SANS SOUCI

SANS SOUCI

4-SANS SOUCI – Sergio, Adriano, Vittorio, Nika, Berta

GRADO

     Diplomati al Buzzi nel 1966, non ci siamo mai persi di vista; ogni anno ma anche più di una volta all'anno ci siamo ritrovati per una cena o per una pizzata; negli ultimi tempi quasi sempre al “Tirassegno” in Galceti. Quella sera tardi, alla fine di un giorno freddo di fine gennaio – erano i “giorni della Merla” – all’inizio di una notte ventosa e senza stelle, eravamo ancora lì, in quel ristorante ancora pieno di gente. Fuori l'atmosfera era cupa e gelida e dalle pareti a vetro si intravedevano, illuminati da una luce fioca, i radi pini che scossi dal vento, agitavano i sempreverdi e larghi rami.

        A me non andava tanto la qualità di quella pizza massiccia di tipo verace ma era Matteo che faceva la conta e poi prenotava; e a lui quel posto piaceva. Il locale era modesto ma richiesto, forse per quell'aria di locale caldo e accogliente, appena sotto alle prime propaggini del Monte Ferrato. Tutti intorno agli ottanta anni scarsi – non c'era verso di nasconderli ed essendo invecchiati tutti insieme non ci facevano più effetto – avevamo mantenuto un certo estro goliardico che sconfinava spesso in qualche battuta volgare; ormai spente le velleità di una volta, gli ex-allievi della V C ed io con loro, si accontentavano di ridere di qualche foto o di qualche video spinto “postato” sulla chat del gruppo. Poi, battute, prese in giro, e chiacchiere abbastanza vuote. Anche quella sera era andato tutto secondo copione, con il Bartolini che prendeva in giro come al solito il Ciatti per la pettinatura giovanile che si era fatto fare da un barbiere di via Strozzi; tutto un po’ scontato, tutto piacevolmente ripetitivo. 

Quando, a un certo punto Aurelio tirò fuori l'argomento di quante donne lui aveva avuto in vita sua. – Un lo so mica quante ne ho fatte, come fo a ricordarmele tutte? – Di sicuro qualche figliolo ci sarà scappato e non lo sai neanche…  – esclamò il Barni. A seguire la risata generale.  – No, figurati, io ci son sempre stato attento – Ridevamo tutti ed eravamo già al caffé. L'ilarità via via si era quasi spenta ed io stavo quasi pensando di alzarmi per andare a pagare il conto – ognun per sé, era sempre stata la regola – quando il Bartolini, disse rivolto ad Aurelio: – Come tu fai te… ad esserne sicuro... eh? – Quella frase detta a freddo con espressione tra il serio e il divertito mi fece di colpo girare dalla sua parte. – A te t’è successo un guaio, ho belle e capito... – mi fece il solito Bartolini a cui non sfuggiva nulla, con un’altra gran risata, ma tagliò corto perché tutti si stavano alzando da sedere ed erano già quasi le undici e mezzo. Feci un po’ fatica ad alzarmi e rimasi ancora al tavolo per qualche secondo, assorto, prima di decidermi. Mentre stavamo facendo la fila alla cassa chiesi a Vittorio Ciatti, quello con i capelli appena fatti da adolescente, se mi dava uno strappo; ero venuto a piedi ma con quello che avevo mangiato, preferivo non prendere troppo freddo. – Ti ho visto strano, dianzi... – fece Vittorio. – … come al solito quella pizza, poco fermentata?... ma perché non prendi qualcosa di diverso? – Mah, lì per lì l'odore mi piace, la mangio volentieri... ma no… la pizza non c’entra. – Ah, qualche pensiero? –

