10-ALICE – Sergio, Maresco, Alice, Manuel, Qiang - Alice narr-

Stavamo finalmente per arrivare. In galleria avevo ascoltato la pronuncia di due uomini robusti, una pronuncia non tanto diversa da quella dei miei genitori quando parlavano tra di loro, ma molto più vernacolare. Avevo pervicacemente voluto imparare tante parole particolari da loro – una piccola mania che gli amici di allora, anche di origine italiana, trovavano strana – parole toscane che alla scuola privata di Hamilton non insegnavano, ma le pronunciavo in perfetto italiano, senz’anima, semmai con inflessione inglese. Invece quella pronuncia mi piaceva; guardavo il babbo che osservandomi sorrideva, immaginando ciò che mi stava passando per la testa. Dal finestrino monti che non conoscevo correvano svelti a lato del treno spartendosi in altre valli e vallette. Infine le case vennero raffittendo; parevano stringersi addosso al convoglio come a frenarne la corsa. Sobbalzando e fischiando, il treno si fermò finalmente alla Stazione di Prato, quella che era quasi la mia città di origine ma che avevo visto solo una volta da bambina e di cui non ricordavo quasi nulla. Qualcuno aveva aperto lo sportello e, sulla banchina, altri si erano messi in disparte per far scendere chi era già arrivato. Scendemmo gli scalini del vagone e toccai infine quel marciapiede che ci avrebbe condotti verso una nuova vita; a me “tremolavano” le gambe, il babbo era tranquillo. Fuori l’aria, insieme all’odore penetrante di ruote oliate e di rotaie aveva una frizzante dolcezza. Era un inizio di primavera; sorrisi pensando che dall’altra parte del mondo avevamo appena assaggiato l’inizio dell’autunno.
I miei genitori, un mattino di inizio giugno del 1983 erano partiti da questa stazione e la vita allora pareva loro offrire molte strade. Da Malpensa avrebbero preso l'aereo per Nuova Delhi e, dalla metropoli indiana, scura e puzzolente allora come oggi – a quanto mi ha sempre raccontato la mamma – avevano pernottato in un albergo triste; poi avrebbero preso il volo per Sidney. Allora non pensavano che in quel mondo “a capo all’ingiù” – come scherzosamente diceva mamma – vi avrebbero messo radici così profonde. – E' molto cambiato Prato... in peggio... a quanto pare... – mormorò il babbo mentre ci apprestavamo a togliere i bagagli dai ripiani. Lui era rimasto sempre molto informato e gli dispiaceva quello che aveva sentito dire. – Quando partimmo si parlava già di crisi strutturale, ma nessuno si immaginava la decadenza di cui si parla oggi. –
Quel giorno di quarantatré anni fa, già accomodati nello scompartimento del treno ancora fermo al binario principale, insieme al sentimento di speranza che li animava, sentivano un filo di sofferenza; lui aveva dovuto scegliere tra la possibilità di una carriera brillante e i loro affetti che lasciavano a Prato, almeno per ora. Certo, avevano promesso ai nonni paterni Luigi e Adriana che appena sistemati l'avrebbero chiamati per andare con loro dall'altra parte del mondo e la nonna che praticamente ho visto solo una volta e di cui non ricordo nulla, se non nelle foto, felice e perplessa allo stesso tempo ci aveva creduto. Come mi avrebbero raccontato con un po’ di amarezza, prima di partire avevano festeggiato con le pappardelle sulla lepre, il classico piatto della nonna, quasi a suggello di una promessa.
