8–IL MASSAGGINO – Sergio, Clara, Enrico, Carmine

Il cortiletto di Giulio e della sorella Clara, simile a tutti gli altri di quella fila di case a schiera in zona Bailloni era quasi attiguo al nostro. Ci divideva solo quello di Ferdinando, il sarto triste che vedevamo passare tutti i giorni pari – com’era l’usanza di allora – da anni e sempre alla stessa ora, diretto dalla sua fidanzata che abitava a cento metri di distanza; fidanzata che infine diventò vecchia insieme a lui e che non sposò mai. Ogni casa dava sul davanti su quei minuscoli cortiletti divisi da quello confinante da una bassa inferriata; e nella bella stagione, alla sera o nel pomeriggio della domenica, le donne si affacciavano ognuna davanti alla propria porta e si sedevano – dando di spalle a chi passava – sulla seggiolina impagliata e con i ferri in mano. Parlavano con la vicina che, nella stessa postura, sferruzzava anch’essa a poca distanza.
Loro avevano perso il babbo ancora giovane per un brutto male ma in compenso, in casa, avevano due nonni; io invece non avevo mai conosciuto nessun nonno o quasi; così di quello di Giulio e di Clara conservo tuttora un tenero ricordo legato anche alle “girate” sul Bisenzio. Lui amava portarci tutti e tre lungo l’argine del Bisenzio dalla parte di Mezzana – lui era nativo di Mezzana e quei posti li conosceva bene – fino a un boschetto di alberi alti di platano. Lì c’era un prato e d’estate era un posto molto fresco e piacevole con la brezza del fiume che muoveva frusciando le foglie sopra di noi. Succedeva durante le vacanze almeno due o tre volte; per noi erano gite bellissime e non vedevamo l'ora. Partivamo presto con la sua Giardinetta Fiat e, arrivati in fondo al viale Montegrappa costeggiavamo il fiume fino a quel posto. Anche adesso quando ogni tanto porto le mie bambine da quelle parti, non posso fare a meno di fermarmi su quel prato e ricordare quella brezza e quel fruscio. Il mio ricordo più lontano – mi rendo conto di non averne tanti della mia infanzia – attiene all’asilo infantile, un asilo ricavato da una vecchia villa immersa tra gli alberi. Non molti anni fa per merito di un amico rivisto per caso dopo tanto tempo, recuperai una foto di gruppo e in quella foto avevo l’aspetto di un monello molto vispo con un grande fiocco bianco mezzo sciolto e in tralice. Eppure in quel ricordo personale, il più antico che io abbia, c'era un pianto disperato consolato da suor Lina, causato da un bambino che mi spregiava l’uovo fritto preparato dalla mamma, dicendo che sembrasse “moccico”.
L’ultimo mio nonno si chiamava Luigi e se n’era andato quando avevo solo un anno, ma mi hanno raccontato che io piangevo e piangevo continuamente, e che nonno Gigi – così lo chiamavano, forse per la sua bassa statura – riusciva a calmarmi strofinando la grattugia del formaggio sui vetri in rilievo del “mettitutto”, la madia della cucina che è stata lì ancora per molti anni; e in questo modo la mamma poteva dormire appena un po’, perché di notte le era impossibile. Non si sa bene che cosa avessi avuto, forse un’ulcera, ma le cure mediche non funzionavano, fino a che il babbo e la mamma, dietro compassionevole suggerimento, mi portarono un giorno in casa di una anziana persona in piazza Duomo, proprio di fronte al pulpito di Donatello e Michelozzo. Non ho mai saputo quale fosse stato il rimedio di questa persona misteriosa ma forse neanche i miei genitori lo capirono; coincidenza o non coincidenza da quel giorno non piansi più. Dalla mia mamma la guarigione fu attribuita senza incertezze alla Madonna della Cintola; amò pensare che dal pulpito di Donatello da cui da secoli veniva mostrata al popolo la Cintola, la Madonna mi avesse accarezzato sanando la mia piccola ulcera. Quei ricordi di quando ero piccolo – quelli più lontani me l’hanno raccontati così tante volte e mi pare di ricordarmeli davvero – mi hanno accompagnato per molto tempo. Clara dice che io sia fin troppo d'indole sensibile e nostalgica; dice che forse dipende dai troppi ricordi. Comunque sia, dopo l’università entrai nel mondo del lavoro e feci la mia strada come capo magazziniere al Superal di Viale Galilei. Clara, la bambina dello stretto cortile quasi accanto al mio e che non avevo mai perso di vista neppure durante la vita scolastica, con il tempo era diventata una donna piacevole, alta, leggermente sovrappeso ma dal viso dolce. Ci frequentammo, avevamo degli ideali comuni – al corso sposi della diocesi era la più bella di tutte – e provavamo l’uno per l’altra una forte attrazione sessuale; infine ci sposammo.
