16 - CLARA – Sergio, Remo, Clara

Da un po' di tempo diciamo da più di un anno, peno parecchio per dormire, ma non tanto per addormentarmi – la sera crollo quasi subito – quanto per riprendere sonno dopo essermi svegliato a causa della prostata ingrossata. In realtà è da una vita, da dopo il divorzio, che non ho un sonno proprio lineare, ma adesso ho toccato il fondo. Le ho provate tutte, la camomilla, la valeriana, le pasticche di melatonina che non mi fanno più nulla anzi, mi pare che rintontiscano. Ho sentito dire sia meglio addormentarsi sul fianco sinistro per via del cuore – da un anno ho anche il peace-maker, ma a quello non ci penso più – però sul fianco destro mi sembra di stare più comodo. Il momento più delicato – come ho detto – è quando devo riannodare il filo del sonno interrotto; la missione è quella di dormire in misura sufficiente per non sentirmi troppo “rintronato” durante la giornata successiva. Sto anche provando delle goccioline di autentico sonnifero; ne prendo una o due quasi come dose onomatopeica perché ho paura di diventarne dipendente. Dipenda o no da una sorta di effetto placebo quel rimedio mi procura spesso altre tre ore di sonno, comprensive – come ho appreso su internet – di due cicli di fase REM, “necessari per il consolidamento della memoria e per la maturazione cerebrale.“ Un mio vicino di casa è deceduto per demenza senile e quella fine mi farebbe orrore.
Una notte di circa un mese fa, una notte simile a tante altre notti, stavo lottando per riprendere sonno. – Come Giacobbe, sì, lotto tutta la notte con l'Angelo... – dico spesso tra me e me scherzandoci un po’ sopra, convinto tutto sommato che un po’ di autoironia faccia bene alla salute del corpo e dello spirito. Sono un credente all'acqua di rose ma in questi casi mi viene di ricordare quella singolare vicenda biblica, anche per via di un dipinto di Rembrandt che la illustra magistralmente – una bella copia, naturalmente – appeso alla parete e su cui poso l'occhio ogni tanto. La stessa notte, dopo averle provate tutte compreso le goccioline, sperando che il piccolo schermo baluginante del cellulare mi avrebbe procurato sonnolenza accesi il cellulare. Passai in rassegna Facebook, ma i commenti sulla guerra in Ucraina o sui fatti di Palestina, invece di conciliarmi il sonno mi agitarono: – … sono proprio dei cretini!... ma guarda che discorsi… – Come estrema ratio mi riservai la mossa del cavallo – non so perché la chiamo così – ponendomi bocconi senza guanciale, e in quel modo un po’ scomodo riuscii a strappare un'altra ora e mezzo di sonno.
Ah, dimenticavo; ogni tanto mi succedono delle cose strane, del tutto diverse; invece di fare alla lotta con l'angelo, durante il dormiveglia provo la sensazione di estraniarmi dal corpo, parendomi di lievitare da terra e di galleggiare sopra al letto. Anche quella notte galleggiai sopra il mio letto – una sensazione di leggerezza difficile da descrivere – e da lì vidi che su quel letto c'era una persona quasi nuda che dormiva bocconi. E quella persona ero io; ne vidi il corpo, un corpo normale, mentre il viso mi parve esageratamente vecchio; e di quella visione me ne rammaricai. Non bastasse