Babbo Maresco, seguendo una certa pista indicatagli da un noto rappresentante di lana era partito convinto delle opportunità che l'Australia gli poteva offrire. Dopo un mese riuscì a farsi assumere dalla Brooksdale Rural, un grande commerciante di lana “merinos” nello stato di Victoria tra monti e deserti. Lui, ancora con poca esperienza come tecnico tessile, mostrò subito molta ambizione e intelligenza pronta, prima come venditore e poi, dopo pochi anni, come project manager. La cittadina più vicina, a 30 km, era Hamilton, molto distante da Melbourne e un po’ meno da Portland; e quello fu il posto dove io, Alice Colzi, nacqui nel 1997. Il babbo mi ha fatto fare la scuola dell’obbligo in inglese insieme, più tardi, a una scuola privata di lingua italiana, perché diceva che non dovevo perdere le mie radici
Pian piano i miei realizzarono che le loro radici stavano penetrando nella nuova terra, e che non le avrebbero sradicate tanto facilmente. Nei primi quattordici anni Maresco Colzi era tornato a Prato cinque volte per motivi di lavoro – Prato a quei tempi era ancora una piazza importante – una volta con mamma e me piccina – allora i nonni erano ancora vivi – altre due volte da solo per i loro funerali. La corrispondenza epistolare con i nonni, deceduti prima del previsto – si erano sentiti male quasi insieme, forse un mal d’amore – era cessata presto.
Adesso ero lì, nella terra tante volte oggetto della mia immaginazione e vista nelle foto ma che non avevo mai visto per davvero. Scendemmo svelti le scale e prendemmo il lungo corridoio verso l'uscita; avevamo con noi una valigia ciascuno che non era certo sufficiente per contenere oggetti e vita vissuta di chi avesse deciso di cambiare continente; forse per sempre. Il resto delle cose, pur scelte con parsimonia, ci avrebbe raggiunto per spedizioniere. Dopo la morte della sua cara Piera, al babbo in pensione da non molto, gli era affiorato, latente da tempo, il desiderio di tornare a Prato per sempre, ritrovare le sue radici, ma si riguardava a dirmelo ed io facevo finta di non capire. Ma poi, quando a ventott'anni ho rotto con Jack – stavamo faticosamente convivendo da un bel po' – un giorno me lo ha accennato, “senza parere” come usava dire lui. – Va bene babbo… anch’io voglio scappare di qua… – Da tempo mi stava stretta quella cittadina in mezzo al deserto e sognavo l’Italia. Si aspettava un diniego; ma “non fece pio” per dirla con una delle espressioni più buffe della mamma; rimase così sorpreso da non riuscire ad esprimere subito la sua contentezza. Solo dopo alcuni minuti si riscosse e mi prese il viso tra le mani, mentre il suo era un po’ commosso: – Ti voglio bene Alice… ma sei sicura… non è il tuo mondo ormai, questo? – Non risposi, ma gli detti un bacio sulla guancia appena umida. In passato gli avevano offerto la direzione dell'ufficio vendite di Roma; avrebbe fatto un passo indietro come lavoro, ma già allora non ne poteva più dell’Australia. Stava per accettare ma poi ci aveva ripensato perché alla “old age pension” non mancava molto; così aveva concluso la sua carriera in quel deserto ma avendo guadagnato molto. E d’altra parte lo diceva sempre; “senza lilleri un si lallera”.
