13 – NANDO – Sergio, Nando, Lucio, Pina, la vedovella

Quella mattina ero solo in bottega; seduto stancamente e a braccia conserte sulla poltrona ergonomica, quella nuova; aveva preso il posto di una vecchia, ma non ero tanto convinto d’aver speso bene i miei 599 euro, perché scricchiolava un po’. Aprii allora la cronaca di Prato; c’erano le solite cose. I sacchi neri dei cinesi buttati nei boschi di Javello, un pensionato che aveva passato la notte in Calvana, un furto con scasso alla Castellina. In terza pagina invece c’era la notizia della morte di Ferdinando Raugei; ne rimasi colpito, lo avevo conosciuto bene. Mi ricordai di quel giorno di circa otto anni fa, forse un pomeriggio di Aprile, quando lo incrociai quindi per l’ultima volta. Lui era stato un uomo elegante adesso dai capelli brizzolati ma ancora folti e lisci, di una settantina d’anni. Si era appena recato dall'ortolano di via Strozzi a comprare un po' di frutta; un bel negozio dove il padrone egiziano che metteva in mostra la merce in modo superbo – la spruzzava ogni tanto con un po’ d’acqua – da far venire la voglia di comprarla. Anche i prezzi non erano male, così una volta alla settimana il Raugei, che una volta veniva chiamato Nando il Bello per via di quel suo ciuffo nero e tegoso che si accomodava in continuazione, ci faceva un salto. Sceglieva con accuratezza le fragole e le pere e ne riempiva la borsa della Conad per sé e per una vedovella che aveva cominciato a frequentare. Al ritorno, all'incrocio con via Parrini si era soffermato davanti ad un vecchio bandone arrugginito dove negli anni 80', si affacciava il magazzino di cernita e sfilacciatura stracci del lanificio Baroncelli, e si era immalinconito. Lo so perché, per puro caso, in quel momento passavo di lì proprio io che stavo tornando a casa a piedi dopo essermi recato al negozio di articoli elettrici del Maggini.
– Ha’ visto?... eppure loro eran nati cenciaioli! – mi disse all'improvviso Nando, ammiccando al vecchio magazzino. Non ci vedevamo forse da più di un anno, eppure pareva aver ripreso un discorso interrotto soltanto da un minuto. – Bisogna esser nati cenciaioli, bisogna essere stati operai a guanciale, avere agognato un magazzino per tanti anni per capire icché po’ l’essere i’ dispiacere... finiti né fango, peggio che morire... – Si riferiva alla chiusura di quella ditta avvenuta ormai da più di 40 anni. Lui a quell'epoca faceva il “mediatore” di materie prime e sul Baroncelli ci contava parecchio. Poi continuò: – … a Piero che era il mio maggior cliente anzi, tu lo sai no... diciamo esclusivo, glielo dissi: … con te... unn’ho di queste paure... tu se’ forte... – Si interruppe facendo una specie di pernacchia con l’angolo della bocca – ...e invece, t'ha visto, anche lui a gambe all'aria... – Io, che a quell'epoca ero ricercato come parrucchiere alla moda – le mie prestazioni a domicilio erano care, ma l’industriale, uomo vanitoso e megalomane dal guardaroba pieno di abiti della “Facis” e di bellissimi cappotti di cachemire, non ci badava – andavo spesso da lui a fargli capelli e barba, sicché mi ricordo bene anche del modo di fare e di lavorare di Nando. Il mediatore, anch’egli sempre vestito con abiti fatti su misura a imitazione del Barone – in questo modo l’uomo veniva chiamato dai dipendenti – era sempre presente anche quando lo stesso era sotto le mie forbici, e sapeva essere untuoso ma non troppo. Essendo persona intelligente, lo blandiva con noncuranza; a Piero piaceva essere lusingato ma “senza parere”. E così lo faceva gongolare: – senza uno che abbia l’idee chiare come te, una ditta la un pole andare avanti. – gli diceva sempre.
