IL SEMINARISTA

IL SEMINARISTA

6-IL SEMINARISTA  - Rino, Saverio, Alessandro, Sergio

 san Fabiano 

Una mattina, diretto a piedi al cimitero – avevo sentito fin dalla sveglia il bisogno di fare una visitina alla tomba di Anna – mi trovavo a passare dall'incrocio con via Reno, quando da lontano mi parve di scorgere la figura di una persona che mi era stata molto familiare. Non mi sbagliavo, era proprio lui, nonostante fosse invecchiato e ingobbito più di quanto mi potessi immaginare; Rino Calamai, un personaggio di cui non avevo notizie da un pezzo. 

Eravamo stati amici e compagni di banco ai tempi delle elementari alle Cesare Guasti e, a quell'epoca ci eravamo annusati parecchio, giocando e facendo i compiti insieme, nonostante la diversità di carattere e di educazione familiare. Poi Rino, all'età della prima media era entrato in seminario, così quella frequentazione si era rarefatta. Dopo ancora sette, otto anni, all'età in cui avrebbe dovuto iniziare lo studio della teologia per diventare prete, Rino ne era invece uscito e a quel punto le nostre strade si erano ulteriormente allontanate, ma non del tutto. 

Proprio mentre mi apprestavo a salutarlo, contento davvero di quell’incontro inaspettato, in un baleno mi venne in mente la sua famiglia: – una famiglia di bacchettoni... – E non fu un incontro festoso; Rino era sovra pensiero e quasi non si accorse della mia presenza. Quando incrociò i miei occhi, gli occhi del suo antico compagno di banco che conosceva bene, fece solo un sorriso imbarazzato: – oh, sei te?... come stai?... scusa ma ho un appuntamento in via del Seminario, devo correre... scusa eh? – Si allontanò in modo goffo e dopo cento metri si girò indietro facendomi un cenno con la mano, quasi a scusarsi di nuovo. Mi venne di fare una smorfia guardandolo ripartire veloce con le mani in tasca: – Oh guarda questo… oh icché  gli è preso... –

Seppi dopo che Rino era angosciato per il ritardo e probabilmente aveva provato disappunto per essere stato così sbrigativo con me, l'amico della sua infanzia ma quel disagio, presto, gli passò. Già passando da via della Stufa e poi davanti alla cappella della Misericordia, sentì il cuore battergli un po’. E via via che si avvicinava al vecchio cancello, rivedendo da lontano le palme antistanti all'edificio ottocentesco che conosceva bene, si stupì di quell'emozione crescente che stava provando. 

Gli anni vissuti in seminario, dei quali avrebbe conservato per molto tempo nel cuore, tutto sommato, il ricordo di una generica piacevolezza, erano trascorsi sereni. In modo particolare, aveva amato l’ambiente del seminario, un ambiente accogliente dal sapore conventuale; i cui muretti coperti da tegole disposte a festoni culminavano in capitelli sormontati da grandi vasi di terracotta, vasi che a maggio fiorivano di giaggioli e che accompagnavano alla porta dell’antica Badia. Giaggioli color lilla e viola – fiori molto belli ma privi di profumo – dei quali Rino, passando ogni volta da quella porta chinandosi speranzoso, faceva per aspirarne l'odore che però non c’era. Nel cortile, prosperava a “toma” un bell'arancio selvatico, nella sua stagione carico di frutta colorata che tutti dicevano non fosse molto buona da mangiare, ma che lui prima odorava e poi mangiava volentieri. 

Eppure, nonostante quei ricordi positivi, in quegli anni si era chiesto più volte come suo padre – anche se a quei tempi era tutto diverso – avesse potuto pensare di disporre così arbitrariamente  della sua vocazione. Mentre camminava, insieme alla curiosità di sapere che cosa volesse da lui il commercialista, quel sentire vagamente rancoroso per essere stato costretto a entrare in seminario – un sentimento che credeva di aver messo a tacere ormai da tempo – gli era riemerso. Da ragazzino non si era reso conto di quanto, quella paterna imposizione potesse costituire – alla luce delle sue convinzioni di adulto maturate in seguito – un vero torto, una menomazione delle proprie scelte; un fatto che cominciò a percepire soltanto alla fine del liceo.

