9-UNA PIOGGIA FINE FINE – 2026 – Sergio, Ginetta, Mariella, Fiorenzo

Quel giorno di gennaio di alcuni mesi fa, mi sentivo malinconico; veniva giù una pioggia fine fine e fitta e mi ero messo – lo sguardo immerso nel vuoto – alla finestra. Di solito a quell'ora, con la bottega chiusa come tutti i lunedì mattina, facevo un giro da qualche parte ma quel giorno era troppo freddo e umido e non ne ebbi voglia. Il tempo così grigio mi metteva sonno; avevo appoggiato la fronte e il naso al vetro rendendolo opaco a chiazze con il respiro, e le mani sopra al radiatore. In giro non vedevo nessuno e neppure Ginetta era davanti alla sua porta per salutare e sgranare gli occhi da pazzerella.
La malinconia di quel giorno, forse accentuata dall’esser piuttosto meteopatico, mi fece sentire ancor più quello che sono, cioè un anziano vedovo che, oltretutto, passava e passa tuttora per essere un chiacchierone; e d'altra parte quel talento fa parte del mio mestiere. Un barbiere deve fungere di volta in volta da confidente, da confessore, da psicologo; insomma di tutto un po' per intrattenere i clienti. E quando parlo di me – perché a volte mi può capitare – dico sempre che non mi sono voluto né risposare né accompagnare, magari con qualche georgiana giovane come hanno fatto alcuni che conosco, incapaci di stare in compagnia di se stessi; e di esserne contento.
– Sì, codesto discorso lo facesti anche quando t’avevi trent’anni… come la volpe e l'uva... – mi aveva ribattuto Fiorenzo con un sorrisino proprio qualche giorno fa. Fiorenzo Gori è mio amico, uno quasi pelato a cui perdono tutto, anche i discorsi più strampalati, ed è tra i pochi che viene a farsi la barba, una barba così nera e ignorante che da sé non riesce a farsela senza tagliarsi. – Ma cosa c’entra… ma che cavolo dici Fiore… – Lui si riferiva ad una vicenda che ricordavo benissimo ma successa in tutt’altro contesto. E’ vero che allora – a quell’epoca già mi consideravo, con inquietudine esagerata, un po’ zitellone – non arrivai a cogliere, per rimanere nella metafora di Fiore, una ciocca di uva succosa e nera che si chiamava Mariella Burchietti. E fu un bene, altrimenti non avrei incontrato Anna.
Una vicenda iniziata durante una giornataccia simile con la differenza che allora avevo una trentina d'anni – Anna sarebbe entrata nella mia vita qualche anno dopo – e mi sentivo un leone, ma un leone troppo solo.
Lei non era tanto alta, era piacevolmente grassoccina e mora ma con degli occhi così verdi e luminosi che, secondo il mio sentire di quei giorni, facevano svenire a guardarli. Oltretutto con una bocca così bella da desiderare di baciarla subito, appena compariva sulla soglia della bottega. Originaria di Fiorenzuola, un paesotto dell'alto Mugello sul confine con l'Emilia, era venuta a Prato con la famiglia ancora bambina e le era rimasta inalterata quella pronuncia simil bolognese che a me, a sentirla parlare, con quegli esse e quelle zeta, eccitava da morire. Venne una mattina a portare il bambino per fargli i capelli, un gran capo di riccioli neri, e me ne innamorai subito; me lo ricordavo bene, era un martedì e la bottega era ancora vuota. Fuori il tempo era freddo e grigio ed io, anche in quel momento, sonnolente e con le mani in tasca stavo appoggiando la fronte e il naso sul vetro della porta. Fu allora che, attraverso il vetro opacizzato dal vapore del respiro, vidi per la prima volta quella donna mentre faceva l’atto di voler entrare.