Uno dei punti di forza di Nando era il fatto che si offriva di accompagnarlo dappertutto ma senza farglielo pesare; a Montecatini alle corse dei cavalli, a Montecarlo per il Gran Premio, al Night a Firenze – o “in buca” come si diceva a quei tempi – dove si adoperava con sottile solerzia a trovargli le migliori donnine. Allo stesso modo era con lui quando “il Barone” doveva acquistare qualcosa di bello dal “Paoletti”, all’incrocio tra via Banchelli e via Cesare Guasti a due passi da San Domenico. In quel negozio, senza dubbio il numero uno di Prato, dove i due fratelli Paoletti, come sacerdoti dell’eleganza ostentavano tutto il loro know how sartoriale e la loro costosa collezione all’ultima moda, l’industriale era accolto davvero come un barone. E non di rado, in compenso per quell’amicizia disinteressata, ma anche qui “senza parere”, Nando si portava a casa un bel capo firmato il cui costo, messo nel monte insieme agli altri abiti e giacche del Barone, poteva valere lo stipendio di un operaio. Due anni dopo il Baroncelli fece il tonfo – si disse avesse fatto certi passi più lunghi della gamba – ma a quel punto io, che avevo annusato l’aria, avevo già trovato il modo di riscuotere, tutto insieme, il lavoro fatto in sei mesi di “shampi” e di taglio di capelli.
Fui distratto dal campanello a molla della porta; stava entrando un cliente che non avevo mai visto, così mi alzai e lo feci accomodare al suo posto. Era un uomo sulla sessantina di poche parole e dai capelli ancora neri come la pece e untuosi. Quando se ne andò, dopo aver fatto shampoo e capelli, e dopo essersi rimirato allo specchio più di una volta, aveva l’aria soddisfatta. Mi affacciai allora alla porta e, appoggiato allo stipite con un braccio, riannodai quel ricordo da dove lo avevo interrotto, benché fossi arrivato quasi alla fine. Ricordai che Nando quel giorno, alla fine di via Strozzi e ancora con la borsa colma di frutta avesse concluso: – ...e invece, t'ha visto, anche lui a gambe all'aria... – L’uomo, come era apparso all'improvviso, allo stesso modo scomparve; si voltò dall'altra parte e si avviò svelto verso la curva dell’Ariston. Lui si era separato dalla moglie da qualche anno, ma non divorziato, ed aveva – lo sapevano tutti – quella vedova ancora molto piacevole in via Garigliano. La donna era molto più giovane di lui, bassa, grassoccia con un seno enorme, dalle dita paffute e dalla pelle ancora lustra e tesa, e per lei Nando stravedeva. Richiusi la porta e ripresi in mano la cronaca della Nazione. Rilessi fino in fondo il trafiletto: – … ne danno il triste annuncio la moglie Pina e i figli. – Il funerale si sarebbe svolto l’indomani nel primo pomeriggio alla chiesa Santa Maria dell’Umiltà, alla Chiesanuova, alle 15:30.
Mi dissi che avrei dovuto essere presente; ero stato praticamente quasi suo amico ed ero curioso di vedere questa Pina, per la legge ancora moglie del defunto e che non avevo mai conosciuto. Così, verso le tre del giorno seguente misi il cartello – Chiuso per urgenza – alla porta e mi incamminai verso via Montalese. In chiesa, seduti sulle prime panche c’erano i due figlioli, la nuora, i due nipoti ormai grandi e la moglie Pina, una piccola e ossuta ottantenne, dal viso triste. All’angolo della terza panca, un po’ defilata, c’era una donna abbastanza grassa con una voluminosa pelliccetta corta sopra ad un abito di maglia, di circa cinquantacinque anni. Mi sembrò di riconoscerla; era lei, la vedova di via Garigliano. Mi colpì il fatto di vederla lì, sebbene in coda, gomito a gomito con la famiglia di Nando al completo. A metà della Messa, il maggiore dei figli passò alla vedova grassoccia un fazzoletto di carta. Lei lo prese, si tamponò il naso e lo tenne stretto nel pugno chiuso. Non so perché ma fissai quella mano piccola e piena per tutto il tempo dell'omelia. Il prete disegnò il profilo di un uomo, da sempre, dedito al lavoro e alla famiglia. Mi venne in mente Nando che faceva la breve pernacchia con l'angolo della bocca parlando del fallimento del Baroncelli e mi chiesi se avesse voluto esprimere dispiacere, sorpresa sia pure tardiva o sberleffo. Non ho mai avuto simpatia per i funerali, tantomeno per l’odore dell’incenso che mi da alla gola e non stetti in chiesa per tutta la durata della Messa; così uscii sul sagrato della chiesa a fumare una sigaretta. Lì fuori c’era un bel sole invernale e mi sistemai comodo con la scarpa appoggiata all’indietro sul muro, inalando a pieni polmoni e ad occhi chiusi.