A quell'ora la stazione Centrale era quasi deserta; notai che sul davanzale della biglietteria era rannicchiato un ragazzo con la barba lunga e avvolto da un cappotto scuro incolore che, proprio in quel momento incrociò i propri occhi assonnati con i miei, stupiti da quella visione. Quasi accanto, accovacciato, un cane pastore nero e rosso a chiazze dallo sguardo vigile. Ragazzo e cane – oggetti di sguardi perplessi dai pochissimi viaggiatori che transitavano dal salone d’ingresso – parevano non curarsi di nulla. Usciti sulla piazza illuminata dai lampioni cercammo un taxi; ce n'era fermo uno sulla sinistra il cui tassista – stava chiacchierando con alcune persone vestite di gilet giallo – accorse con un po’ di ritardo. – Gli stavo dicendo... che, con quella Dacia rompono un po' i coglioni tutte le sere... prendono il nostro posto... – ci disse, come a scusarsi. Sia io che il babbo non capivamo, così il tassista ci spiegò che quelli che stavano parlando con un drogato cinese erano della Ronda della Caritas. – Assistono i senza tetto.... mah, son tutti o drogati o vagabondi... – borbottò l'uomo. Babbo Maresco era eccitato; avevamo già imboccato la strada che costeggiava la cinta muraria e stavamo per arrivare in piazza Ciardi, la destinazione. Aveva voluto mantenere per sé – pur così da lontano – il fondo e la casa paterna in quella piazza, adesso sfitta. I nonni l’avevano comprata per abitarci quando il babbo aveva già quindici anni, trasferendosi lì da via Strozzi, un quartiere chiamato “Bailloni”. Tirò fuori la chiave che il commercialista gli aveva spedito e aprì la porta di casa; ci aveva abitato per dieci anni e, a parte la serratura la porta, verniciata di una vernice verdolina adesso scrostata qua e là, doveva essere la stessa porta di legno spesso da chissà quanto tempo. In occasione della malattia terminale della sua mamma e poi del funerale di entrambi i genitori, quindi molti anni fa, vi era tornato, ma adesso quella casa – lo vidi dalla sua espressione – non gli fece un bell’effetto. A pianterreno era quasi vuota, il tanfo era pazzesco e dava una forte impressione di desolazione. Il giorno avanti il dottor Mattei aveva provveduto a far preparare le camere “alla meglio” e a ripristinare corrente e riscaldamento. A parte il “jet leg” eravamo stanchi morti e ci addormentammo presto. Al mattino, spinti dall’istinto di sopravvivenza, uscimmo per cercare un bar, e ci spingemmo fino in piazza Duomo. Per me, anche se l’avevo vista in foto, fu una bella sorpresa; ai miei occhi abituati alle ovvietà delle strade di Hamilton o di Melbourne o di Portland, appariva splendida. Poco più in là, in via Garibaldi, ci fermammo in una pasticceria, un piccolo locale ma pieno, “zeppo” di gente.
Durante i giorni successivi lavorammo sodo per pulire e “ravversare” la casa, individuando i vari interventi che avremmo dovuto richiedere al fontaniere che il babbo chiamava “trombaio”, all’elettricista e agli imbianchini. Ma anche la mattina dopo e quella dopo ancora ci facemmo consolare da quelle “paste” e dal cappuccino; abitudine a cui non ero abituata ma che Maresco ricordava benissimo. Un giorno, stavo andando in piazza Mercatale – peraltro già visitata e bellissima ai miei occhi, nonostante le tante, troppe auto – per fare un acquisto dal Ferramenta quando, all’incrocio con via Pugliesi – i nomi delle vie li ho imparati successivamente – trovai il ragazzo con la barba e il cane, quelli della notte dell’arrivo. Lui era seduto a gambe incrociate su un cartone e il cane, ad occhi semi chiusi e acciambellato lì accanto, pareva esprimere una specie di devozione assoluta verso il padrone. Il ragazzo, che mostrava insieme alla barba folta una testa piena di capelli neri e riccioluti era attento a schizzare su un grande album un disegno a carboncino e faceva un cenno distratto – ma erano rari – a coloro che gli gettavano una moneta nel cappello rovesciato. Al contrario alcuni, passando scuotevano la testa. Appoggiati al muro alcuni disegni prevalentemente in bianco e nero che parevano in vendita. Lo trovai altre volte ma solo se passavo presto. Un giorno, invece di dargli la moneta – in tutti i casi cercavo di non buttargliela – mi chinai e gli chiesi se voleva fare colazione al bar. Alzò il viso e mi guardò perplesso ma poi annuì. Forse gli procurai un problema perché gli ci volle un po’ prima di partire; si alzò, radunò i suoi lavori in una ampia cartella e sussurrò qualcosa al cane il quale stava già guardando il padrone per capirne l'intenzione.