Fiordelli, arrivato a Prato nel 1954 come primo vescovo residenziale della Diocesi, influì molto nella vita sociale della città istituendo venticinque nuove parrocchie e disponendo la costruzione di molte nuove chiese. In quel contesto di iniziative pastorali e di fermenti affaristici, il babbo di Rino, costruttore edile e di formazione cattolica e democristiana, si era inserito nel giro di quegli stessi affari. E come spesso succede quando presunti ideali e interessi personali si incrociano credette di vedere un bene dove non c’era, cercando di instradare Rino sulla strada del sacerdozio; ma non vi riuscì subito. Sua moglie Teresa non era convinta del fatto che Rino, bambino serio e ancora ubbidiente, ma che non scoppiava di salute, vi entrasse fin da piccolo, sostenendo che avrebbe potuto farlo in futuro. E così avvenne, cinque anni dopo. Alle scuole medie del seminario il ragazzo si fece onore venendo incontro alle ambizioni dei genitori, in particolare a quelle del padre. Durante le vacanze – aspettate da tutti i giovani chierici con ansia  e che allora avvenivano da metà agosto ai primi di novembre – Rino riannodava il filo dell’amicizia con me, fantasticando e scavallando come negli anni precedenti per gli orti e tra il verde dell’Orto del Lupo. (*1). Pur ridotta rispetto agli anni precedenti la guerra, quest'area era un'oasi di verde a due passi dal Duomo, al cui accesso costituito da un cancello verde si arrivava da Via Convenevole; da qui si snodava una stradicciola tortuosa e lastricata a bozze di pietra orlate d'erba stenta. Erano orti incantevoli, la cui terra, nera e ruzzolata da millenni, (*2) produceva d’ogni ben di Dio.

Durante il liceo, l’adolescente Calamai – spirito non proprio ribelle, ma con le sue idee – si appassionò soprattutto alla matematica e alla fisica, un genere di predilezioni che non l'aiutava ad affezionarsi alla veste religiosa, indossata già allora quotidianamente. Ma tale passione non sarebbe stata sufficiente a maturare quel distacco se non avesse incrociato il suo sguardo con quello di Gabriella, una ragazzina di via Convenevole. Lei era sobriamente bella, dallo sguardo intelligente e vivace e Rino, pur compreso nel suo ruolo di chierico, non poteva fare a meno di notarla durante il percorso tra il Seminario e il Cicognini dove seguiva i corsi al ginnasio e poi al liceo classico. Rapide e inevitabili occhiate e un imbarazzante, sia pur lieve, arrossamento delle guance furono tutto ciò che intercorse tra i due in quegli anni, ma quel poco bastò ad insinuargli ancora di più il sospetto che la sua vocazione non fosse quella del sacerdozio. Durante le vacanze o durante certe feste trascorse nell’abitazione di famiglia, passava ancora volentieri alcune ore con me come ai vecchi tempi, anche se i gusti di entrambi erano cambiati; quegli orti la cui terra nera e ruzzolata da millenni produceva d’ogni ben di Dio, pur rimanendo incantevoli, non ci attiravano più come una volta. E a contrasto con gli anni delle avventure giovanili tra i filari di vite e gli olivi, vissuti comunque come tra i più belli della sua vita, il periodo che seguì alla sua uscita dal Seminario fu decisamente il più brutto. 