Io e Vittorio ci siamo sempre intesi, a scuola eravamo compagni di banco, ma poi le strade sono state diverse. Per me la classica vita da tecnico e disegnatore tessile, convulsa, faticosa ma fatta con passione. Il mio è stato uno di quei lavori che prendono anche l’anima, come diceva sempre la mamma di Berta. Quella dei disegnatori era ed è una strana specie di stakanovisti che si portano il lavoro a casa anche la sera; la mente occupata da qualcosa lasciata a mezzo oppure da un lavoro finito senza convinzione e che presumibilmente sarebbe stato da modificare il giorno dopo. All’epoca, durante la cena, con i figlioli intorno che chiacchieravano, almeno io vedevo ancora, nel piatto di pasta condita a gorgonzola e carota certe combinazioni di colori che potevano essere interessanti e, andando a letto, toccando la sopra coperta di cotone fatta a Jacquard, mi balzava alla mente un'idea buona per il giorno dopo. – Che hai Adriano, stai lavorando? – Berta mi prendeva in giro intuendomi da un'altra parte, mentre cominciava a stuzzicarmi un po'. Da giovane passavo per un bell'uomo, e ho fatto una discreta carriera come disegnatore e come consulente per ditte estere, in USA, Francia, India, Marocco, infine Cina negli ultimi anni. Ho avuto una bella famiglia, tre figlioli tutti sistemati per conto loro, cinque nipoti. Dopo una vita trascorsa insieme, un anno fa ho perso Berta per un tumore. Vittorio Ciatti invece ha frequentato un altro mondo pur collaterale a quello tessile in senso stretto. Facendo il rappresentante di macchine di finissaggio, la sua vita, al netto di qualche viaggio in Germania dal fornitore, era stata più regolare, forse più comoda, eppure la sua famiglia è stata un disastro. Non gli risposi subito; qualche pensiero ce l'avevo ma preferii ignorare la domanda facendone un’altra: – A te è piaciuta la pizza? – 

Eravamo arrivati; io abitavo ancora a duecento metri dall'ingresso di Villa Fiorita, una bella casa a schiera ristrutturata a suo tempo, la casa dove ero nato, adesso un po’ vuota. Vittorio invece abitava in via Strozzi, non lontano dal suo barbiere, quello che gli aveva fatto i capelli “a ragazzino” per i quali quella sera era stato preso in giro. – Sergio mi ha convinto ma effettivamente non so se mi stanno bene... e poi con questo freddo... – Ma sì che ti stanno bene, ti ringiovaniscono. Ma che dai retta a Matteo, guarda come s'è ridotto lui... sembra un maiale... – Quella battuta era amara e non era da me e l'amico lo sentì:  – Sei ancora appesantito? Prendi un po' di bicarbonato, magari con acqua calda, ti passa. – Richiusi la portiera della macchina – l'avevo aperta e stavo per scendere – Non c'entra nulla la pizza... comunque grazie per la premura. – Volevo aggiungere qualcosa ma, dopo avere incrociato gli occhi interrogativi dell'amico cambiai idea e non dissi altro. Riaprii la macchina, scesi e salutai con un gesto della mano dopo averla richiusa. Quella notte non dormii. La battuta becera del Barni: – Di sicuro qualche figliolo ci sarà scappato e non lo sai neanche…  – all'inizio l’avevo ignorata – avevo anche sorriso come avevano fatto tutti e anche di più – ma poi la battuta del Bartolini: – Come tu fai te… ad esserne sicuro... eh? – aveva fatto il resto. Parole che si erano fatto posto in qualche punto del mio cervello e che non m’era riuscito rigettare; parole evocanti un'altra notte, anch'essa vissuta con angoscia molti, molti anni prima. 