L’uomo, non era proprio un ragazzo, più o meno della mia età, era claudicante ed era lento a camminare. Non andammo alla solita pasticceria ma in un bar all’imbocco con la piazza; pensai che lo avrei messo in difficoltà in quel “pigia pigia”; lui non puzzava ma era vestito male ed aveva con sé il cane. Si chiamava Manuel ed era spagnolo; avevo “beccato” forse l’unico spagnolo nella città più multietnica d’Italia, piena di pakistani, magrebini, neri, albanesi e rumeni, ma soprattutto di cinesi, comunità fin troppo invasiva e motivo delle tante polemiche politiche che imparai presto a conoscere. Adesso non mancava neppure l’australiana, pensai sogghignando mentre camminavamo verso il bar. Ma pensai male anzi, come dice il babbo, “pisciai for de’ vaso” perché seppi più tardi che a Prato ci fosse addirittura un distaccamento di una università australiana. Manuel, comunque, non era un semplice sbandato e non era solo; aveva fatto coppia con un ragazzo cinese, un cinese molto anomalo, guardato male dai suoi conterranei e anche lui un artista di strada e si aiutavano a vicenda. Quando andavano alla Mensa La Pira facevano a turno per “tenere” il cane che non avrebbe potuto accedere e inoltre si scambiavano qualche materiale per dipingere e disegnare. Dormivano entrambi in una palazzina in costruzione i cui lavori erano stati fermati da anni per qualche irregolarità non risolta. Il cinese si chiamava Qiang e la sua vicenda, pur diversificandosi da quella degli altri orientali per la sua abilità nel dipingere modesti panorami ad acquarello, non ne era stata, fino a una certa età, molto dissimile. Manuel invece aveva una storia del tutto diversa alle spalle. La cosa che “mi faceva schiantare” era il fatto che parlasse proprio come un pratese vero; eppure rivendicava con orgoglio il suo essere andaluso e amava il flamenco che ballava soltanto nella fantasia. I suoi genitori, di Siviglia, che negli anni novanta abitavano a Prato per lavoro, erano rimasti uccisi in un incidente stradale dove anche Manuel si era salvato per miracolo e, non essendo stato trovato alcun suo parente in Spagna il bambino ancora piccolo era stato accolto in una casa famiglia del “Santa Rita” dove aveva studiato fino al liceo e vissuto fino alla maggiore età. Bruciatosi poi a vent’anni per una relazione andata molto male e non trovando un lavoro adatto alla sua infermità e che gli piacesse, si era adattato a quello stile di vita, una vita da “bohemien”. Disegnava benissimo e campava con i pochi lavori che riusciva a vendere. Aveva una vita spirituale e disse che chiedeva l’elemosina, pur non ostentatamente, soltanto per consentire alle persone di salvarsi l’anima. Quella con Manuel fu praticamente una delle prime vere amicizie che ho fatto a Prato e che mi tengo ancora stretta quando voglio respirare un po’ d’aria diversa. Nessuno dei due ha mai approfittato della mia vicinanza per chiedere di farsi ospitare in casa, anche perché non lo desideravano.