Viviamo in una villetta a schiera dotata di un vero giardinetto sul davanti e di un orto sul retro, in via Della Gualchiera a Coiano. Ho un lavoro sicuro, pur non essendo soddisfatto al cento per cento – a volte mi pare un lavoro improprio per un laureato in Economia e Commercio – lei invece lavora come segretaria in una scuola superiore, al Marconi. Abbiamo avuto presto due bambine; Gianna e Lucia che io chiamo chiamo “la mie fatine” e ce la passiamo bene. Abbiamo – o forse avevamo – degli amici, due o tre coppie della nostra età con cui trascorrere spesso la domenica insieme, dei quali, Carmine e Luisa sono – o erano – quelli più assidui nella nostra casa.
Un sabato uggioso e piovoso di febbraio, in soggiorno con il camino acceso; si era già cenato ed era ancora molto presto quella sera. Stavo sbrigando del lavoro che mi ero portato a casa – ero rimasto indietro con il controllo delle fatture – mentre Lucia stirava sbirciando la televisione a basso volume. Ma ero inquieto; mi ero messo in testa che Clara, durante una festicciola di carnevale per i bambini – ben cinque bambini con i genitori tutti nostri amici – si fosse fatta sbaciucchiare o quanto meno toccare da Carmine mentre erano in cucina a preparare i dolci. Glielo avevo chiesto la sera stessa – erano già andati via tutti – puntandole gli occhi, dopo aver messo i bambini a letto: – … Clara, sbaglio o Carmine ti stava intorno in un modo strano? – Perché dici così? – Quando sono entrato... ho visto che ti stava addosso... e poi quella faccenda dei piattini... – … macché... era solo un po' brillo... troppi vinsantini. – Poi lei aveva cambiato discorso. Sono sempre stato geloso; non era la prima volta che provavo certe inquietudini. La confidenza che sentivo esserci tra lei il preside della scuola mi dava molto fastidio; era un bell'uomo di cinquant'anni e lei rideva al telefono quando la chiamava per qualche urgenza. Anche la presenza del fontaniere che veniva in casa quando non c'ero era sempre stato motivo d’ansia per me; lui era un “piacione” che lavorava chiacchierando molto e lei gli dava spago raccontandogli anche cose che non avrebbero dovuto interessargli. Certo, l'ansia era ingiustificata. – Sono proprio un imbecille. – dicevo tra me la di notte quando, dopo essere andato in bagno, non riuscivo più ad addormentarmi a causa di quelle ubbie. Ma quella domenica c'era stato qualcosa di diverso; averla vista fianco a fianco con Carmine per un'attimo ci poteva anche stare – il tavolo era pieno di roba e la cucina non è grande – ma poi loro avevano preso la macchina per andare – così dissero – da Ja Ja Maj, perché mancavano i piattini di plastica. E non erano tornati tanto alla svelta. Avevano detto poi che lì non c'erano più piattini e che erano arrivati fino alla Coop al Parco Prato.
