– LA VEDOVA – Sergio, Fosco, Andrea, Nello, Tullio, Clara, la vedova

Vivevo con il babbo e la mamma a Luicciana – luogo di nascita di tutti noi, come lo era stato per i nonni e i bisnonni – Il borgo, abitato prevalentemente da persone anziane non era esattamente un paesone,e si era svuotato ancor più negli ultimi quindici anni. Il babbo Fosco resisteva; cercava di farcela con l'introito del modesto esercizio commerciale, l'unico in tutta la zona. All'epoca non aveva voluto lasciare Luicciana come avevano fatto i suoi due fratelli e il nonno aveva lasciato a lui quel fondo che una volta serviva a tenere il legname da ardere. Lui l'aveva ristrutturato e trasformato in un bar e ormai gli mancava poco alla pensione che sarebbe stata molto magra, ma tant'è, avrebbero dovuto farsela bastare. Vendeva pure qualche settimanale e qualche prodotto alimentare che su richiesta andava a consegnare a domicilio nelle piccole borgate soprastanti come Castello, La Villa, Trebbio e – a qualche chilometro più in su alla fine della valle – fino a Cantagallo. Quest’ultimo che da il nome all'intero comune, vastissimo di verde e di boschi, se non fosse stato per il Centro Visite della Riserva naturale dell'Acquerino a richiamare qualche coraggioso camminatore sarebbe sembrato e sembrerebbe tuttora un paese fantasma. Qualcuno di quegli intrepidi, richiamati dal fascino selvatico dell'appennino – la domenica o in certi giorni di festa – si fermava al bar del babbo per un caffè. Ma le persone ne uscivano perplesse perché nella vetrinetta trovavano solo merendine confezionate. Anche Nello, uno dei cento – pressappoco, forse meno – abitanti di Luicciana che avrebbe desiderato un cornetto appena sfornato se ne lamentava. La casa di Nello, dalla parte che dava verso Cantagallo, quella senza finestre, era stata decorata da pitture murali di artisti famosi, come era successo per la facciata della Misericordia e per altre case di Luicciana la quale, per questo, era diventata una specie di museo a cielo aperto. Ma la parete di Nello era quella che faceva più figura perché la più grande e lui ne era fiero. – … ma perché non le vai a prendere fresche a Mercatale, Fosco?... Sennò la gente non si ferma più… lo capisci? – gli diceva.
Babbo Fosco cominciò a pensare che Nello avesse ragione e disse che ci avrebbe fatto un pensierino perché aveva intenzione di resistere altri tre o quattro anni – … e poi chi s'è visto s'è visto. – diceva ogni tanto alla mamma. – Il tempo di far finire gli studi al figliolo… – diceva. Quel figliolo ero io che in tutta onestà mi sentivo stretto in quel paese – sentivo fortemente l’arretratezza della mentalità di quella gente – e sognavo di andarmene di lì, un giorno. Ma non tanto per la scomodità – per andare al “Serraglio” dovevo prendere il treno da san Quirico di Vernio, e per molti giorni al mese – e non facevo una piega; mi interessava troppo quella materia che mi avrebbe aperto un mondo diverso. D'estate, quando era importante esserci per le presenze – e succedeva spesso – andavo alla stazione in bicicletta ma d'inverno era il babbo che mi accompagnava in macchina. Seguivo il più possibile le lezioni on-line, ma non era molto semplice e agli esami ero e mi sentivo penalizzato. Avevo intrapreso il corso di laurea in “Scienze dello Spettacolo” al PIN di Prato, nonostante il parere negativo dei miei: – con quello ci fai la fame Andre, te lo dico io... – mi avevano detto al momento di scegliere; tuttavia ero figlio unico, mi ero sempre comportato bene così mi avevano accontentato.
– Sai icché si fa, Andrea?... non si pole continuare così... – mi disse un giorno il babbo che alle cose ci rifletteva. Era dispiaciuto per i sacrifici di tutti e due – anche lui era stanco di portarmi così spesso in su e in giù. – ... si trova un'affittacamere; c'è il mi' cugino che conosce la padrona di una specie di pensione... eh? La ci fa un prezzo bono. – Aveva aveva due cugini a Prato; uno di nome Sergio che considerava essere persona inutile e chiacchierona – faceva il barbiere “in Bailloni”, secondo lui un posto degradato – e con questo Sergio non se la intendeva per niente; e dire che avrebbe avuto anche il posto per ospitarmi essendo vedovo. L'altro di nome Tullio – quello che conosceva la pensionante e di cui aveva molta stima – stava alla Pietà e lavorava alla Provincia, a Palazzo Buonamici. Secondo il babbo questo Tullio, sposato e senza figli, mi avrebbe anche dato “un’occhiata". Ne fui contento; la prospettiva di stare in città, senza dover fare alle corse ogni volta per prendere il treno era una gran cosa. E poi avrei avuto il modo e il tempo di conoscere un po' di gente, magari qualche ragazza.