Era successo tanto tempo fa e quel fatto mi avrebbe segnato per molta parte della mia vita. Palmanova, una strana città del Friuli fitta di soldati; una cittadina del sedicesimo secolo fondata dalla repubblica di Venezia e costruita a forma di stella per motivi militari e difensivi. Era stata una fortezza inespugnabile e adesso era piena di caserme popolate da migliaia di militari. Vi arrivavano da tutta Italia dopo aver fatto il primo addestramento nei vari CAR. Io, quasi alla fine della mia “naja” nel 1968, vi avevo accompagnato insieme ad altri graduati centinaia di reclute con la Tradotta, un treno molto spartano adibito al trasporto dei militari. Dopo aver consegnato i marmittoni alle autorità del posto, noi caporali accompagnatori avevamo diritto ad una seconda licenza di dieci giorni, una in più dell'unica che spettava a tutti i normali soldati di leva, la cosiddetta licenza “ordinaria”. Pensai di non aver voglia di tornare a Prato. Uscito dalla caserma sentii l'ebrezza di sentirmi libero; avrei potuto volare dove volevo, di vedere cose nuove, di fare esperienze. Per telefono dissi una bugia alla mamma forse non troppo convincente ma che non ammetteva repliche – il babbo era morto da tempo per un incidente sul lavoro – e mi diressi a piedi in direzione di Aquileia; avrei fatto l'autostop. A quell'epoca era facilissimo per un militare in divisa girare in quel modo perché tutti si fermavano per far salire un soldato, una figura che ispirava fiducia. Ero un ragazzo perbene, mamma era contenta di me; pur senza padre da anni mi ero sempre comportato con giudizio, avevo frequentato la parrocchia di Galcetello e al Buzzi ero stato bravo. Mi avevano già prenotato; un lanificio mi avrebbe assunto come aiutante tecnico appena avessi finito il servizio militare. Ma la mia passione, nonostante me la fossi cavata bene anche negli argomenti tecnici, erano state le materie umanistiche e soprattutto la storia. Ero affascinato dalla storia che avevo approfondito per conto mio leggendo libri e riviste e, se la mia famiglia avesse avuto le possibilità economiche avrei fatto di sicuro il corso di storia all'università. Tant'è, mi dovetti contentare ed ero in effetti contento; la vita mi sorrideva. Avrei voluto dare alla mamma un futuro di benessere – lei si era sacrificata parecchio andando ore e ore al telaio da un suo parente per farmi studiare – e presagendo una vita di lavoro pieno senza tante distrazioni – lo avevo sentito dire da alcuni tecnici più grandi di me – sentivo adesso di avere l'occasione di fare qualcosa di diverso, qualcosa da poter ricordare. 

       Aquileia mi incuriosiva; sapevo della sua antica fondazione romana, del suo splendore raggiunto in epoca augustea, della sua trasformazione successiva come importante sede episcopale, e infine sapevo del suo declino subito per mano di Attila che ne aveva segnato la fine come grande metropoli. Mi trattenni lì molto interessato per un giorno o due ma poi, rimesso il sacco in spalla mi diressi verso Grado. Sì, ora avevo voglia di mare, era metà luglio e quindi stagione balneare. Di ragazze sicuramente ne avrei incontrate diverse; si diceva che quelle del posto fossero belle e alla mano. Io avevo avuto una storia con una ragazzina di Coiano; qualche bacio, anche qualcosina di più, in pratica nulla di concreto e la situazione mi stava eccitando. Grado, con il suo porto antico – era stato appunto il porto di Aquileia – offriva oltre alla storia la bellezza della laguna e delle sue spiagge; località balneare e termale dal fascino veneziano, aveva mantenuto vivi il suo centro storico e la tradizione come borgo di pescatori. Ma era anche luogo di divertimento ed io ero acceso per tutte le opportunità che mi si potevano aprire. C’era un locale molto noto, il “Sans Souci”, proprio nel centro di Grado, ed era lì che i ragazzi trascorrevano le serate, i giorni e le notti di festa. Era un sabato sera e ne fui inevitabilmente attratto per quei suoni e quelle luci, proprio alla maniera dei famosi topi attirati dal pifferaio magico di Hamelin. Quella sera era stata ingaggiata un'orchestra famosa ed io, cambiato in abiti borghesi, mi appoggiai al banco e chiesi una birra. Ero come esaltato e tutt'intorno vedevo giovani e ragazze che, seduti ai tavolini bevevano, si alzavano per ballare e si divertivano. Mi si avvicinò una morettina dai capelli corti e dall'aria provocante, che prometteva bene; ma poco dopo lei sparì insieme ad un uomo sui trentacinque anni. 