Iscrittosi alla “Normale” di Pisa trascorse alcuni anni facendo la spola tra la casa paterna e l'università. A tavola il babbo, rimasto profondamente ferito dalla decisione di Rino, parlava volentieri con Saverio – il figlio di poco minore – di politica e di religione della quale sentiva esserne profondamente devoto. Saverio, come carattere e nell'aspetto era tutto all'opposto del sacerdote mancato. Se Rino, moro e alto, era silenzioso e riflessivo, Saverio, mingherlino e biondo, era estroverso e loquace. Presto il minore diventò ancor più – lo era già in precedenza per affinità caratteriale –  il prediletto dell'ambizioso padre. Di quel clima domestico Rino ne soffrì più di quanto se ne rendesse conto allora; quel tanto di insicurezza che si portò dietro per tutta la vita, avrebbe avuto origine da quelle sofferte e subite conversazioni intorno al desco paterno, dalle quali si sentiva estromesso. Terminato brillantemente il corso di fisica con una tesi innovativa per l'epoca, sui “VCR”, accompagnato dalla tristezza di mamma Teresa e dai sospiri di Gabriella con la quale nel frattempo aveva intrecciato una certa amicizia, partì per Eindhoven in Olanda, dove fu assunto alla “Natuurkundig”, un importante centro di ricerca della Philips. In quella azienda vi avrebbe fatto una graduale carriera – gli ci vollero alcuni anni per affermarsi – e in quella città vi avrebbe piantato nuove radici e formato una nuova famiglia. 

Delle sue vicende, specialmente negli anni dell’università io continuavo per vari motivi ad esserne informato, ma con il passare del tempo sempre meno. Le nostre strade avevano preso direzioni molto diverse; lui era diventato un talentuoso ingegnere, io ero rimasto ai tre anni di avviamento al lavoro dell’istituto Datini. Dopo il suo trasferimento in Olanda ne persi i contatti, nonostante l’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione come le e-mail e altro. Adesso, tornato a Prato in occasione della morte e del funerale di Saverio, lo avevo improvvisamente ritrovato, dopo anni. Senza la compagnia sia di Eline, la moglie olandese, che dei figli; d’altra parte loro erano come estranei alla sua famiglia d'origine e il lavoro della figlia e l'attività universitaria del maschio erano troppo importanti per essere interrotti dal funerale di uno sconosciuto zio. Da qualche giorno soggiornava in un Airbnb a Firenze avendo preferito rimanere distaccato anche fisicamente da tutto ciò che atteneva alla sua vita precedente, come la chiamava lui. Tutto quello che segue, in parte è frutto attendibile della mia immaginazione, in gran parte me l’ha raccontato proprio lui, la sera precedente alla sua partenza mentre, seduto sulla mia robusta e girevole poltrona da barbiere, sottostava al trattamento di shampoo e forbici. 

Arrivò dunque, un po' turbato, davanti al cancello del Seminario; il colpo d'occhio del cortile non fu bello, tutto gli sembrava più sciatto di una volta e molti particolari erano cambiati. Pensò che sarebbe stato curioso di vedere anche l'interno che ricordava severo, ma pulito e accogliente e che invece non avrebbe visto; l'uomo che lo aspettava aveva scelto il cancello del Seminario come punto di incontro, ma l’argomento seminario non atteneva al motivo della conversazione. 

Oreste Dallai, un ometto grasso con tanti capelli ricciuti, forse di qualche anno più giovane di lui, era un esperto commercialista ed era stato l'amministratore di suo fratello Saverio; si erano già  conosciuti e presentati al funerale. – L'ho fatta venire qui – so che il posto lo conosce bene –  sorrise l'uomo – perché ho l'ufficio qui, a due passi, dopo lo vedrà...  ma prima lo prendiamo un caffé?... i gestori sono cinesi, ne hanno rilevati tanti di bar a Prato questi cinesi, vero?... però guardi, questi qui lavorano bene, sono anche puliti.  – 