tutto ciò – non era la prima volta che mi succedeva – sul muro della camera mi apparvero anche certe ombre che scorrevano in processione, ombre che dissolvendosi prendevano forme diverse, come fossero personificazioni di pensieri. Mi svegliai di soprassalto; erano pensieri angosciosi che raccontavano di certe verità indicibili da non dire ai quattro venti. Mi alzai stanchissimo e, ancora in pigiama mi misi seduto in cucina dove rimasi a “crissare” nel vuoto con la tazza del caffè in mano, e senza voglia di fare alcunché. Svegliatomi del tutto presi la decisione di farmi visitare nuovamente dal dottore di famiglia al quale – conoscendo già la mia anamnesi – avrei chiesto un qualche rimedio, anche se sono restio in generale ad affidarmi troppo alle medicine. Ci sarei andato senza avvertire alla fine della mattina – lo studio è a due passi in via Strozzi. Singolarmente avevo anche prenotato dal barbiere, anche quello vicino a casa e ci andai subito. C'era uno davanti a me e mi misi a sedere su una delle poltroncine di finta pelle, poi presi una rivista dal tavolo: – Sergio... – Dimmi Remo... che c'è? – Siccome non rispondevo il barbiere levò lo sguardo dalla testa bagnata del cliente e mi guardò: – Stai bene?... sai, hai un viso più scuro del solito... – ridacchiò. – Ce l'ho con te Sergio... – gli dissi. – … non potresti tenere qualcosa di più allegro... non so, qualche donnina ignuda... come fanno tutti barbieri perbene? – risposi stirando le braccia, ma serio. Subito dopo spiegai di aver dormito veramente male quella notte – Ah... – fece Sergio. – E' da un pezzo che non dormi bene... ma... non sarà il letto nuovo?... quel letto di antiquariato, se mi ricordo. – Macché, non sono mai stato comodo come adesso... – Dissi che che a me non piaceva il morbido, e che le doghe ortopediche acquistate a parte e indipendenti da quel letto, fossero perfette. – … con la schiena è veramente ok... è la testa che non mi va bene – Sarà... – sussurrò l'altro... – … allora hai un letto stregato. – Quel discorso finì lì e cominciammo a parlare di campionato di calcio.
Arrivato a casa mi tornò in mente quel discorso fatto un po’ a caso; era una battuta di Sergio, una delle sue solite – ne aveva sempre qualcuna delle sue – eppure ci rimuginai sopra per un quarto d’ora. Un'idea balzana cominciò ad insinuarsi nella mia mente: – … e se qualcuno mi avesse fatto un maleficio?... – Una volta c'era un libro in libreria, me lo ricordavo, l'aveva preso Ornella anni addietro ad Assisi; lei era incuriosita da queste cose. Corsi alla libreria, c'era ancora: “In nome di Ecate”. Lessi l'introduzione e poi sfogliai le prime due pagine. A un certo punto c'era scritto: – … c'è un legame strettissimo tra le penne degli uccelli e le pene degli uomini… bruciare a notte fonda i cuscini se c'è un sospetto di fattura.... – Feci un sobbalzo; afferrai i cuscini e li guardai sgranando gli occhi come se avessi preso il diavolo in mano, ma un attimo dopo mi afflosciai a sedere: – Ma sono diventato pazzo? – Pensai che non potevano essere i cuscini; avevo comprato tutto nuovo insieme al materasso, uno di quelli ergonomici con la memoria, al Parco Prato, non più di sei mesi fa.