La pensione, che proprio pensione non era perché non era previsto ne pranzo né cena ma solo una modesta colazione era in zona via Machiavelli tuttavia la padrona, una vedova sulla quarantina ed oltre, alta e robusta e che abitava essa stessa al pianterreno pretendeva di controllare tutto riguardo agli ospiti, quasi tutti studenti universitari e soltanto maschi, e non voleva che la sua casa diventasse un porto di mare. La padrona che era vedova da poco e senza figli dava del lei a tutti e pretendeva per sé la stessa cosa; però entrava e usciva senza riguardo dalle camere delle quali, a tutte aveva tolto le chiavi, diceva per maggiore trasparenza; guardava se i letti fossero ben fatti e brontolava se trovava disordine o sporco. Tutti gli ospiti, compreso me, ci ironizzavano sopra ma non avevamo l'ardire di contraddirla in faccia perché il prezzo della stanza era molto buono e lei ci avrebbe messo poco a mandarci via. Sull'ora del rientro a casa era irremovibile: – Intendiamoci, chi arriva dopo mezzanotte dorme all'agghiaccio. – Io provai presto un gran desiderio d'indipendenza e una sera mi decisi; le dissi senza timore e a quattr'occhi che avrei deciso io, a piacer mio, quando rientrare. A quella pretesa lei mi piantò addosso i suoi occhi neri come il carbone: – No, non è possibile, non può farmi alzare a tutte le ore della notte per controllare. – Non ce n'è bisogno signora, quando è chiuso bene a chiave, è chiuso... e poi lei non ne avrebbe il diritto... mi sono informato. – le risposi senza riguardo; poi aggiunsi: – Mi mandi via pure se le pare... ma lei poi dovrà pagarmi l’albrgo. – L’aria della città mi aveva reso ardito e disinvolto. La vedova a malincuore cedette; ci mettemmo d'accordo che quando avessi avuto l'intenzione di rincasare tardi l'avrei avvertita prima. Quella dimostrazione di energico carattere produsse in lei, al contrario di ciò che mi sarei aspettato, un cambiamento nel suo modo di considerarmi. Da allora fui trattato dalla padrona con un'attenzione diversa rispetto agli altri. Senza farsene accorgene, poiché io ero sempre tra gli ultimi o l’ultimo a fare colazione, mi riservava un cornetto croccante o una sfoglia di riso acquistati di buon'ora al bar di fronte, oppure mi abbrustoliva una fetta o due di pane integrale. – Mangia Andrea, sei troppo secco – mi diceva con gesti di brusca tenerezza, dandomi in questi casi del tu, gesti che inizialmente mi stupivano ma che poi presi ad apprezzare. Presi confidenza e in certi momenti, essendo soli, l'abbracciavo all’improvviso come per scherzo, al che lei subito cercava di darmi uno schiaffone e a volte me lo dava davvero; e poi, sempre dandomi del tu, mi gridava con un sorriso: – Andrea, ma che se' grullo! – aggiungendo con un sussurro: – … guarda, lo dico a tuo zio Tullio. – Ormai eravamo diventati amici.