Lo condusse al bar di fronte. Oreste, a pelle, gli piacque. Parlarono del più e del meno, poi il commercialista lo invitò a salire nel suo ufficio; aveva un documento importante da consegnargli.      Salirono su al primo piano di un ambiente ristrutturato ed elegante, inaspettato nel centro storico. Una volta a sedere – l'ufficio era piccolo ma luminoso – mentre l'ometto tirava fuori una busta da una borsa di pelle disse, esitando – non era quello l'incarico che aveva ricevuto  – che Saverio aveva sempre espresso rispetto per il percorso di vita che lui aveva scelto. Gli porse la busta che il fisico ricercatore volle aprire subito – poteva farlo per conto suo – ma era impaziente di leggerla. Nell'ovattato silenzio del nuovo ufficio – anche in quell'edificio avevano  usufruito della legge 110 – la lesse in un baleno, era breve ed era scritta a computer; poi la rilesse di nuovo. Alzò la testa – gli occhi assorti, persi nei pensieri – verso l'uomo che aveva davanti, e gliela porse: – La legga anche lei, la prego... anzi la legga ad alta voce, la vorrei risentire. –

Oreste si schiarì la voce: "Caro Rino, se stai leggendo queste righe, significa che la malattia ha fatto il suo corso e che ho terminato la parabola della mia vita. Non sono triste per questo perché ho avuto una vita piena, sono circondato da persone che mi vogliono bene, sicché continuerò, oltre che nelle braccia di Dio come spero, a vivere anche in loro. – Diceva di avere solo il rammarico di non essersi spiegato per tempo, con lui. – … ma tu sei intelligente e credo anche buono, almeno più di me, e capirai. Voglio che tu sappia quanto ti ho sempre stimato, anche quando le nostre strade si sono separate. –

Gli stava anticipando – … come fossi di persona davanti a te in questo momento... – aveva scritto, la disposizione più importante del documento testamentario. Scriveva che metà della proprietà dell'azienda sarebbe spettata a lui, Rino, come da tempo sarebbe stato giusto – … anche se tu non l'hai mai reclamata.–  Di questa mancanza faceva ammenda, aggiungendo di aver disposto per i suoi due figli una somma di denaro, come sperava fosse considerata, apprezzabile. – L'altra parte dell'azienda spetterà a mio figlio che l'ha gestita con giudizio insieme a me fino ad oggi. Della tua parte fanne quello che crederai giusto... –  asserendo di sapere che questo tipo di attività non fosse nelle sue corde. Confidava tuttavia avrebbe preso la decisione migliore per non danneggiare la Calamai & co, frutto di tanto lavoro. – Ti chiedo infine un favore se potrai; nel tuo intimo riconciliati con tuo padre. – Saverio sosteneva che il loro padre non fosse cattivo, ma che fosse stato persona, certamente appartenente ad un’altro mondo, forse dura, ma onesta; e, all'epoca, avendo disegnato per lui quel futuro a fin di bene, si era ritenuto ferito. – La tua esclusione dalla proprietà è stata una cosa ingiusta e non sono stato capace di porvi un rimedio finché è stato vivo…  ma negli ultimi anni chiedeva di te e dei ragazzi – Infine salutava sua moglie Eline e i due figli olandesi che non aveva mai visto.

Rino rimase molto colpito; non si aspettava un discorso del genere. Alzandosi ringraziò il commercialista ed entrambi, salutandosi, si dissero che si sarebbero rivisti all'apertura del testamento. Ripresa la macchina al parcheggio del Serraglio partì per tornarsene all’Airbnb dove alloggiava, in zona via del Ponte alle Mosse a Firenze, dove vi trascorse tutto il pomeriggio, riposando male e pensando a quella lettera che rilesse un'altra volta, e a suo fratello. 