Allora appuntai lo sguardo sulla testiera del letto. Avevo acquistato quel letto a un'asta giudiziaria circa un anno fa. L'amore per i bei mobili antichi era stata la passione che ci aveva fatti incontrare, me e l’Ornella, a palazzo Corsini a Firenze, circa venticinque anni prima; in quel momento mi si richiuse lo stomaco mentre provavo una punta fastidiosa di nostalgia. La mobilia antica non era stata sufficiente a riempire la nostra vita – figli non ne erano venuti, e sì che di cure e di analisi ne avevamo fatte tante – e, senza sapere esattamente il perché ci eravamo prima separati e poi divorziati. Quello era stato il punto più basso della mia vita; fu allora che attraversai quel tunnel buio della depressione, e mi ci erano voluti degli anni per superarla. Ma quella era un'altra storia; ai mobili io non ci avevo più pensato, avevo altro a cui pensare – la ditta di commercio era stata sull'orlo della fossa. Cercai di allontanare quei pensieri e continuai invece a fare mente locale su un’altra faccenda. L’anno scorso, leggendo l'elenco delle aste di beni mobili – ed io per un'abitudine che mi proveniva dal lavoro, a quell'elenco gli davo sempre un'occhiatina – sobbalzai. Erano in vendita alcuni pezzi pregiati, non in blocco, di una villa che avevo frequentato da ragazzino. Di quella mobilia mi colpiva un magnifico letto in stile Luigi XIV, se non proprio autentico, certamente di fattura molto antica; fu amore a prima vista, così decisi di tentare. Era un”Asta senza Incanto” cioè tramite offerta segreta in busta chiusa. Non conoscevo il proprietario personalmente, evidentemente in difficoltà, ma pensavo di averne conosciuto la famiglia, una famiglia di noti industriali. Ricordavo bene quella villa, non appariscente all'esterno ma splendida al suo interno e che si apriva sul dietro con un magnifico e curato giardino il quale, in fondo, sfumava in una pineta con del rado sottobosco, ai miei occhi di bambino la parte più bella e misteriosa. Io e Folco, il mio compagno di scuola elementare, una volta finiti i compiti, scorrazzavamo per la casa, stando soltanto attenti a non disturbare la nonna, una signora anziana molto signorile. Me la ricordavo bene, era vedova e quasi sempre ritirata nella sua stanza, ma trovavo i suoi ritratti giovanili in almeno tre salotti diversi dove appariva bella e austera.
E quel proprietario, secondo i miei calcoli, doveva essere proprio il figlio di Folco, che più tardi seppi essere deceduto da molto tempo. Evidentemente ero stato generoso con l'offerta e il letto Luigi XIV era diventato mio. – Eccolo lì... ora vedremo... – mormorò guardandolo con diffidenza. Era presto, mancava un quarto a mezzogiorno – avrei rinunciato alla visita – andai in garage e presi gli attrezzi. Li portai in camera ma mi misi di nuovo a sedere sul letto; ero assalito dai dubbi: – Ma che sto facendo? – Ma poi mi decisi, mormorando: – ... e se questa volta quel grullaccio di Sergio non avesse detto proprio una scemenza? – Un punto fermo del mio ragionamento era che fino all'anno scorso io non avevo mai avuto problemi di sonno, almeno di quella gravità, e poi, pian piano, avevo cominciato a girarmi continuamente nel letto, a smaniare con tutte quelle allucinazioni, con quelle visioni e tutto il resto. Il dottore aveva parlato di allucinazioni ipnagogiche dicendo che il fenomeno poteva derivare da stress e quindi mi aveva dato quelle goccioline di cui peraltro diffidavo almeno nella … prescritta. – Di sicuro ha ragione il dottore... eppure mi devo levare una soddisfazione, e poi almeno non ci penso più. – dissi tra me. Mi pareva di accingermi a fare un sacrilegio. – Mah, sfregiare un pezzo così bello... – Però presi ugualmente delle pinze sottili e cominciai a staccare quella cornice dorata così ben intagliata. Girai poi la testiera e, con pazienza liberai i fili che il tappezziere aveva fermato con chiodi brunati, fissati sul rovescio; un rovescio che non era una semplice tavola sagomata, bensì un supporto in legno coperto da una spessa stoffa di seta lucida. Il mio scopo era quello di vedere se, nascosto nell'imbottitura anteriore della testiera ci fosse qualcosa di sospetto, come una piuma d'uccello, dei capelli, delle erbe essiccate o altro. Quindi presi a sollevare il prezioso velluto, anch'esso di seta, che copriva la testiera. Sollevandolo, sentii frusciare della carta che, dall'intercapedine posteriore, stava cadendo per terra. Erano lettere, alcune lettere ingiallite sgusciate da un nastro azzurro, anch'esso scivolato per terra. Le tirai su e, stupito, presi ad esaminarle; una mano fine aveva scritto con calligrafia antica e l'inchiostro pareva diventato rugginoso. Rimasi a bocca aperta, non mi aspettavo una scoperta del genere; trascurai di guardare nell'imbottitura della testiera e mi mise a leggerle. Era un carteggio le cui date facevano risalire la scrittura delle lettere ai primi anni del novecento, indubbiamente uno scambio epistolare tra due amanti; ma il particolare che mi saltò agli occhi era che l'amante si firmasse Clara e saltuariamente Clara Bugiani; e quello, me ricordavo bene, era il nome della nonna di Folco.