Babbo Maresco, occupato perlopiù, nelle prime settimane, a riannodare qualche antico contatto, era perplesso per queste due conoscenze di cui gli parlavo qualche volta. Non capiva perché li frequentassi e soprattutto perché frequentassi Qiang; anche lui, come tutti i pratesi era diffidente verso tutti gli immigrati; l’altro anche se zoppo rientrava di più in certi suoi schemi mentali, era un vero artista – così glielo avevo descritto – ed era un bianco europeo. Non lo volle conoscere di persona ma senza dirmi nulla un giorno passò da via Garibaldi e gli comprò due disegni fatti a china a schizzi fittissimi in bianco e nero, uno dei quali raffigurante il castello dell’imperatore. Il giorno avanti, passando insieme dalla solita pasticceria il babbo aveva incontrato Sergio, il suo parrucchiere di quando da ragazzo abitava ancora in via Strozzi, in Bailloni. Ma è stato questo Sergio che ha riconosciuto Maresco e non viceversa. Si sono abbracciati, poi il parrucchiere ha appuntato lo sguardo su di me: – .. e te tu saresti la figliola di Maresco... boia! uguale uguale alla tu' nonna Adriana. lo sai?, era bella anche lei. –
Intanto la nostra casa di piazza Ciardi aveva preso pian piano ad assumere un aspetto più decente. Nei giorni trascorsi a frugare, passando in rassegna la casa tra l’odore di stantio e un vago sentore di malinconico struggimento, avevo trovato piccoli oggetti che sembravano muoversi e ricomparire in posti diversi, effetto sicuramente di suggestioni emotive; un biglietto da visita della Brooksdale Rural, chissà come capitato, ricette scritte a mano dalla nonna Adriana, compreso quella delle pappardelle, il cui odore sembrava aleggiare ancora in cucina. Un mattino – Maresco era andato a cercare un suo lontano parente, avendo sentito dire fosse ancora vivo – salii le scale di legno della soffitta che fino a quel giorno, avevo trascurato. La soffitta era angusta e polverosa e potevo stare in piedi solo al centro sotto alla trave portante. In un angolo c’era un baule e dentro al baule una scatola di metallo ben chiusa da un congegno a molla dove trovai, dopo non pochi sforzi per aprirla, numerose lettere e documenti ingialliti. Le lettere, quasi tutte senza la relativa busta provenivano al novanta per cento da Hamilton e la scrittura era prevalentemente quella del babbo; ma non erano molte. C’erano anche due mie paginette scritte in tempi diversi con calligrafia infantile e decorate con dei disegnini molto teneri. La estrassi dal mazzo con l’intenzione, più in qua di farne quadretti da attaccare al muro di camera. La mamma aveva scritto poco, solo in calce qua e là alle missive di Maresco. Pensai che le avrei lette un’altra volta in una posizione più comoda; in quell’angolo il soffitto era basso e la debole luce elettrica proveniva da una lampadina appesa a un filo. Il pacco dei documenti, molti dei quali ancora nelle buste era tenuto insieme da uno spago da cucina ed era più corposo. Ad una scorsa veloce senza sciogliere lo spago vidi che il destinatario era sempre e soltanto il signor Luigi Colzi, il nonno, e che i fogli fossero tutti dattiloscritti, alcuni in originale ma molti anche in copia ottenuta con cartacarbone come si usava una volta. La cosa mi incuriosì parecchio. – Oh in che tipo di affari sarà mai stato il nonno? – mormorai. Me lo ero sempre figurato come un normale e buon vecchio e di lui non sapevo quasi nulla se non che avesse lavorato nel tessile, come quasi tutti a Prato. Presi tutto quanto, scesi al piano di sotto e misi lettere e documenti in un cassetto; mi sarei messa a guardare il contenuto quella sera o il giorno seguente.
A fine mattinata avrei avuto da incontrarmi con Qiang a cui avevo promesso di accompagnarlo alla Galleria d’Arte Officina Giovani, anzi lo avevo convinto con fatica che ce lo avrei accompagnato, anche se lui era perplesso. Lo avevo proposto anche a Manuel ma lui non ne volle sapere, assolutamente. Entrambi si sentivano veri artisti di strada, forse inconsapevolmente gelosi della loro libertà espressiva che si nutriva del contatto diretto con i passanti; tuttavia Qiang si era mostrato più possibilista. L’amicizia con Manuel era più a pelle, più sentita da parte mia, ma tenevo anche all’amicizia con il ragazzo cinese. Lui parlava un italiano un po’ stentato ma comprensibile e mi portava, anche solo chiacchierando, a conoscere un mondo, quello orientale del quale anche lui era critico, un mondo, diceva, fatto solo di lavoro, di sfruttamento e di soldi. Era stato lui il cinese con cui i ragazzi della Ronda – proprio la notte dell’arrivo – parlavano, facendo perdere la pazienza a quel tassista che poi ci condusse in piazza Ciardi. Mi raccontò che quella notte lui stava solo chiedendo informazioni di Manuel, casomai l’avessero incontrato i ragazzi in gilet giallo. – Ogni tanto Manuel fa quella cosa strana, strana anche per un cinese… – disse ridendo. – Gli piace trascorrere la notte sul ripiano della biglietteria… ancora lo devo capire. – concluse. Quiang era nato a Prato, era il cosiddetto cinese di seconda generazione; i suoi avevano un’azienda di confezioni, una delle tante nella zona di Iolo e Qiang, già a tredici anni vi aveva lavorato fino a dodici ore al giorno, perché l’azienda aveva fatto molti debiti con una banca illegale. Risanata l’azienda – chiusa e riaperta con altro nome come facevano spesso gli imprenditori cinesi – chiese e ottenne, pur tra i mugugni del padre, di riprendere gli studi. Non tornò più né a lavorare né in casa e fu ripudiato dalla famiglia.