Rileggendola, gli stava facendo uno strano effetto; in quelle righe c'era come un non detto. Il fratello si presentava come la persona giusta, colui che rimetteva le cose a posto: – … ho disposto per i tuoi figli una somma di denaro apprezzabile... – Ma perché in tanti anni non si era mai fatto vivo? Il loro padre era ormai deceduto da dieci anni; come mai in tutto quel tempo non lo aveva chiamato prima e messo le cose a posto, se quella faccenda era davvero ingiusta? Inoltre riguardo alla ditta  non c'erano cifre né dettagli in merito – sicuramente sarebbero stati presenti nel testamento – e la somma era apprezzabile fino a un certo punto. 

Lui ricordava quanto fosse stato duro il primo periodo in Olanda e quanto avesse avuto da tirare la cinghia e stringere i denti; è vero che si era messo contro la volontà del babbo e, conoscendolo, non si poteva aspettare qualcosa di diverso. All'inizio lo stipendio non era eccezionale e, al momento di mettere su casa con Ernie aveva preso un mutuo. Nessuno dei due, sia il babbo che il fratello si era mai informato di come se la stesse cavando; solo mamma Teresa gli telefonava e gli scriveva cercando con una certa pena di tenere i rapporti tra i maschi della sua famiglia. 

Era uscito dal commercialista emozionato e gli pareva di aver sentito, attraverso quello scritto, anche il suo tono di voce che ricordava bene, una voce sonora da tenore – Saverio, incoraggiato dal padre, faceva anche parte del “Coro della Verdi” ed era bravo – con la quale gli si rivolgeva adesso con soppesate parole di saggezza, parole di riconciliazione. Adesso, a mente fredda, di quelle parole ne percepiva un fondo di doppiezza. 

Cenò al ristorante cinese “Il Mandarino” di cui aveva sentito parlare, vicinissimo a Santa Maria Novella ma, nonostante il menù esotico non riuscì a staccarsi da quei pensieri. Pensò che quel rancore riemerso fosse una ferita emotiva che riscopriva adesso essere stata profonda, non ancora rimarginata; anche se la sua fierezza, a quei ricordi, l’aveva fatto reagire spesso con una spallucciata. D’altra parte la sua vita era andata orgogliosamente avanti in altro modo.

L'apertura del testamento era programmata per giovedì e Rino aveva due giorni di tempo da consumare nel modo migliore. Aveva pensato di vedere certe cose di Firenze che non aveva mai visto e rimpianse di non aver convinto Eline a fare quel viaggio. – No Rino, non ci vengo al funerale... mi dispiace... – aveva detto. Si ricordava della freddezza con cui era stata accolta diciotto anni prima alle esequie di Teresa, l'unica della famiglia per cui aveva provato un po' di tenerezza. Si erano incontrati un anno al mare, a Follonica, quando la donna aveva accettato volentieri di trascorrere una settimana con loro; allora i due nipoti olandesi erano ancora adolescenti e Teresa li voleva conoscere.

Il primo giorno andò quindi al Museo dell'Accademia, visitò le tombe di Michelangelo e degli altri grandi personaggi in Santa Croce e infine girellò per il centro. Sempre però con il cuore inquieto. La mattina dopo si diresse in Oltrarno; si era informato del Crocefisso di Michelangelo – aveva letto molto del grande genio – posto nella basilica di Santo Spirito. Era una giornata splendida, l'Arno rifletteva la luce e illuminava il Ponte Vecchio con le sue botteghe antiche. Dal ponte Santa Trinita guardò in lontananza e tirò un sospirone non sapendo se fosse di piacere o di un qualche confuso rimpianto. Arrivato alla basilica di Santo Spirito andò direttamente nella sacristia dove, al centro in alto era collocata l'opera d'arte. Era una scultura di qualità eccezionale e di grande raffinatezza d'intaglio, fatta dall'artista all'età di diciotto anni. Agli occhi di Rino – a parte la bellezza estetica –  apparve come figura da contemplare, da cui farsi attraversare interiormente. La famiglia di origine di Erine era cattolica, ma lei fin da ragazza si era dichiarata priva di interessi confessionali, e anche Rino molto presto aveva abbandonato la pratica religiosa. Tuttavia la sensibilità nei riguardi del sacro e il rispetto dei segni cattolici gli erano rimasti come interiori e profonde impronte. Nel silenzio di quella sacristia – i turisti erano pochi e silenziosi – rimase molto tempo a sedere su una panca, a riflettere. Davanti al crocefisso provò qualcosa che somigliava alla dolcezza, un sentimento non dimenticato.