Alla televisione c'era un programma di Licia Colò, noioso, e Clara lo guardava distrattamente. I bambini, già un po' sonnolenti, giocavano in terra sommersi dai giocattoli mentre io, ogni tanto, sollevavo lo sguardo e la sbirciavo pensando a quella festicciola; erano già trascorse alcune settimane ma la cosa non mi voleva uscire dalla testa. Mi venne di rammentare com’era Clara da bambina al di là del cortiletto; la sua mamma vedova la pettinava spesso e amava mettergli dei fiocchi rosa alle trecce bionde. A me, a quel tempo pareva una bambina come tutte, anzi un po’ più sbiadita di altre; era importante soprattutto perché sorella di Giulio. Adesso invece era una donna bionda, alta e slanciata e con un bel seno; pensai che a scuola non dovesse passare inosservata neppure agli occhi degli studenti di quinta. Poi mi venne alla mente, chissà perché, quella foto di gruppo e quel bambino dell'asilo – si chiamava Vacirca; un nome da cattivo – che mi aveva spregiato la merenda. Nella foto io ero l'unico con il grosso fiocco girato di traverso e anche il mio grembiule nero si distingueva da gli altri per essere un po' troppo corto. Allora mi alzai, radunai tutti fogli sparsi sulla tavola e li misi nella cartellina azzurrina. – Sono stanco – dissi sbadigliando: – Te che fai?... i bambini hanno sonno, mi sembra. – Lei staccò la spina del ferro da stiro. – Sì – disse, appoggiando sul divano l'ultima camicia stirata. Si chinò in terra per prendere la più piccola che si era quasi addormentata. – Ripensi mai a quella domenica di Carnevale? – mi chiese mentre si alzava con lei in collo.
Non mi aspettavo quella domanda; – Quale domenica? – risposi. – Quella della festicciola?... come mai me lo chiedi? – Lei stette zitta per un po' allora ripresi: – Perché, ti sei un po' pentita vero?... lui ti ha sbaciucchiato o no? – Macché... non lo so… chissà perché mi è venuto in mente quel casino... – Lei stette zitta per un po’. – … ma non è successo niente. – Senti... adesso me lo potresti dire... dimmelo, ti ha baciata o no? – ripresi. Ma no!, te lo detto, era solo un po' brillo... – Vai, non ti preoccupare, me lo puoi dire ora... confessati. – Entrambi scoppiammo a ridere e di colpo lei disse, un po' imbarazzata: – Sì, mi ha baciata un paio di volte... – e sorrise, aspettando che io facessi altrettanto. Rimasi muto, poi mormorai: – Avevi sempre detto che ti aveva solo un po' toccata durante la guida… anzi dicesti – ora mi ricordo – un po’ cincischiata... allora?...come è andata? – dissi. – Ma perché si parla di questo... ma che argomento è?... – chiese lei mentre portava Lucia già addormentata in camerina. Dopo qualche minuto ricomparve in sala; stava alzando da terra il maschietto quando sussurrai: – Me lo hai chiesto te se ripensavo a quella domenica... mica io… ora qualcosa mi devi spiegare. – Clara si era già incamminata con il bambino verso la camera – Senti, non è successo niente... quasi niente... – riprese lei tornando in soggiorno dopo qualche minuto. – La vuoi una tisana calda, Enrico?... quella con limone e zenzero... ti va? – Va bene – risposi.
Presi a cambiare canale alla TV come ne stessi cercando uno in particolare e quando lei tornò dalla cucina con le due tazze di tisana la guardai e le chiesi di nuovo: – Allora?... me lo dici o no icché successe durante il tragitto in macchina... eh? – Niente... niente, te lo l'ho detto. Piuttosto... bisogna decidere per tempo per il mare. Luglio a chiamarlo risponde... e poi si litiga – disse lei facendo una risata. – A San Vincenzo ce n'è uno di appartamenti, proprio bellino, a cento metri dalla spiaggia... – Si affacciò di nuovo nella camera del maschietto. – Davvero Enrico, non è successo nulla... non so neanch’io perché te l’ho chiesto dianzi. – Sorseggiavo la tisana mentre facevo finta di guardare un vecchio film sulla “Sette”. – Senti Clara... quella storia l'hai riesumata te... ma qualcosa è successo, vero?… me lo devi dire. – e lei: – Ma cosa vuoi sapere? – Senti... do per scontato che ti abbia sbaciucchiato... lo so... non lo negare, via.... però mi devi dire cos'altro avete fatto... vai, dimmelo... siamo persone mature... o non s'è sempre detto che ci si deve dire tutto?… ti ricordi cosa ci raccomandavano al “Corso della Tenerezza”? – Allora? – Insistei. – Senti... lasciamo perdere… vai Enrico. –