Bevvi ancora e dalla birra passai ai Gingerini e ai Fernet Branca e presto, non essendo abituato, mi sentii male. Ritornato alla pensione – ne avevo trovata una economica –  mi stesi sul letto ma non dormii per tutta la notte. Al mattino avevo la febbre alta e deliravo. Stetti male anche durante tutto quel giorno e la notte successiva. La padrona della pensione, la signora Bice, dispiaciuta per me, dette incarico ad una servetta di origine slovena di accudirmi. Mi disse che l'aveva accolta per carità, essendo una rifugiata senza genitori, uccisi forse dalla polizia politica di Tito. La ragazza di nome Nika aveva al massimo diciassette anni e forse anche meno, e veniva da Opicina, un paesino dell'altopiano carsico sopra Trieste abitato in prevalenza da esuli politici. Era impaurita degli sguardi della padrona, cercava di far bene il suo compito ma non sapeva niente d'italiano. Aveva però un bel seno per la sua età ed era carina, molto carina. 

Pur in quelle condizioni – vergognandomi vomitavo e defecavo in continuazione – seguivo con lo sguardo quella ragazzina che veniva avanti e indietro nella mia camera, si fermava in fondo al letto per un po', mi ripuliva, mi sorrideva, ma sempre in silenzio. Al secondo giorno stavo decisamente meglio, mi alzai, andavo alla finestra che dava sul mare ma la ragazza, ligia al suo dovere continuava ad assistermi. Allora cercai di attaccare bottone, le feci delle battute che non capiva, le sorridevo, venendone talvolta anche ricambiato. Nel pomeriggio mi venne la voglia di uscire perché ormai mi ero rimesso ma, attratto dalla presenza di Nika tornai in camera a leggere una rivista trovata sul tavolino. Quando la ragazza si fece viva cercai di scherzare mimando qualcosa e facendole ancora delle battute; le mostrai una foto della rivista, le feci delle domande ma lei sorrideva, sorrideva, senza capire una parola. Appena cenato uscii, mi sentivo ormai bene e avevo voglia di vedere la spiaggia al tramonto. Tuttavia la figura e il sorriso della ragazzina mi erano rimasti impressi; sentivo di provare per lei un forte desiderio. Rientrato e salito al primo piano – era quasi mezzanotte – trovai proprio in quel momento la ragazza mentre stava per entrare in camera che era proprio dirimpetto alla mia, di cui avevo già aperto la porta. Allora, bruscamente, senza riflettere a quello che facevo – mi pare ancora d’averlo fatto più per scherzo che per altro – l'afferrai per la vita, e prima che lei se ne fosse resa conto, l'avevo spinta e rinchiusa in camera mia. 

          Lei mi guardò impaurita, sconvolta, ma non osò gridare per timore di essere sentita dalla padrona che l'avrebbe scacciata. Anche se l’avevo fatto scherzando, vedendola rinchiusa immediatamente la immaginai prigioniera delle mie voglie e m’invase il desiderio di possederla, una pratica della quale non ero neppure esperto. Fu una lotta lunga e silenziosa, una lotta corpo a corpo come due competitori di lotta, il respiro affannoso, la pelle tesa e matida di sudore, ma sempre senza che lei gridasse. Io attaccavo, lei, irrigidita e raccogliendo tutte le sue forze si difendeva. Alla fine la ragazza, sfinita, rossa in viso, cedette. La presi brutalmente sul pavimento di mattonelle grigie senza neppure provare quella gioia che mi ero immaginato, avvertendo perfino un briciolo di dolore, e facendone ancor di più a lei, ugualmente vergine. Nika, appena si potè rialzare, corse verso la porta, girò la chiave e fuggì. 