Più tardi, quando ormai stavamo insieme, mi avrebbe raccontato che il marito, un regolare marito sposato in chiesa, dopo averla messa in cinta se ne era andato a lavorare in Belgio; erano già trascorsi cinque anni da quella partenza e non era più tornato. – E' stata una sua scelta... – diceva la donna – … allora a Prato, negli anni ottanta, c'era tanto lavoro; ma lui era un tipo insoddisfatto per natura, un nomade, e se n'è accorto tardi. – Lei abitava con la propria madre poco lontano e, complice la comprensione materna – d'altra parte Mariella era una vittima dell’abbandono e infelice – io trascorrevo quasi sempre la notte, spesso ore appassionate, nella casa di via Galeotti, in Bailloni. Avremmo voluto sposarci ma l'uomo che in quel momento era in Germania rispose per lettera che no, lui non voleva divorziare. Allora io – in quell'epoca facevo anche il parrucchiere da donna, e mi sentivo sicuro – la spinsi a chiedere la separazione giudiziale, una procedura complessa che avrebbe potuto aprire la strada al divorzio, un traguardo però che neppure l’avvocato sapeva dire quanto fosse lontano. Eravamo ancora abbastanza giovani e ci appoggiammo a quella prospettiva che avrebbe significato per noi una nuova vita.
Il processo di separazione era già stato avviato quando un giorno comparve davanti alla porta della bottega un uomo grosso sulla quarantina. Sulla poltrona in quel momento c'era proprio Fiorenzo; all’epoca aveva anche qualche capello da sistemare ma la barba era già dura e nera come la pece. Era il marito di lei che, spinto da assurda gelosia e da un’ingiustificata rivalsa era tornato quella notte da Francoforte ed era entrato in casa di cui aveva ancora la chiave, come una furia. Mentre la nonna si era rifugiata in camera sua con il bambino piangente, quell'uomo aveva schiaffeggiato Mariella per un interminabile mezz’ora, l'aveva trascinata sul letto matrimoniale e l'aveva posseduta con la forza. I vicini avevano sentito tutto ma non avevano mosso un dito.
Adesso quell’uomo era lì, sulla soglia della bottega. Intuii subito chi fosse, perché la donna un giorno, mi aveva fatto vedere le foto del matrimonio che poi aveva rimesso in un baule con un gesto di disgusto; adesso era ingrassato e con i capelli corti e unti ma lo riconobbe. L'uomo, con un forte accento siciliano pur imbastardito dalla sua lunga permanenza in terra straniera, mi minacciò dicendo che, se mi fossi provato a riportare il culo sul suo letto matrimoniale, m'avrebbe ammazzato. Avendo ormai acquisito familiarità con quella camera, avevo infatti lasciato nel cassettone di radica d'olivo alcuni indumenti, alcuni intimi; una scoperta che aveva fatto imbestialire l'uomo violento che rimase da padrone in quella casa, peraltro di proprietà della nonna, per tre settimane. Dopodiché un mattino, prestissimo – nessuno vide né sentì nulla – fece salire sulla sua Volkswagen Mariella e il bambino, e partì. La nonna no, non gli interessava, la lasciò lì in quella casa troppo grande per una donna molto anziana. Seppi poi che, probabilmente minacciando di portarsi via il bambino che gli assomigliava come una goccia d’acqua, aveva spinto la donna a ritirare la domanda di separazione. A me crollò il mondo addosso e nessuno seppe dire dove fossero andati, neppure quella vecchia rimasta sola. In bottega quella vicenda assurda fece l’effetto come si fosse abbattuto un lutto o anche peggio, sulla mia persona; le persone arrivavano in silenzio, al massimo un saluto accompagnato da un sospiro, si accomodavano sulla poltrona rotante e si sottoponevano al mio lavoro senza fare tanti discorsi. Per molto tempo persi l'abituale chiacchiera e dimagrii molto, tanto che anche la gente del vicinato non mi riconosceva più, sia nell'aspetto che nel carattere.