A quel punto cambiai tono e ruggii a bassa voce: – Ho detto dimmelo! – Clara si sedette davanti, si strofinò la faccia, come a svegliarsi da un torpore, poi alzò il viso verso di me. Allora mi raccontò che quella sera Carmine era strano e che a un certo punto loro due si erano trovati da soli in cucina quando lei si accorse che non c'erano più piattini di plastica, ma aveva anche detto che avrebbero usato quelli più grandi: – … ma lui insisteva che non era affatto lo stesso – era già su di giri – e me lo disse all'orecchio come fosse un gran segreto e mi fece ridere. Fu a quel punto che tu arrivasti... te lo ricordi? – Clara raccontò che uscendo fuori alla macchina per andare alla Coop – io ero rimasto perplesso per quella decisione ma li avevo lasciati fare – lui le aveva preso la mano in un certo modo. – Ecco... tutto quello che mi viene da dire è che… anch’io ero su di giri... sono stata un po' cretina Enrico... lo so... mi dispiace. –
Io mi alzai in piedi come una molla, picchiai un cazzotto sulla tavola facendola sobbalzare e imprecai: – Puttana miseria... lo sapevo... lo sapevo. – Poi mi buttai sul divano e la guardai fissa negli occhi: – Avanti, continua... – Che cosa devo continuare? – Continua.... avanti, e poi?... finisci di raccontare, porca miseria! – Ti stai agitando per nulla, non c'è nient'altro... – Lei era sul punto di piangere. – … ma icché si sta facendo, Enrico… non ti sembra d’esagerare? – Continua t’ho detto! – Ma io non me ne ricordo neanche... icché sia successo... – Dopo un po' di silenzio sussurrai: – Anzi, no, non mi dire proprio nulla... un voglio sapere nulla!. –
In quel momento mi venne in mente la guarigione della mia piccola ulcera, una cosa che all’apparenza non c’entrava nulla con quel discorso. Quella vicenda raccontatami tante volte era entrata a far parte del mio immaginario, dove mi ero rifugiato in alcuni momenti di particolare fragilità, o durante i quali avevo avuto da sciogliere certi nodi. Mi aveva come segnato tanto che alla fine delle superiori mi aveva anche indotto ad interrogarmi se non fosse stato giusto, per me, consacrarmi alla vita religiosa. Poi avevo di nuovo incrociato Clara nei corridoi del Cicognini e, al mio direttore spirituale dissi che non fosse quella la mia vocazione. Allora mi riscossi, ero ancora su quel divano; pensai che se allora avessi detto di sì a Dio, in quel momento non sarei stato così sofferente.
– Enrico... senti... siamo persone razionali... non te la prenderai spero... – La voce di Clara che si era messa all'altro capo del divano, era tornata calma – No… non me la prendo – dissi. – Me lo prometti? – Lei allora si avvicinò ad uno sportello dove tenevano della cioccolata fondente a dadini; entrambi ne eravamo golosi e ne prese un po'. Io invece presi in mano l'inserto celestino dove avevo riunito le fatture e lo spostai in fondo al tavolo, dopo avergli dato un colpettino, come a riunirlo; poi lo aprii di nuovo alla prima fattura e mi mise a guardarla rimanendo seduto lì, distante.