        Non la rividi quasi più per i giorni che ancora ebbi da trascorrere in quella pensione. La cercai senza farmi notare, avrei voluto dirle qualcosa, guardarla un attimo negli occhi, forse scusarmi, ma lei mi evitava ogni volta scappando via quando mi scorgeva. Trascorsi quei pochi giorni che mi rimanevano girellando per Grado, prendendo un po' di sole sulla spiaggia gremita di bagnanti.  L'ultima notte, era passata da poco l'una, sentii appena bussare alla porta. Ero ancora sveglio e mi alzai subito per aprire; era lei. A piedi nudi e in camicia si gettò tra le mie braccia, mi strinse con passione e poi, fino all'alba mi abbracciò ancora, mi accarezzò piangendo e singhiozzando, dandomi tutte le dimostrazioni di tenerezza che poteva dare non conoscendo una parola della mia lingua come io non conoscevo la sua.  Al mattino – quella notte ero stato così tanto appagato nei sensi – mi svegliai tardi, e lei non c'era più. Il viaggio sarebbe stato troppo lungo da affrontare per intero all'avventura con l'autostop ed avevo il treno da prendere; al rientro, se avessi trovato il cancello delle “Casermette” sbarrato, avrei rischiato grosso. Guardai per i corridoi, per le stanze, ma di lei non c'era traccia; un po' dispiaciuto e  in affanno pagai il conto – non osando chiedere nulla alla padrona – e corsi alla stazione. Durante la prima parte del viaggio, spesso mi tornò in mente la ragazza rivivendo le dolcezze di quella notte ma poi, una volta cambiato convoglio a Milano mi addormentai come un sasso e dormii fin quasi a destinazione. Congedato un mese dopo con il grado di sergente venni assunto come mi avevano promesso in un noto lanificio. Feci bene il mio lavoro, diventai bravo e mi distinsi come disegnatore tessile; così cominciai a girare per l'Italia e per l'Europa per mostrare le mie ricerche di qualità, di disegni e di colori.

       Un giorno – erano già trascorsi sedici anni da quella vicenda vissuta durante il servizio militare, un fatto quasi confinato in un angolo della memoria – mi capitò di recarmi, con la pre-collezione 87-88 a Ponte di Piave, sede di una famosa confezione di prodotti di moda giovane. Arrivai molto presto ma il mio interlocutore, lo stilista che sceglieva i tessuti, per uno spiacevole contrattempo – un incidente stradale piuttosto grave avvenuto proprio quel mattino – non avrebbe potuto ricevermi; l'appuntamento fu spostato al giorno seguente, cioè al venerdì. Presi una rapida decisione; avrei trascorso il mio fine settimana da quelle parti e la comunicai all'ufficio; dopotutto stavo lavorando moltissimo e avevo bisogno di una pausa. Mi ero ricordato della spiaggia di Grado che era distante meno di un'ora di macchina. Era una bella giornata di metà luglio – proprio come quella volta… – pensai, e tutto andava per il meglio. – Papa don't preach, I'm in trouble deep... Papa don't preach, I've been losing sleep... – Il ritmo dance-rock di quella canzone già sentita mille volte in quell'estate mi accompagnava. Alzai il volume e mi distesi comodo alla guida. L'inglese di Madonna era comprensibile: – Niente prediche papà, sono in guai seri... – ma non mi chiesi cosa volesse dire. – Bella donna la Ciccone... bella donna... – Mi ricordai di Nika e di quell'avventura e volli ritrovare la pensione. La trovai subito e chiesi una camera; pensavo di starci fino alla domenica, compresa la parentesi di lavoro. Mi cambiai e poi stetti sulla spiaggia fino a sera; presi il sole e sonnecchiai sotto l’ombrellone dopo aver fatto il bagno. Ero un po' stanco, nell'ultimo mese non mi ero risparmiato; quell'anno la collezione invernale sarebbe stata troppo importante e la sera tornavo tardi continuando a lavorare con la testa anche a casa, una casa grande dove vivevo da single e dove Berta ogni tanto ci passava il fine settimana. Non ci eravamo ancora sposati nonostante che lei, più giovane di me di otto anni, volesse fare da tempo quel passo. “L'anno prossimo, Berta, te lo prometto... l'anno prossimo, senza ripicchi e becchi... –  le avevo detto scherzando. – Stai tranquilla... ora devo dare il massimo. –