A quei fatti accadutemi più di quarant'anni prima e che m'avrebbero molto segnato, stavo dunque rimuginando quella mattina fredda di gennaio. Ero appoggiato con la fronte e il naso al vetro della finestra e tenevo le mani agili da barbiere sopra il radiatore. Fuori seguitava a cadere, fitta e interminabile una pioggia fine fine, come l’orpello. Ricordavo che, dopo quella vicenda che mi aveva portato quasi all'esaurimento nervoso, piano piano mi ero ripreso e che, nell'arco di un paio d’anni avevo riacquistato il brio, la chiacchierina che mi era stata abituale. Il mio amico Fiorenzo che mi conosceva a fondo e che mi voleva bene – per quanto si potesse volere bene ad uno zitellone di barbiere che vedeva ogni tanto – quando eravamo soli si permetteva di prendermi un po' in giro: – Ma che botta tu ha' preso eh Sergio... lo sai, ero in pensiero... – Eh sì, ma ora un ci penso più... – ribattevo, mentre per un attimo un'ombra leggera mi attraversava il viso. Poi mi veniva in mente una barzelletta che qualcuno mi aveva raccontato giorni prima e gliela riciclavo: – Senti, questa un tu la sai... – In apparenza potevo sembrare lo stesso Sergio di prima, ma la sera a volte ci pensavo eccome a quella donna bassottina e in carne, a quegli occhi e alla sua parlata bolognese; eccome se ci pensavo. Ma dopo qualche anno – veleggiavo ormai sulla quarantina e già disperavo di rimanere davvero solo – conobbi per fortuna Anna e con lei quei fantasmi che via via si era già fatti sempre più sbiaditi, scomparvero del tutto.
Uno strano giorno d’agosto di sette anni fa – era ormai passata una vita da quel fatto – e mi trovavo sul treno ancora fermo che da Bressanone, con cambio a Bologna m'avrebbe riportato a Prato. Come tutti gli anni avevo chiuso bottega per quattro settimane e quell'anno avevo deciso di trascorrere due settimane di riposo attivo fatto di lunghe camminate e di altre cose interessanti, a Campo Tures in Val Aurina, insieme a un gruppo dell'Azione Cattolica di Prato. Era stato proprio Fiorenzo a consigliarmi quella vacanza e, a dirla tutta, mi ero trovato come meglio non avrei pensato. Ma poi, finite le due settimane mi ero trasferito in un altro albergo posto ancora più a monte per trattenermi ancora quattro giorni. Avevo detto agli amici che avrei voluto vedere da vicino la Vetta d'Italia e le antiche miniere di ferro, tanto mi erano piaciuti quei posti, ma in realtà avevo desiderio di stare un po' da solo. Ero e sono un uomo sereno; ma pensavo e penso tuttora che gli anni siano volati in un soffio, scorrendo uno dopo l'altro lasciando a volte nulla dietro di loro, ognuno di essi lungo tanti giorni eppure breve come un amen. Pensavo e penso molto ad Anna, la donna con cui ho condiviso davvero quasi tutta la mia vita. – Se mi volto all'indietro a pensare al passato non mi ricordo di nulla, non capisco cosa abbia fatto in tutto questo tempo... eppure mi pare ieri anche quando conobbi Mariella... alcuni mesi tra più belli della mia vita. – Mariella, non era andata del tutto nel dimenticatoio, il suo aspetto, la sua voce erano ancora abbastanza vivi; anche quella storia, pur durata solo pochi mesi era stata importante ed aveva lasciato una traccia. Continuava a galleggiare a filo d'acqua nel mare della memoria non tanto un qualche rimpianto, quanto una certa curiosità. La mia vita, se le cose fossero andate in un altro modo, adesso sarebbe stata diversa, anche se la figura di Mariella che ne riemergeva faceva parte di un panorama passato, un'immagine che non mi procurava più nessun dolore. Semmai, quello sì, il ricordo di grande passione, un’attrazione fisica intensa, come non avrei provato con Anna, la cui prerogativa era stata la dolcezza e non il fuoco.
