e non volendogli mancare di rispetto. La sera l’ho lavato e gli ho assegnato un angolo della casa, tutto suo. Quel nome tronco evoca la mia porzione di vita più bella, ricorda quell’orto come un paradiso perduto, la disposizione delle piante, il sapore dei pomodori al sole, l'odore della terra bagnata; quel nome rimanda la mia memoria alla bambina con i fiocchi bianchi e l’abito bianco che la faceva somigliare a una sposina. La nostalgia per qualcosa che non è mai accaduta ma che poteva anche succedere. Gabri è ancora con me e mi segue dappertutto, proprio come un cane.

– fine – 

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