Tornai alla pensione per la cena. A tavola mi servì un uomo giovane a cui, quasi alla fine, mentre mi veniva portato il dessert chiesi: – Senta, mi scusi... io qui ci sono venuto sedici anni fa e mi ricordo che la padrona di allora si chiamava Bice, la conosce? – Certo, era mia mamma... purtroppo ci ha lasciato da qualche anno, e adesso gestisco io la pensione. – Il giovane si interruppe, guardò l'ospite in viso e aggiunse: – Sa che io me la ricordo lei?... non era lei che si ammalò?... io allora andavo a scuola ma spesso venivo qui. – Davvero, mi ammalai davvero... stetti due giorni senza uscire – Fui preso allora dalla curiosità e, mentre l'uomo si stava allontanando chiesi ancora –  Sa... mi ricordo anche che c'era una ragazza slovena... era carina... non parlava l'italiano... che fine ha fatto? – Ah sì, lei si chiamava Nika... è morta, morì di parto dopo qualche mese. – Mi sentii sbiancare, ma mi dominai: – Davvero?... cioè, come successe, aveva qualcuno che... – Mi interruppi, non sapevo come proseguire ma l'uomo non si accorse dell'imbarazzo e riprese da sé il discorso. Spiegò che Nika non volle dire mai a nessuno chi fosse stato il padre. – Il bambino morì dopo pochi giorni... e forse è stato fortunato... – aggiunse con una smorfia. –  Sarebbe finito in orfanotrofio... lei era esule e senza parenti, era un figlio di nessuno... – In realtà la ragazza aveva uno zio o un parente a Opicina che provvide, come disse ancora l'uomo, a far seppellire la povera ragazza e il bambino nel cimitero di quel paese.

Fu in quella notte che non dormii. Feci mille congetture, provai a considerare che quella ragazza, sola e impaurita di un mondo che non conosceva avesse avuto chissà quante altre occasioni di rifugiarsi tra le braccia di chi le avesse offerto un po' d'amicizia, magari anche interessata. Dopotutto ricordavo bene quella notte d'amore, di pianto e di singhiozzi; un amore che, a distanza di tempo, mi appariva adesso come un angoscioso appigliarsi della ragazza ad un qualcosa che le potesse dare sicurezza. Poi invece mi scoraggiai, mortificandomi nel sentire che la causa di quella morte e della fine per giunta di un'altra creatura fossi stato proprio io che senza altro desiderio che non fosse stato il mio proprio godimento, mi ero approfittato di una persona così fragile. Quella creatura sarebbe stata allora mio figlio: – Un figlio... quel bambino... ma come è possibile... – Poi mi ribellavo a quella prospettiva che mi appariva ridicola e ricominciavo daccapo a considerare la leggerezza della ragazza: – Macché... lei s'intrufolava nelle camere... – ma subito dopo mi rammentavo d'averla deflorata, un particolare che ricordavo bene. Infine mi addormentai ma era quasi all'alba, e non sentii la sveglia del telefono.