Il mio stato d’animo di sette anni fa – a ciò stavo pensando in quello scompartimento del treno ancora fermo – poteva essere definito quello di una persona contenta; vivevo da solo sopra alla mia bottega di barbiere in via Strozzi però avevo vari amici e di alcuni di loro come Fiorenzo, mi potevo fidare. La mattina, quando mi guardavo allo specchio vedevo un uomo non brutto per l'età, vedevo che i capelli mi si erano ingrigiti molto, notavo qualche ruga ma il mio viso era più liscio di quello di tanti miei coetanei. Avevo un fisico asciutto ed energico che mi veniva in parte dalla mia passione di camminatore. A Prato mi ero iscritto al CAI e il mio puntiglio era quello di non sfigurare accanto ai quarantenni durante le lunghe camminate della domenica. Anche in queste ultime settimane trascorse tra i boschi di larici e le bianche rocce dolomitiche avevo retto il passo. E a sessantanove anni suonati, complice anche la mia facilità alla chiacchiera che veniva dal mio mestiere, attiravo ancora l'attenzione di qualche matura camminatrice. Adesso, in attesa della normale vita di tutti giorni – una vita presumibilmente ancora accaldata dopo un'estate rovente; le previsioni erano di un settembre dalle minime piuttosto alte – ero in quello scompartimento. Mentre il treno si metteva in moto, una signora corpulenta più o meno della mia età, ancora con il respiro affannato, entrò nello stesso mio scompartimento, accompagnata da due ragazzine che cinquettavano. Gettai appena un'occhiata a quella donna grassa e anziana, attirato piuttosto dalla più grande delle due ragazze; avrà avuto quattordici o quindici anni ma era già molto bella, mora con occhi verdi bellissimi, brillanti e sorridenti. Dal finestrino guardai scorrere la valle per alcuni minuti poi tornai ad osservare la mia compagnia. La donna dal viso rugoso ma pieno a dismisura, mostrava un giro vita impressionante; aveva però gli occhi belli, uguali a quelli della ragazzina più grande. Nondimeno mi dava quasi fastidio il guardarla, così distolsi gli occhi verso la rivista che mi ero procurato per il viaggio quando – il treno aveva appena superato la stazione di Fortezza senza fermarsi – la donna, a un tratto, si sporse leggermente in avanti e, con voce tremante mi disse: – … ma... ma tu... tu non sei Sergio? – La guardai perplesso, non riuscivo a capire: – Come dice signora? – Allora lei si mise a ridere, di un riso strano, a metà tra il contento e l'amaro. – Non mi riconosci? – Esitai. Mi pareva adesso di aver visto quel viso ma non mi ricordavo dove o quando. – Sì... no... mi pare di sì... ma non ricordo bene. – Lei arrossì: – Sono Mariella... non ti ricordi?
– Il cuore mi si fermò per qualche istante; mi parve che il mondo si fosse come aperto svelandomi una realtà imprevista e spiacevole. – E' lei... è lei... e quelle creature saranno le sue nipoti... Dio mio! – pensai. Vedevo la donna che un tempo avevo tanto pensato e che ricordavo così attraente, così desiderabile, cambiata in quel modo. Era proprio lei, non avevo dubbi, era così. La guardai sgomento ma poi mi ripresi; temetti di averla offesa e così le presi una mano. Lei, con le lacrime agli occhi balbettò: – Sono tanto cambiata, vero?... sono passati molti anni e ora sono nonna, vedi?