L'indomani, giovedì, Rino arrivò presto allo studio notarile, in via Carbonaia e lì, finalmente conobbe suo nipote Alessandro; si strinsero la mano. Durante la lettura, Rino guardava le mani del nipote; erano le mani di suo padre. Stesse nocche sporgenti, stessa pelle chiara e anche la voce sonora era la stessa; gli occhi erano invece diversi, erano quelli della nonna, più dolci. Il notaio lesse con voce neutra le percentuali, le particelle catastali, le clausole. Quando pronunciò le cifre destinate ai figli di Rino, questi non batté ciglio. Fece un rapido calcolo mentale, con l’automatismo di chi ha passato la vita tra numeri e modelli; pensò che la parola “apprezzabile” debba avere un significato molto soggettivo. Alessandro ascoltava con il busto leggermente inclinato in avanti e non mostrava avidità, piuttosto attenzione, come se ogni parola potesse cambiare l’equilibrio del suo futuro. Alla fine, il notaio chiese se intendessero fare dichiarazioni, al che Rino chiese di poterci ripensare fino al giorno dopo. Dopo l'incontro, salito in macchina – l’aveva lasciata al parcheggio del vecchio ospedale – fece per avviarsi verso Firenze ma, arrivato alla rotonda di via Cavour, quasi senza volere, deviò a destra, entrò dalla Porta Pistoiese e, attraversata piazza San Domenico, arrivò presto in via del Seminario fermandosi vicino al vecchio cancello dello stesso seminario, che era mezzo aperto. Vi entrò, il cortile era più stretto di come se lo ricordava. I muretti non c'erano più, come i vasi di terracotta. Nessun giaggiolo fiorito – nonostante fosse proprio il mese di maggio – nessun arancio selvatico, nessun ragazzo in talare. Ritornò alla macchina e vi si mise comodo, con le mani intrecciate, assorto. Ripensò ancora alla lettera di Saverio. – Fanne quello che crederai giusto. – 

Mentre era lì, come sprofondato al sedile di guida, passai proprio io dall'altra parte della strada; Rino mi vide e mi chiamò. Mi voltai e  lo riconobbi senza entusiasmo; gli feci un cenno come a dire che avevo fretta, ma Rino scese dalla macchina e mi raggiunse toccandomi un braccio. – Ti sei offeso per l'altro giorno?... di’ la verità. – Come risposta feci il gesto del cazzotto come ai vecchi tempi. – Dai, scusami. – disse sorridendo. – Un po’ mi hai rotto davvero i c… e d’altra parte un po' strano sei sempre stato. –  risposi. Ridemmo tutti e due e ci scambiammo un’altra pacca sulle spalle. Decidemmo allora di farci insieme una pizza, da “Voglia 'e Turnà”, in via De’Lanaioli. Davanti ad una margherita dai bordi spessi – a me, come gli dissi, piaceva di più quella fine e croccante – Rino mi raccontò i fatti che lo avevano condotto a Prato dopo molti anni e mi confidò tutte le sue perplessità. – L'avrei anch'io, a dirla tutta, gli stessi dubbi, Rino... come fai a legarti a quel carrozzone, il tuo è un altro mondo... – Gli feci capire che quell’azienda – per quanto ne sapevo – fosse un po' “ammanigliata” con certi ambienti “di fuori” e chiacchierati. Rino stette molto attento, annuiva ma senza fare tanti commenti. Mi raccontò poi un po’ di cose della sua famiglia e del suo lavoro. – Ma in Olanda non ce l’avete i parrucchieri?… hai certi capelli. – gli dissi a un tratto. Rino rise e poi uscimmo. Dopo avere indugiato per il centro che a quell’ora era pieno di tavolini all’aperto, tra via Garibaldi, via Pugliesi e via Dell’Accademia, ci salutammo. – Comunque, se prima di andar via ti fermi da me, ti rimetto a posto. – gli feci strizzandogli l’occhio. – Ci penso. – fu la sua risposta. 