Intanto scoprivo di trovarmi molto a mio agio nell'ambiente dell’università dove avevo conosciuto Clara, una ragazza del mio stesso corso, carina, intelligente con occhi espressivi. Facevamo coppia nell'ambito di una finzione teatrale prevista dal piano di studi, durante la quale eravamo tenuti ad improvvisare dialoghi. Si chiacchierava spesso andando in giro per la città e strinsi con lei una bella amicizia. Lei rideva molto mostrando i suoi denti bianchi e corti, ed io ne era molto attratto; era quel tipo di ragazza, non troppo alta ma soffice e ben fatta come una bambola, che avevo sempre sognato di abbracciare e anche lei era attratta da me e dalla mia tanta energia, fisica e mentale. Non bastandoci più quei lunghi baci nei deserti chiassini del centro storico, cominciammo a desiderare un luogo più adatto. Lei era del Casentino e abitava da una nonna che viveva da sola in un appartamento in via Strozzi. Mi venne in mente lo zio Sergio, tra l'altro loro vicino di casa – le stranezze del destino – e conoscente di quella persona anziana, così scartai l’ipotesi di utilizzare la casa della nonna, sebbene fosse svanita: – Con mio zio nei paraggi, chiacchierone com'è non è il caso – dissi. Di spendere dei soldi che nessuno dei due aveva per una stanza d'albergo non c'era da nemmeno da parlarne. Pensai che non rimanesse altro da fare se non tentare la sorte; la mia padrona andava solitamente a letto molto presto, leggeva un libro e poi si rialzava a mezzanotte per quell’impegno che si era presa di verificare la chiusura del portone; diceva di aver tanta paura dei ladri essendo lei a pianterreno. Così dissi a Clara che, per non disturbare i coinquilini, avremmo salito con cautela le scale per poi introdurci nella mia camera ammobiliata; allo stesso modo saremmo scesi nel massimo silenzio. Avevo sempre omesso di dirle delle abitudini maniacali della mia padrona e la ragazza, un po' perplessa per tutti quegli eccessivi riguardi, e dopo essersi fatta un po' pregare accettò la proposta. Ad una certa ora ci dirigemmo verso via Machiavelli e raggiungemmo la palazzina; aprii la porta con le precauzioni degne di un ladro, accesi la pila del cellulare e presi per mano la ragazza affinché non inciampasse. Passando davanti alla porta della vedova il cuore mi fece un balzo; non avrei sopportato di essere scoperto e costretto a trovare un'altra sistemazione. Finalmente, scalino dopo scalino arrivammo alla camera, posta al secondo piano. Ci togliemmo le scarpe dopo aver acceso soltanto la luce del lavandino – lei aveva detto che avrebbe preferito stare al buio – e prendemmo a intenderci a sussurri, per non far rumore. La baciai a lungo poi, fremendo, cominciai a toglierle ciò che aveva indosso; la giacca a vento, la maglia e infine i jeans. Lei era rimasta soltanto con una camicetta ed era molto tesa ma poi aveva preso lentamente a fare la stessa cosa con me. Ero già come in deliquio per le dolcezze che mi attendevano quando, all'improvviso apparve sulla porta, aperta senza il minimo rumore, la padrona, anch'essa con la pila accesa del proprio cellulare. Feci un salto per la paura e rimasi in piedi. Per un istante la donna, coperta non del tutto da un'ampia vestaglia di seta blu sopra alla sottoveste bianca, mostrò uno strano stupore, mutato presto in severa aria di rimprovero. – Non voglio puttanelle in questa casa, Andrea... non lo sa? – disse con una voce acida che non mi aspettavo. – … ma signora, lei è una mia compagna di studi... ripassavamo un dialogo, cosa crede? – Pensa che io sia stupida? Il copione prevede quella mise?... – fece la vedova accennando alla ragazza quasi ignuda, piangente e tutta rossa in viso. – Faccia uscire questa persona... l'aiuti a raccattare le sue cose e la porti fuori … subito… – Non potei che obbedire; come inebetito porsi i pantaloni e tutto il resto a Clara che, tremante, non riusciva sul finire ad abbottonarsi la giacca a vento. Poi incerto, l'accompagnai giù per le scale quasi buie dove, a un certo punto lei vacillò rischiando il capitombolo di tutti e due, ma ci riprendemmo per miracolo. La signora, impettita da sembrare ancora più alta e severa, ci seguiva in silenzio facendo un po' di luce con la stessa piccola torcia di prima. Alla porta che si aprì cigolando presi la mano di Clara con un fare imbarazzato come a scusarmi ma lei, mortificata e bianca in viso la ritrasse subito, e scappò via.
Richiusi il portone e mi voltai indietro – la padrona era lì davanti alla porta socchiusa della sua camera – aspettandomi chissà quali aspri rimproveri. – Dobbiamo parlare Andrea... – si limitò a dire lei indicando la porta. Entrai allora nel piccolo appartamento, intimorito ma anche incuriosito; mi ero sempre chiesto che vita facesse quella donna sola, ristretta e quasi reclusa in solo due stanze. La donna, a braccia conserte sul suo considerevole seno che la lunga sottoveste bianca e leggera non riusciva bene a coprire mi disse: – Allora Andrea, lei ha scambiato la mia casa per un bordello? – Ma no, signora, non la deve prendere a male... lo sa come succede... via... – No, non voglio discutere, in casa mia queste cose non devono accadere... mi sono fatta una reputazione sa?... – La vedova continuò almeno per dieci minuti continuando ad argomentare della sua reputazione di persona perbene e ripetendo più volte le stesse cose; tuttavia parlando – non so se involontariamente o meno – la donna passò dal lei al tu mentre la voce le si faceva progressivamente meno aspra. Ad un certo punto mi accorsi di non ascoltare più quello che diceva, neppure una parola. La mia attenzione si era appuntata sul seno di lei, un seno superbo; non mi ero mai immaginato che nascosto sotto i suoi anonimi vestiti di tutti i giorni – prevalentemente grigi o marroncini – si trovasse un seno così bianco, tondo, così attraente. Vista così discinta, non pareva più la stessa ed io ero in agitazione. Stavo riprovando quelle sensazioni di vertigine che avevo vissuto non molto prima, mentre spogliavo Clara. Vidi, poco lontano, attraverso la porta spalancata della sua camera il letto disfatto, forse ancora caldo del corpo ben nutrito della padrona. Lei continuava a dire le stesse cose ma adesso con voce ancora più calma, come quella di un'amica che tenesse al bene dell’interlocutore.