Non riuscivo a credere che quelle parole appassionate – avevo cominciato con alcune sue lettere – fossero proprio di quella donna che allora, me lo ricordavo bene, appariva ai miei occhi, agli occhi di un ragazzino signora così anziana e così rispettabile. Talvolta, quando accompagnavo i miei genitori alla Messa della domenica la vedevo, devota e inginocchiata sulla prima panca della chiesa di Santa Maria della Pietà. Non fosse stato per quel collegamento esplicito, con l'esperienza del mondo che avevo adesso a sessantadue anni, quelle lettere potevano essere scritte da qualunque amante; da qualsiasi donna appassionata intenta a nascondere una relazione amorosa. Allo stesso modo anche le lettere di lui – si firmava Silvano e si capiva, da alcuni riferimenti fosse scapolo e personaggio noto in città – erano colme di attesa, cariche di desiderio trattenuto, di promesse mai del tutto mantenute, di passione mista a qualche velato rimprovero. Un amore segreto, consumato più a parole che nei corpi, ostacolato da ostacoli e convenzioni.
Tuttavia, a un certo punto lei gli fa una richiesta singolare; desidera che l'amato le restituisca tutte le sue lettere e lo fa con una certa decisione. – Dunque, volete che vi renda le vostre lettere? – risponde lui in un tono un po' offeso. – Che cosa temete dunque, che io le perda? – Le spiegò che fossero sotto chiave e che le custodisse con la massima cura, essendo per lui il segreto più caro. Si chiedeva il perché, ed esprimeva il dubbio che provasse rimorso per averlo amato. – Nondimeno non riesco a crederci, mia amatissima Clara, non ci voglio credere. – Dubitava piuttosto che lei provasse pentimento per avere scritto su carta bianca i suoi segreti sentimenti. – Si sa... – scriveva l'amante: – … le parole scritte non sono come la musica che vola – verba volant, scripta manent – Supponeva che da parte di lei fosse il pudore, un delicato pudore a indurla a fare quella richiesta. – … ma non temete, ve le restituirò, mia sensibile e adorata Clara. – concludeva.
Dalla data in calce alla lettera – tredici settembre del 1910 – ritenni che Clara gli avesse risposto quasi subito. – Mio adorato, siete uomo intelligente ma questa volta non ci avete dato; non ho alcun rimorso, non mi pento davvero di avervi espresso il mio amore e tantomeno di averlo dato a piene mani... – Comunque gli ribadì ancora quel suo desiderio e gli spiegò che la ragione non dipendesse per niente dalla vergogna di avergli aperto il cuore e di averne scritto su carta. – … ho solo il timore che, per pura fatalità la mia colpevolezza sia conosciuta da altri. – Gli spiegò che lui, per qualche fatalità, una malattia, un attacco di cuore o altro, poteva morire – … per carità, amore mio, mi auguro davvero che non ti succeda mai nulla e che tu campi ancora cent’anni... ma può succedere, può toccare a tutti... – e che dubitava fortemente della discrezione dei suoi familiari i quali, trovando quelle lettere non avrebbero tenuto il segreto per sé e lo avrebbero fatto facilmente arrivare a suo marito. Per contro assicurava che lei sì, avrebbe davvero conservato lo scambio epistolare di entrambi in un posto inaccessibile. – Ve lo farò vedere, se sarà possibile un giorno, e forse mi prenderete in giro per aver pensato ad una lettiera come nascondiglio. – Aggiunse che le loro lettere sarebbero state una vicina all'altra per l’eternità, come sarebbero rimasti loro stessi, uno accanto all’altro, come per incantesimo. – … e se sarò io a precedervi nell'altra vita, non succederà nulla di grave. – scriveva ancora. Infatti, disse, quand'anche suo marito un giorno le avesse a