La mattina seguente Alessandro, che si era cambiato – non era più in giacca e cravatta, ma in jeans e maglione grigio – guardò con attenzione quello zio che non conosceva abbastanza. Rino si schiarì la gola per prendere la parola e, con voce incerta cominciò dichiarando che avrebbe mantenuto la quota per sé ma che non avrebbe, su eventuale richiesta firmato alcuna forma di garanzia, e che non avrebbe voluto nessun ruolo nella conduzione dell'azienda per la quale non aveva competenze. Proseguì dicendo – intanto le parole gli venivano adesso più sicure – che avrebbe destinato ogni eventuale utile ad una fondazione a nome di Teresa Fabbri, che era il nome e il cognome della madre da ragazza. La fondazione avrebbe avuto come fine quello di poter conferire borse di studio a meritevoli studenti in fisica e matematica. La cifra destinata ai suoi due figli – ne aveva parlato con loro e con Eline per telefono ed erano d'accordo – avrebbe costituito la base di partenza di quella fondazione. 

Il nipote che aveva ascoltato attento, lo guardò inarcando leggermente le sopracciglia e inclinò la testa, sorpreso ma non ostile. Dopo un attimo di silenzio, annuì dicendo: – Va bene... si può fare – Uno scambio di sguardi, sguardi di intesa tra due persone che avevano appena concordato una soluzione semplice. Mentre il notaio preparava alcuni documenti da firmare i due parlarono un po' del più e del meno; poi uscirono insieme. L’aria nel centro della città aveva l'odore leggero della polvere sollevata dal temporale notturno, insolito per il mese di maggio. Alessandro gli propose di fare uno spuntino all'aperto, in Largo Carducci. – Grazie, è una buona idea. – disse Rino. In piazza duomo non c'era quasi nessuno salvo alcuni gruppetti di africani, qualche magrebino e alcuni pakistani. – Certo che Prato è tanto cambiato... non si riconosce... – E' proprio vero. –  annuì Alessandro il quale dopo un po', quasi all'improvviso, aggiunse: – Il nonno, negli ultimi anni, chiedeva di te... – ah sì? – Sì, e una volta mi ha detto che tu eri il più intelligente della famiglia. – Rino sollevò la testa un po' sorpreso ma non disse nulla; e non chiese che senso avesse quel discorso. Alla fine, congedandosi si abbracciarono.

Tornando verso la macchina  si chiese se avrebbe più avuto l'occasione di tornare a Prato; qualcosa, guardandosi intorno, gli diceva di no, che non l'avrebbe rivista. Questa volta – rischiando qualcosa perché zona per residenti – aveva parcheggiato l'auto proprio davanti alla chiesa di San Fabiano in via Di Gherardo. Si ricordava che a quei tempi, il lungo prato erboso sotto le mura fosse molto più largo e che facesse quasi da ingresso alla gente che accorreva alla Messa, attraverso l'alto cancello, in quella chiesa antica. Nel mese di maggio – e quel giorno era per l'appunto il 17 di quel mese, un mese odoroso di primavera – la chiesa era molto frequentata per la Novena. In certe occasioni, ricordava, richiamati dalle campane del Duomo, i seminaristi e lui con loro – prima i piccoli in divisa e poi i grandi in veste talare – si disponevano in due file per andare in Duomo per le funzioni solenni. E, durante il percorso, si levavano il cappello per rispondere al saluto della gente che si trovava ai lati della strada, tra cui qualche mamma dei seminaristi più piccoli, che approfittavano del passaggio per dare un’occhiata al proprio figliolo.