– Via signora… abbia pazienza per questa volta, – sussurrai allora a voce bassa. E siccome lei non rispondeva mi avvicinai e l'abbracciai come facevo a volte la mattina per scherzo. Questa volta però, abbracciandola, istintivamente ne cercai le labbra e la baciai; subito corrisposto da lei con passione. Poi la padrona, con un gesto affannato come di pentimento, si staccò sospirando: – Oh, Andrea... ma che se' grullo... ma che se' grullo... – Incurante di quelle parole – raccogliendo le forze a causa della sua consistenza – la sollevai e la portai nel suo letto, davvero comodo e ancora caldo. Dopo non so più quanto tempo di intimi abbracci e di frementi gemiti lei, apparentemente sazia, si levò per andare in bagno; e poi infilando di nuovo le sue forme tonde e bianche sotto al lenzuolo, sussurrò: – Oh, Andrea... ma che se' grullo... – ma poi aggiunse: – … però come tu se' bravo... –
Quando al mattino presto mi svegliai – stavo rabbrividendo – vidi che la finestra era rimasta socchiusa tutta la notte. Insieme al freddo di metà aprile anche la luce azzurrina del mattino stava entrando tagliente e faceva tremolare le ombre sui muri. La vedova, dal respiro lento e profondo, dormiva, la testa un po’ piegata sul cuscino, un braccio grassoccio e sodo disteso in fuori, come se avesse cercato qualcosa durante il sonno; poi lei si mosse, sospirò piano, ed emise dei suoni incomprensibili. Rimasi a guardarla; mi stupivo di quello che mi era capitato con quella donna molto più matura di me; tutto ciò non mi era affatto dispiaciuto ma ero perplesso. Pensai a Clara e alla sua bellezza acerba, e la immaginai in quel momento mentre camminava per le vie di Prato con i libri contro il petto; e immaginai anche il mio babbo mentre preparava il bancone per i pochi clienti che sarebbero apparsi quella mattina. Sentii dietro le spalle la voce un po’ roca della vedova: – Vieni, Andreino... vieni qui, mi fa freddo. – Rimasi per alcuni istanti immobile, poi mi sedetti sul bordo del letto e mi voltai verso di lei. – Signora… – le dissi piano. – Bisogna che vada a lezione… – Lei aprì un occhio, poi li aprì entrambi guardandomi con una certa aria interrogativa e un po’ sorpresa. Ma fece un mezzo sorriso: – Bravo Andreino. – Mi vestii in fretta. Fuori, su via Machiavelli il sole batteva già sui tetti. La porta della pensione cigolò dietro di me, ma stavolta non scappava nessuno; andavo.
Come era arrivata a Prato – i fiori dei giardini profumati, i terrapieni delle antiche mura rivestiti già di qualche colore vivace, sugli alberi comparivano nuove foglie e vi si aprivano le gemme – sicuramente anche a Luicciana la natura si stava risvegliando festosa. Con la bella stagione avrebbero cominciato ad arrivare i camminatori e i gitanti compreso gli estimatori delle opere murali. Presumevo che anche quella mattina babbo Fosco e la mamma stessero preparando il forno a legna e che in bottega l’odore di legna di faggio bruciata avesse già riempito l’aria. Mi immaginai fossero contenti – come il cugino Tullio, quello più intelligente che lavora alla Provincia mi aveva appena riferito – avendo il babbo parlato per telefono giusto con lui. Il giorno avanti, al contrario, la telefonata del cugino Sergio, quello che faceva il barbiere in Bailloni, al babbo non era piaciuta; quel chiacchierone si lamentava del fatto che io, pur vivendo a Prato come aveva sentito dire per caso, non mi fossi mai fatto vivo. Tullio lo aveva messo di buon umore avendogli riportato l’opinione che la sua conoscente – a cui lui stava facendo un po' di filo, finalmente con un certo successo – avrebbe su di me: – Gli è dimolto bravo Andrea... e ha la testa sulle spalle… ha detto la vedova... –
– fine –