Arrivai molto in ritardo all'appuntamento con l'uomo prodotto della griffe e per giunta la pre-collezione non ebbe quel gradimento che mi aspettavo; però i rilievi dello stilista, come riconobbi, avrebbero potuto essermi molto utili. In tutti i casi uscii dagli uffici della Stefanel abbacchiato e mi misi subito in macchina, ma poco dopo mi fermai a un lato della strada sotto l'ombra di un platano, a riflettere cosa fosse meglio fare. Decisi di andare a Opicina; non sapevo bene il perché ma sentii che avrei dovuto farlo per visitare quelle tombe se ancora c'erano, e se non le avessi trovate sarebbe stato lo stesso; era lì che volevo andare. In poco più di un'ora ci sarei arrivato; accesi la radio – in quei giorni era un'ossessione – "Papa, don't preach, I've been losing sleep" – Feci un mezzo e amarognolo sorriso, anch’io come Madonna avevo perso il sonno quella notte, ma adesso non lo sentivo; ero impaziente di arrivare. Opicina era un grosso paese disteso sull'altopiano carsico e distava cinque chilometri da Trieste ma io ci stavo arrivando dalla parte opposta. Trovai subito il cimitero, molto vicino al centro del paese. Girai un po' ma poi chiesi ad un inserviente; le due tombe stranamente erano ancora in piedi, in un angolo del cimitero, una vicino all'altra. Quella di Nika aveva anche la foto ormai sbiadita e su entrambe le tombe le date di nascita e di morte. Non aspettavo altro, guardai le date; corrispondevano al mio passaggio in quella cittadina di villeggiatura e di locali alla moda come il “Sans Souci”. Rimasi male; avevo un po’ sperato ma non c'erano più dubbi. Stetti qualche minuto seduto sulla pietra fredda di Nika, poi mi riscossi e mi chinai su quella piccola del bambino, ridotta a un cumulo di terra informe sormontata da una croce sbilenca e da una scritta stinta dal tempo dove, oltre alle due date molto ravvicinate tra loro, si poteva leggere un nome, Egon; qualcuno aveva avuto cura di dargli un nome. Mi chiesi se questo qualcuno lo avesse anche un po' trastullato mentre piangeva, in quelle poche ore di vita, semmai ne avesse avuto la forza. Decisi che non sarei tornato a Grado quella sera, avrei telefonato alla pensione; volevo visitare Trieste e tornare il mattino dopo, di sabato, a Opicina e così feci. L'anno successivo trovai il pretesto per fare un nuovo viaggio di lavoro in Veneto per rivedere quelle tombe ed avrei fatto la stessa cosa per molti anni, anche senza la scusa del viaggio di lavoro, come un pellegrinaggio.

       La notte insonne dovuta alla becera battuta dell'inconsapevole Barni e alla difficile digestione della pizza troppo spessa si stava ormai consumando e, dagli spiragli delle persiane potevo intravedere il baluginare azzurrino dell'alba. Nel 2025 il mondo era molto cambiato. – Succedesse oggi un affare come questo... tra guerre, i veleni che si respirano dappertutto… chissà come sarebbe andato a finire – pensai, e subito dopo presi sonno. Berta, avendomi sentito mentre mi agitavo tutta la notte non mi svegliò. Dormii fino all'undici, poi mi alzai e presi la macchina; era un sabato e mi venne voglia di andare da Vittorio – senza avvertirlo – per fare due passi insieme da qualche parte. Durante il percorso – via Montalese e via Strozzi erano già piene di cinesi – pensai che della mia vicenda non ne avessi mai parlato con nessuno, né con Berta né con Vittorio, anche se la sera precedente ci ero andato vicino. Ormai l'avrei portata con me; un giorno avrei ritrovato Nika ed Egon e avrei chiesto loro scusa, questo sì, sentivo che lo avrei fatto, un giorno. Vittorio non era in casa; poi passando accanto alla vetrata del barbiere per tornare alla macchina, vidi che non c'era fila ed entrai: – Ciao Sergio, mi fai i capelli uguali a quelli di Vittorio? – Sergio quella mattina era in vena e chiacchierò per tutto il tempo; io annuivo ma non sentivo nulla.

– fine  –

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