trovare, sicuramente le brucerebbe subito tenendo per sé la vergogna per essere stato tradito. – … – lui si è sempre fatto beffe di coloro che notoriamente passano per essere come “cornuti”… – Dopo la nota ilare con la quale pareva volesse tranquillizzare ancor di più l’amante, concluse: – La tomba, mio caro sarà la garanzia della mia infedeltà... – C'era ancora un'altra lettera, all'apparenza incompiuta e priva del saluto finale. In essa Clara diceva di essersi ammalata di un male improvviso e che disperava di non rivederlo mai più e, a un certo punto si interrompeva con alcune tremolanti parole: – Se non potrò più dormire accanto a te, che almeno il mio sonno sappia dove... – L'ultima parola, illeggibile non era seguita da nessuna firma. Osservai che la lettera apparisse più intonsa ed aveva l'aria di non essere mai stata inviata all'amante; eppure era lì con le altre. Quello mi apparve un piccolo mistero che non seppi sciogliere neppure in seguito, quando ebbi modo di ripensarci. Rimasi a lungo con gli occhi nel vuoto, seduto sul pavimento, affascinato da quella inaspettata figura femminile. Intorno a me lettere ancora aperte che si erano sparse come larghe foglie secche.
Capii allora che quel letto non era stregato ma impregnato di una storia rimasta compressa, saturo di un’attesa e di una speranza senza soluzione. Per scrupolo – … non avesse a riaffacciarsi di nuovo questa scomoda ubbia… – pensai, frugai nell'imbottitura della parte anteriore della lettiera, ma non trovai nulla, né piume d'uccello, né altro. Rimontai la testiera con cura, ma riposi le lettere in una scatola, separandole dal letto. Poi portai quella scatola da scarpe nel ripostiglio chiudendole dentro una vecchia valigia di cuoio, la stessa usata tanto tempo prima per andare in viaggio di nozze con Ornella. Seduto sullo sgabello, rimasi a guardarla per un po’; la sigaretta mezza spenta tra le dita. Quella valigia di cuoio color granata mi rimandava a tante cose passate, a tante scelte – ora lo vedevo con chiarezza – non sempre giuste. Poi spensi la luce e salii di sopra.
Quella notte dormii male come al solito e anche nelle notti successive ma senza più, né allucinazioni né visioni. Quelle cose inquietanti non si ripresentarono, se ne erano andate via con i fogli ingialliti. La sera dopo venne Ornella, per caso; era tanto che non ci vedevamo. Doveva farmi firmare un documento, una questione con la banca per una proprietà condivisa; poi in cucina bevemmo insieme una tisana. Lei disse che si sentiva stanca, che anche lei non dormiva tanto bene. Parlammo poco ma in modo calmo, senza appuntarci colpe addosso come era successo l’ultima volta che ci eravamo visti e soprattutto come era accaduto più volte subito dopo la separazione. Quando lei se ne andò, misi le tazze nel lavello e pensai che alla fine certe cose, sia le più dolorose come quelle apparentemente più riuscite finiscono per stancarsi di se stesse, proprio come succede agli uomini.
La mattina ancora successiva mi venne voglia di camminare e uscii. L’aria era chiara, tirava un po' di tramontano e mi sentivo bene. Mi parve che l'accettare i propri limiti nei confronti della vita così com’è, liberandoci dalla lotta estenuante contro ciò che non può essere cambiato, assomigli più ad un uso intelligente delle proprie forze che a un gesto di resa, e che possa aprire a spiragli di serena tenerezza nei confronti di noi stessi. Mi sembrò che ci fosse un filo, sottile, che teneva insieme ogni cosa; non importava sapere da dove venisse, o dove finisse. Chiusi gli occhi e mi lasciai andare, insieme a quel leggero respiro di vento.
– fine –