– Oh Sergio…oh te? icché tu ci fai? – mi sentii chiamare. Era una voce che conoscevo ma che non sentivo da tanto tempo. Si chiamava Lucio, un vecchio camionista, di quelli che una volta si chiamavano “barrocciai” anche se lavoravano con il camioncino “diesel” con le ante ribaltabili. Al tempo del lanificio Baroncelli lui in quella fabbrica era di casa per consegnare i colli dei “mescoli” alle filature, oppure per portare in magazzino le materie prime che il “mediatore” Nando, di cui era abbastanza in amicizia, aveva acquistato con competenza.
Aprii gli occhi controvoglia e lo scrutai con gli occhi ancora appannati. – Oh Lucio… bada chi si rivede… oh che ci sei anche te? – L’uomo, adesso molto anziano e completamente calvo mi disse che loro erano rimasti in contatto fino a pochi anni prima e che venire al funerale di Nando fosse il minimo. Aveva voglia di chiacchierare e sapeva tutta la storia del Raugei. – Hai visto che famiglia al completo? – Parli della vedova?… sì l’ho vista. – Parlo anche della Pina… visto, c’erano tutti e due… si può dire tutto di Nando. – Fece una pausa. – Si sa… lui aveva in testa solo la “sgnacchera” e gliene ha fatte di corna… però… poi l’ha rispettata. – concluse con un tono di voce serioso. Lo guardai con aria interrogativa; allora cominciò a spiegarsi. Disse che a Nando gli era capitata l’occasione di una casa colonica da ristrutturare, molto grande e con il granaio, dalle parti di Montale in mezzo a un’oliveta, e ci aveva ricavato tre bellissimi appartamenti. – Ci ha speso un occhio della testa… ma a lui i quattrini non mancavano… – ridacchiò il barrocciaio. Intuii che cosa voleva dire; molti a quell’epoca sapevano che l’uomo di fiducia del Barone non si riguardasse a fare qualche cresta ai prezzi, ma in modo furbo, soltanto quando il prezzo la poteva reggere. Buttai la cicca in terra e la schiacciai con la scarpa, poi ripresi a mostrare attenzione ma ero contro sole; non vedevo bene la sua espressione e non capivo dove volesse andare “a parare”. – No, no… per quello s’è comportato bene; ha messo la Pina con il figliolo grande – lui è ancora “singolo” a cinquant’anni – sul retro, ha messo la famiglia del minore – questo ha due maschi, l’hai visti? – nell’appartamento più grande e lui si era sistemato con la “vedova” nell’appartamento più bello, quello sul davanti. – Me lo disse abbassando la voce perché c’erano troppe persone intorno. – Una volta mi disse di andare a trovarlo… una bellezza… dal suo soggiorno tutto a vetrate si esce su un prato e lì da una parte c’è la piscina e dall’altra una pergola tutta coperta di tralci di vite selvatica, una bellezza –
Dal portone della chiesa, mentre gli addetti della Misericordia riposizionavano la bara dentro alla limousine scura e la coprivano di corone di fiori con le scritte, cominciavano a sciamare i partecipanti al funerale. Alcuni, da soli o riuniti in piccoli gruppi, parlando a bassa voce si erano fermati sul sagrato ancora inondato di sole. Infine uscirono i figli, la nuora e la vecchia moglie dentro il cappotto scuro insieme ai nipoti. La vedova grassoccia, impettita, avvolta nella pelliccetta, uscì per ultima guardando in basso come a guardare dove metteva i piedi. La osservai con curiosità, poi guardai Pina che, vista alla luce del sole e abbracciata ai due nipoti, sembrava ancora più fragile. La donna, minuta, dal cappotto nero troppo lungo e i capelli grigi tenuti insieme da una grossa pinza di finto avorio maculato guardava fiera in avanti e gli occhi le luccicavano; ma non di pianto. – Nessuna delle due donne ha pianto. – mi venne da pensare. Pina rimase sul sagrato con i figli che stavano sistemando i fiori nel bagagliaio di un Suv. L’altra, accompagnata da un uomo dalla barba scura si era allontanata verso un’auto parcheggiata vicino, non prima però di aver scambiato una singolare occhiata – quel gesto non mi era sfuggito – con il maggiore dei Raugei, quello del fazzoletto.