Prese a raccontare che, arrivati alla Coop – entrambi non avevano preso neppure il giaccone ed era freddo – lei era rimasta in macchina. Al ritorno lui era ancora un po' brillo e parlava continuamente. Tra le altre cose – … tutte molto sciocche, ma mi facevano ridere... – precisò Clara, disse che sua moglie avesse poco petto. – … non come il tuo… lo sai, mi piacerebbe baciartelo. – aveva detto. A quel punto Carmine si era fermato dopo la rotonda dove c'è uno spiazzo ed è molto buio in quel punto. – … improvvisamente lui si appoggiò sul mio petto quasi per scherzo ... – Clara parlava a scatti; io cominciai a fissare i giocattoli dei bambini lasciati per terra. Guardavo una bambola e mi immaginavo che fosse la bambola a raccontare quelle cose e che fosse una storia buffa. Poi mi immaginai che in quella stanza fosse arrivato mio nonno, quello che era morto quando avevo un anno e che strofinava la grattugia del formaggio sui vetri in rilievo del “mettitutto” quando io non ne volevo sapere di smettere di piangere. Ma il rumore della grattugia non riusciva a coprire le parole di Clara che uscivano e uscivano e uscivano dalle sue belle labbra D'un tratto – mentre lei riferiva cosa aveva detto Carmine mentre teneva la propria testa sul suo seno – sentii salire su un gran desiderio per la mia sposa. – Che dici... vogliamo provarci? … – le aveva detto. – Non ho scuse, Enrico... – disse singhiozzando. Andai con la memoria all'attimo in cui li avevo visti accostati al tavolo dei dolci e mi dissi che non avevo le palle, e che se fossi stato una persona normale le avrei proibito di andare in macchina con lui, piattini o non piattini. Allora la guardai; Clara stava piangendo a dirotto. – Perché Clara? – Le dissi. – Come?... ti sei lasciata andare così? Ma come è possibile? … Clara! – Ascolta... – implorò lei. – Ascolta... non siamo andati proprio fino in fondo... ascolta Enrico... – Vai via di qui! – Urlò lui. – Enrico... –
Invece fui ad andarmene, sbattendo la porta. Pioveva e con gesto automatico mi coprii il capo con il cappuccio del giubbotto afferrato all’uscita, ma fatto qualche passo si fermai sul marciapiede e, tremante, mi appoggiai ad una auto parcheggiata lì vicino. Dopo un po' mi chiesi cosa ci stessi a fare sotto la pioggia, e mi girava la testa. Cominciai a camminare; senza pensare a nulla percorsi tutto il Viale Galilei fino alla rotonda, quella grande al ponte Datini. Invece di cercare le strisce pedonali, mi buttai tra le macchine che andavano lentamente, ma una volkswagen accellerò di scatto. Quando me la vidi addosso scattai d'istinto verso l'aiuola, quella con la fontana nel mezzo, ma scivolai sull'asfalto viscido. E prima di ritrovarmi steso sull'erba molle e dolorante per aver battuto una gamba sul cordolo, mi presi anche un insulto. Rialzatomi con fatica e raggiunta l'altra parte proseguii per il centro dove, con i pantaloni fangosi e con l’animo ammaccato entrai in un cinema, a caso. All'Eden davano “La Grazia” un film malinconico e leggermente comico, ma poteva essere qualsiasi cosa, perché non vidi quasi nulla.
– Non siamo andati proprio fino in fondo... – Quelle parole mi rimbombavano ed ero atterrito; mi stavano scavando la mente, ne cercavo il senso anche se avevo capito benissimo. Ne frugavo il possibile lato meno doloroso, cercavo di auto convincermi che forse lei non si fosse espressa bene ma subito dopo appoggiavo il capo sul sedile davanti – c’erano pochi spettatori – e quei pietosi dubbi svanivano; svanivano proprio tutti, come nebbia al sole, lasciando il posto all'incredulità della certezza: – Ma come è possibile?... l'hanno fatto sì... sì che l'hanno fatto... – Poi cercavo di fare il vuoto nella mente ma senza successo. I fantasmi di un futuro che non sarebbe stato più lo stesso – era chiaro che non poteva essere lo stesso – mi assalivano. – Non è più possibile... e come potrei?... non vorrò neppure sfiorarla. – Poi pensavo alle bambine. – E loro?... dovrò vederle ogni tanto... si sa, in questi casi... – Gli occhi mi si inumidivano e la fantasia galoppava in sella a un dolore pungente. Mi venne da piangere in silenzio e non mi trattenni, complice il buio della sala; ma non potei evitare di tirare in su con il naso non avendo le salviette, e mi asciugai con il dorso delle mani. Due spettatori che erano quasi davanti a me – una coppia di mezza età – borbottando qualcosa si spostarono tre file più avanti.