Si riscosse da quei ricordi che non credeva lo potessero ancora un po' commuovere, come invece gli stava succedendo. E non voleva congedarsi da Prato in quello stato d’animo. Pensò che del pratese gli fosse rimasto il carattere pragmatico e schietto, un carattere molto simile, ma fino a un certo punto, a quello degli olandesi; per questo ad Eindhoven si era trovato abbastanza bene. Però laggiù qualcosa gli era sempre mancato; quell’esser “beceri” nel significato che dava Curzio Malaparte, l’abitudine liberante tutta pratese di dire ancor di più e ad alta voce ciò che gli altri tacciono. Quella libertà che gli era mancata in parte anche nella sua giovinezza quando, sottoposto alla disciplina del seminario e ancor più alla disciplina del padre autoritario, doveva sottostare al buon comportamento, quello che oggi si chiamerebbe il “politicamente corretto”.

Allora gli venne in mente proprio me – figlio di tessitori praticamente nato in una spola, espressione che una volta lo aveva fatto tanto ridere –  che, a differenza sua, ero sempre stato lasciato libero di dire quello che pensavo, anche in un modo piuttosto colorito. Gli venne voglia di farsi quei capelli che, per l’appunto, gli avevo “spregiato” il giorno avanti. Avrebbe dormito un’altra notte a Firenze; erano già le 15 passate e non voleva guidare di notte. Sfidando la sorte lasciò lì la macchina e fece la strada a piedi fino in Bailloni. Io un po’ me lo aspettavo; lo vidi arrivare attraverso il vetro e uscii fuori per aprirgli la porta, con un gesto volutamente ridicolo. Rise, e mi abbracciò. Quand’ebbi finito di fargli shampoo e capelli rimase lì, a sedere sul divano, rilassato. Aveva voglia di chiacchierare e lo assecondai con tutto il cuore; non arrivò nessun altro e se fosse arrivato, gli avrei trovato delle scuse perché se ne andasse, a rischio di perdere il cliente. 

Mi aggiornò sugli ultimi sviluppi e sull’impressione che gli aveva fatto Alessandro. Disse di avere un rammarico; non aveva avuto il tempo, e forse la voglia, di rivedere Gabriella la ragazzina di via Convenevole mai del tutto dimenticata, casomai fosse ancora viva; sarebbe rimasto con la curiosità di rivedere com’era adesso, alla sua stessa età. Confidava che il tempo, che è galantuomo, non avesse infierito troppo sulla sua, una volta, sobria bellezza. L’avevo vista tempo fa e gli dissi che stava bene e che sembrava serena. Verso le cinque chiusi bottega e lo accompagnai alla macchina. 

– Che dici Rino… tornerai a Prato? – Lui mi guardò senza rispondere, infine entrò in auto e, chiudendo lo sportello probabilmente avvertì che qualcos'altro si era chiuso, senza fare alcun rumore. Non è più tornato, però ogni tanto ci scambiamo delle e-mail. Nella prima che mi mandò disse che durante il viaggio di ritorno aveva come sentito il sottile alleggerimento di un qualche peso che fino a quel giorno non si era reso conto di aver portato addosso. Non si era ancora riconciliato completamente con la sua vecchia famiglia né con se stesso, ma ci stava provando; un sentire, scrisse, che somigliava ad un impalpabile equilibrio interiore. 

– fine –

P.S. 

(*1) l’Orto del Lupo: Antica area adesso quasi scomparsa, fatta di tanti orti privati, nel centro storico di Prato, compresa tra l'attuale via del Seminario e via San Vincenzo. Doveva il suo nome alla presenza, nei secoli passati, di terreni coltivati e di una gora omonima.

(*2) … la cui terra, nera e ruzzolata da… –  espressione presa, come alcune altre, da: “Il Seminario Vescovile di Prato” – 1983 - Mario Bonacchi

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