– Ognuna al suo posto… – mormorai, attirando l’attenzione di Lucio. – … sul davanti “a toma” con la piscina e sul retro all’uggia… una bell’idea, quella delle due mogli sotto lo stesso tetto. – dissi con un sogghigno. Anche Lucio, che si stava riparando gli occhi dal sole con la mano, fece un mezzo sorriso. – Più o meno… ognuna con la sua chiave… – fece sornione. Dopo un po’ riprese, ma con un tono di voce diverso: – Però ha fatto le cose per bene Nando. – Sì – dissi. – L'ha rispettata, ha sistemato tutti. E aveva dei gran cappotti – aggiunse il camionista dopo una pausa; anche se quel discorso c’entrava come il cavolo a merenda. – I migliori… roba che noi non ci si sogna nemmeno. – disse ancora mentre guardava il cielo, il quale era così pulito da lasciare che i pensieri se ne andassero per conto loro. Restammo in silenzio ad osservare la gente che si disperdeva; notai che nessuno adesso indossava più, non dico un cappotto di cachemire ma neppure un cappotto di lana; solo giacche a vento scure di Nylon. Lucio tirò fuori un largo fazzoletto a quadri di cotone – da tanto ne ne avevo più visti – e si soffiò il naso in modo rumoroso, proprio mentre una modesta nuvola scura stava passando sopra il campanile della chiesa. – Forse il tempo fa culaia… – osservò lui il quale non aveva nient'altro da dire; la storia di Nando Raugei era finita da molto tempo, dentro a quel magazzino arrugginito di via Parrini. Infine l’uomo aggiunse un grugnito che poteva significare qualsiasi cosa, guardò l’orologio, accennò ad un gesto di saluto come a scusarsi per la fretta improvvisa e si allontanò verso la sua Panda poco distante. Io rimasi a guardare la limousine scura della Misericordia che si immetteva lentamente nel viale Fratelli Cervi diretta al cimitero, seguita dalle macchine dei parenti e da quella che del prete. Un po’ distaccata la Yaris della vedova che seguiva il corteo.
Sul sagrato erano rimaste poche persone e qualche mozzicone schiacciato in terra. Rimasi lì, con la schiena contro il muro tiepido della chiesa; poi mi scostai dal muro e mi ripulii i pantaloni con un colpetto della mano. Mi incamminai verso casa con le mani in tasca, sentendo il freddo della chiave della bottega contro il palmo della mano. Pensai che Nando avesse provveduto a tutto e che avesse disposto ogni cosa con ordine, ma che quell’ordine si era mantenuto finché era durato il suo respiro. Ora era dentro a quella cassa, e l’appartamento con le vetrate davanti alla piscina sarebbe rimasto vuoto. – Chissà se ha avuto il tempo di sistemare le cose… Nando il bello. – mi chiesi, immaginando la trepidazione della vedova grassoccia al pensiero del testamento. – Certo che l’ha fatto… il Raugei non ha mai fatto le cose a caso. – pensai. – Perfino le serate al Tenax con il barone e quelle puttanone di Firenze avevano il suo scopo … figuriamoci se non ha provveduto. –
Quando arrivai davanti alla bottega, girai la chiave, tolsi il cartello dal vetro, mi sedetti sulla poltrona da 599 euro e accesi una sigaretta. La bottega era fredda e sapeva di dopobarba troppo economico. Mi venne in mente il maggiore dei Raugei. – Ha i soliti gusti del babbo… – sorrisi, notando che alcuni capelli erano rimasti sul pavimento forse dell'ultimo cliente di quella mattina; non avevo spazzato bene e restai lì a guardarli finché la sigaretta non mi bruciò le dita. Il campanello della porta si agitò. Fece per entrare un uomo anziano che conoscevo; aveva una giacca a vento marrone e i capelli radi e lunghi sulle tempie. Si pulì prima le scarpe sullo zerbino. – Fa freddo là fuori. – disse l'uomo, senza guardarmi. – Il tempo è cambiato a un tratto. – Già – risposi. Presi il giornale dalla poltrona, lo piegai in quattro senza badare troppo alle pagine e lo buttai nel cestino vuoto sotto il lavandino; la pagina con il necrologio e la foto di Nando rimase in vista. La guardai curioso ma poi tesi la mano verso lo schienale, per invitare l'uomo ad accomodarsi. – Il solito? – chiesi, prendendo la mantellina nera dal gancio. – Il solito – rispose l'uomo, chiudendo gli occhi mentre gli allacciavo il telo intorno al collo. Presi le forbici dal cassetto e le feci scattare due volte a vuoto nell’aria; per sentire il suono delle lame.
– fine –