Avevo non visto il film quasi per intero quando mi alzai per andarmene. – Ciao Enrico, come stai?.... sei solo? – Sulla porta del cinema incrociai Sergio, il barbiere di via Strozzi da cui andavo da ragazzo a farmi i capelli; era una vita che non lo vedevo. Abbozzai un sorriso e mormorai qualcosa salutandolo con un gesto della mano; non volevo fermarmi, tanto più sapevo che lui avesse fama di chiacchierone. L'uomo – era insieme ad un suo amico della stessa età, tarchiato e calvo – era rimasto perplesso per quella freddezza che non si aspettava. Me n’ero reso subito conto ma non avevo voglia di parlare con nessuno. Addosso ero infreddolito e umido; i gomiti del giubbotto e i ginocchi dei pantaloni portavano ancora il segno del fango della caduta e la gamba battuta nell'urto mi doleva. Fatti pochi passi guardai il cellulare; non c'erano né messaggi, né chiamate ed era quasi l'undici; non sapevo se provare sollievo o disappunto e la pioggia era cessata. Mi diressi verso piazza Mercatale e salii sul ponte; mi fermai a metà e mi appoggiai sulla spalletta che guardava le luci accese dalla parte della vallata. Il fiume, costeggiato dai lampioni offuscati di nebbia non pareva di buon umore; l'acqua era alta e, passando sotto al ponte faceva un brontolio sordo. – E se mi buttassi ?... eh? – Non ci credevo a quelle parole; ero e sono un credente e non l'avrei mai fatto; volevo solo sentire che effetto facevano quelle parole dette ad alta voce. Non c'era nessuno e lo ridissi a voce ancora più alta e poi ancora due o tre volte urlando sempre di più. – Sto rimbecillendo davvero… – ma sentii che quello sfogo mi aveva fatto bene. Mi misi a correre e, seguendo via ... presi la ciclabile parallela a via Firenze che seguiva il fiume e che attraversando via della Repubblica portava, dopo un bel po’, a Gonfienti. Era buio pesto ma sapevo bene dove fossi diretto. C'erano pozze d'acqua dappertutto a cui non feci caso; l'idea era quella di arrivare fino al ponte Bailey dopo Mezzana e tornare dall’altra parte del fiume. Correndo e camminando svelto sentii i polmoni che si riempivano, sentivo fluire la vita. Infine ritrovai il boschetto di platani e la radura della mia infanzia e mi fermai nel mezzo, tra l'erba molle.
Avevo confidato che l'endorfina prodotta da quell'impegno aerobico m'avrebbe fatto sentire meno depresso, ma non era così. Al buio, in piedi per l’erba molle, i piedi umidicci e scosso da qualche brivido di freddo, riapparvero i fantasmi. – Che dici... vogliamo provarci?... non siamo andati proprio fino in fondo... – Mi stava di nuovo scoppiando la testa; in quel posto avevo dei ricordi bellissimi e Clara in quelle immagini lontane era una bambina con i fiocchi rosa. Mi chiesi se altri provassero quell'inferno oppure se le persone, uomini o donne, fossero più menefreghiste di me – sapevo bene che così va il mondo – oppure, come il rovescio della stessa medaglia, più tolleranti di me. Alla fine, chiedendomi che cosa ci facevo di notte in quel posto assurdo, tornai indietro. Il tragitto era molto lungo, e sfinito di stanchezza, finalmente arrivai al ponte Datini. Avvicinandomi a casa – avevo già percorso il tratto di viale Galilei – decisi che quella notte avrei dormito sul divano, semmai fosse riuscito a dormire. – … e domattina... boh... non so che pesci prendere... davvero... se non ci fossero le bambine, saprei io come fare. – Mia mamma anziana abitava con mia sorella sposata ancora in via Strozzi; avrei potuto chiedere chiedere di stare con loro per un po' di tempo; ma pensai che con il cognato non andavo troppo d'accordo, e quello era un problema. E poi, solo l'dea di dover parlare – almeno per le cose essenziali – l'indomani con Clara, o di incrociarne lo sguardo mi parve insopportabile. Girai la chiave ed entrai senza far rumore. Accesi la torcia del cellulare per un istante nella camera delle bambine che, ignare della sua vicenda, dormivano. – Loro sono innocenti... – pensai. – … non dovranno soffrire per questo.... troverò una soluzione. – Mi misi a sedere e considerai che non sapevo che cosa avrei fatto nei giorni a venire; non riuscivo ad immaginarmi come sarebbe stata la mia vita per anni e anni fino alla vecchiaia. Mi immaginai solo; mi immaginai che avrei dovuto trovare un'abitazione decente per ospitare le figliole quando fossero venute a stare con me, per quel poco tempo che mi sarebbe spettato di ospitarle. Infine per l'immediato, previdi che quella notte non avrei dormito. Poi presi i plaids che usavamo di solito per stare davanti alla televisione, mi stesi sul divano del soggiorno e, contrariamente a quella previsione, sprofondai subito in un sonno profondo.