… vivo per loro ormai – Non risposi, la gola stretta nella morsa della sorpresa e della commozione. Una lunga pausa sormontata dal rumore incessante delle ruote sui binari; entrambi guardavamo altrove, poi lei riprese guardando ancora fuori dal finestrino: – Ormai siamo vecchi ma mi immaginavo non m'avresti riconosciuta, casomai fosse capitato prima o poi... ci ho pensato tante volte... tutto passa... – Poi lei mi guardò: – … anche te sei parecchio cambiato, è normale… mi ci è voluto un po' prima di decidermi... non ero sicuro che fossi proprio te, Sergio.... i capelli, il viso... son passati tanti anni... – Io continuavo ad ascoltare stupefatto, ancora in silenzio. Lei continuò: – Il maggiore, te lo ricordi... quello con quei riccioli?... queste sono le sue figliole... noi viviamo a Stoccarda... le bambine le porto a Venezia... una vacanza. – Stemmo ancora in silenzio, il silenzio cupo dei treni in movimento, interrotto soltanto dal chiacchierio delle bambine. Poi mi sforzai di balbettare qualcosa, ma mi venne soltanto qualche sciocca banalità sul caldo e sul freddo in Germania. Il treno si stava avvicinando a Verona dove lei sarebbe scesa ed io, ancora sconvolto non ero riuscito ancora a pronunciare una parola riguardo a ciò che avrei voluto dirle. Per esempio, a scusarmi perché allora, in quelle tre settimane terribili di drammatica impotenza non ero riuscito a fare il possibile e l'impossibile per liberarla da quell'uomo violento; e perché lei, d'altra parte, non si fosse ribellata con tutte le sue forze. Avrei voluto anche sapere se, in tutti questi anni, con quell'uomo avesse mai avuto avuto un qualche sprazzo di contentezza, a parte quella naturale come mamma e come nonna, a parte la soddisfazione forse, di quella vacanza a Venezia. Alla stazione ci stringemmo la mano guardandoci con muta, tranquilla mestizia mentre le due bambine, felici, si avviavano saltellando verso l’uscita.
La sera arrivato a casa mi ero guardato a lungo nello specchio confrontandomi con il Sergio che ero stato un tempo, quello dai capelli neri e mossi, dalla pelle del volto e del corpo liscia della giovinezza; anche lei me lo aveva fatto notare. Quella sera la vita mi era davvero apparsa rapida come un treno che passa. Il mattino seguente di quel fine agosto del 2018 c'era in programma una gita sulle Apuane con il CAI e Fiorenzo aveva insistito che venissi anch’io, così ero andato a letto presto: – D’altra parte, a settant’anni anni non sono più un ragazzo. – avevo detto tra me.
– Adesso ne ho settantotto... e ora icchè dovrei dire? – Attraverso i vetri opachi della finestra – distogliendo lo sguardo dal vuoto in cui lo avevo tenuto immerso per un bel po’ – guardai allora dall'altra parte della strada; la Ginetta incurante dell'umido di quel giorno di gennaio – veniva ancora giù una pioggia fine fine e fitta – adesso era sulla porta. Mi riscossi; avevo sentito suonare alla porta, così staccai il viso dal vetro, mi misi bene le ciabatte e feci scattare l'apriporta. Fiorenzo salì le scale con l'ombrello in mano che ripose nell’angolo, entrò, scrollò via l’acqua dalle mani e si tolse il cappello bagnato. — Io bono che tempo, eh?... – Annuii senza rispondere, gli occhi ancora appannati di ricordi. – Gnamo ragazzo, sali in macchina, si va a farsi un caffé... gnamo. – No, Fiore unnò voglia... – Allora... fammelo te un caffè, vecchiaccio. – fece Fiorenzo. Mi voltai a guardarlo: — L'ho fatto ora ora. – Ne versai due tazzine, accesi la televisione. Una voce sommessa parlava di correnti instabili di origine polare sull’Italia del centro nord. Mentre sorseggiavamo, Fiorenzo raccontò di un nipote, di un suo lavoro nuovo, di quanto i giovani abbiano le idee confuse. Poi aggiunse: – … allora, ti va di fammi la barba fuori orario.? – Scendemmo in bottega, accesi la luce al neon; l’odore del talco e della lozione dopobarba si mescolò a quello dell’aria umida e fredda.
Mentre ero chino sulla facciona di Fiorenzo avevo levato lo sguardo verso lo specchio e, per un attimo, mi era parso di vedere nel riflesso una figura di donna seduta sul divanetto – gli occhi verdi e luminosi – che mi stava appena sorridendo. Chiusi gli occhi un attimo, e quando li riaprii, c’era solo Fiorenzo che rideva nel modo sommesso come faceva sempre lui. – Ti eri incantato? –
Fuori, la pioggia fine fine continuava a scendere, come se non avesse mai smesso.
– fine –