Al mattino seguente; era domenica e, a cose normali – ma quello non si presentava un giorno normale – i due sposi avrebbero dormito un'ora in più se le bambine non si svegliavano – Mi svegliai invece prima del solito, per la scomodità del divano e per il disagio che mi dava l'umidiccio ancora addosso. La mia mente fu subito travolta dall'onda di tutta quella pena patita e di tutto quel pensare della sera prima; sentii la bocca amara e la gola che mi bruciava un po', ma non mi mossi di lì. Avvertii, per certi familiari fruscii che conoscevo, che Clara si stesse alzando per andare in bagno ma decisi di far finta di dormire; sentii poi lo scrosciare dello sciacquone e infine la sentii rientrare in camera. Feci passare qualche minuto, pensando che Clara fosse ritornata a letto e che si fosse riaddormentata; era una cosa, quella facilità di dormire e di riaddormentarsi che le avevo sempre invidiato. – Si vede che a lei va tutto bene... – pensai con amarezza. Io invece avrei avuto un gran bisogno di una doccia; in silenzio entrai in bagno e buttai tutto nella cesta del bucato rimanendo in piedi e nudo a rimuginare, prima di aprire l'anta della doccia. Mi guardai allo specchio; mi vidi smunto di viso ma notai che il mio corpo fosse ancora abbastanza tonico. Infine, con un piacere inusuale, mi sottoposi a quel getto caldo e ci stetti molto a lungo, mi asciugai bene, mi frizionai i capelli – io li ho fini e non uso il phon per asciugarmeli – mi misi l'accappatoio e poi entrò a piedi nudi in camera. Furtivo come un ladro cercai il cambio dell'intimo e tutto il resto, comprese le scarpe. Stavo per uscire ma poi vidi la forma di lei stagliata sotto alla coperta leggera.
Appoggiai quello che avevo preparato sulla sedia, mi tolsi l'accappatoio e, stupito di me stesso, mi infilai nel letto. Mi misi supino a guardare il soffitto; e sentii che da sotto il lenzuolo mi arrivava il tepore di lei e anche il profumo leggero della sua pelle, ma non osavo muovermi. Lei non dormiva e giaceva rannicchiata sul fianco opposto; lentamente si mosse e si dispose anche lei supina. Ancora ad occhi chiusi lei allargò una gamba e mi toccò con il piede. Io a quel tocco mi irrigidii; avevo troppo sofferto. Quel tocco leggero però mi stava facendo un grand'effetto e mi rilassai. Infine mi lasciai un po' andare; pensai che lasciarsi un po' andare ci poteva stare. Clara si spostò allora sul fianco dalla mia parte e con la mano mi toccò il petto. – Senti... – mi disse sottovoce: – come va la schiena?... ti andrebbe un massaggino? – Rimasi immobile per qualche secondo. Il piede di lei era caldo; sentivo il suo respiro regolare accanto a me, e quel contatto leggero mi arrivava più al cervello che alla pelle, ma non risposi alla domanda. Dopo un attimo, mi voltai verso Clara, come se quella minima torsione del corpo fosse tutto ciò che potevo permettermi. Lei mi guardò appena, senza parlare, poi chiuse gli occhi. Poi, riaprendoli, mi sorrise appena – un sorriso che veniva da molto lontano, forse da quel cortiletto di quando eravamo bambini, diviso dal suo solo dallo stretto cortile del sarto triste. Restammo così, in silenzio, mentre la luce del mattino entrava piano dalla finestra.
Fu in quel momento che pensai ancora una volta che qualcosa si fosse rotto per sempre, ma che forse – nonostante tutto – lì dentro, in quella immobilità condivisa, c’era ancora uno spazio per qualcosa. Mancava un'ora al momento di svegliare le bambine; lei incrociò una gamba tra le mie gambe e mi si strinse addosso. Non mi mossi per qualche minuto, ma infine non ne potei più, e mi sciolsi.
Rimasi stupito di me stesso come ebbi modo di ripensare in seguito e per molto tempo, sorpreso in generale di quanto sia mutevole l'animo umano. Di come facilmente le persone non troppo forti di carattere oppure – a seconda dei punti di vista – non irrimediabilmente orgogliose, pur rimanendo all'apparenza le stesse di prima fossero capaci, tutto sommato, di mutare sentimenti e giudizi senza patire, alla fine, troppe frustrazioni.
Le bambine non si svegliarono che alle nove e mezzo e dovetti fare una corsa affannosa per condurle in tempo a scuola.
fine –