Ho capito chi era veramente Qiang quando un giorno mi volle accompagnare – avevo appena comprato una Panda usata – a conoscere, pur in modo superficiale, il suo mondo di provenienza; prima nel Macrolotto dove davanti a una confezione i sindacati stavano cercando di opporsi, “picchettando” l’entrata, allo sfruttamento di bengalesi e pakistani; poi in quella via Pistoiese brulicante di gente che faceva arricciare il naso a tanti per il disordine e la sporcizia. – Io sono orgoglioso di essere cinese… – mi disse, ma non per tutto questo… – mormorò strizzando ancor più i suoi occhi a mandorla, quando lo riaccompagnai alla palazzina. Comunque il tentativo di fargli esporre alcuni suoi quadri alla Galleria d’arte andò praticamente a vuoto; la cosa era troppo complicata per lui perché sarebbe stata necessaria, se non la partita IVA, almeno una bolla di consegna con l’indirizzo e il telefono dell’artista. Nessuno dei due aveva il più misero dei cellulari; dicemmo al referente della Galleria che saremmo ripassati. Qiang non si scompose: – io sto bene anche così. – mi disse sorridendo.
Quella sera – il babbo aveva scoperto che proprio in piazza Ciardi c’era un “Club Biliardi” e ci era andato presto – mi accomodai sul letto e sciolsi il nodo dello spago che teneva insieme tutti quei documenti. Ancora non lo sapevo, ma insieme a quel nodo avrei sciolto anche altri nodi ben più stretti. Al babbo delle lettere non gli avevo detto nulla; fui scorretta ma volevo guardare prima per conto mio. Tra i documenti trovai per prima cosa – fu una sorpresa curiosa e piacevole – il diploma conseguito dal nonno, un diploma ripiegato in due parti ma farcito da molti sette, molti otto e due nove nelle materie tecniche. Poi trovai un sostanzioso estratto riferito al conto corrente di Adriana Gelli in Colzi presso la “Cassa di Risparmio e Depositi di Prato” – … eh… la nonna non se la passava proprio male. – pensai sorridendo. Ma dolorosamente più numerose – datate alla fine degli anni settanta – erano invece le lettere formali con le quali la stessa banca desiderava che la ditta “Colzi & co. Tessuti” rientrasse da un importante finanziamento erogato, oppure documenti ufficiali con l'intimazione a restituire le somme, oppure lettere proponenti alla stessa azienda un piano di rientro. Capii che il nonno doveva aver avuto, in quel periodo, delle grosse difficoltà ma non ne compresi bene la portata. Babbo Maresco rientrò presto dal “Club Biliardi”; non gli era piaciuto. – Troppo fumo e troppe bestemmie… – disse entrando in camera mia vedendo che la porta era aperta. – Oh te… icché tu fai? – sbottò vedendo tutti quei fogli ingialliti stesi sulla mia sopra coperta. Un po’ esitante gli dissi del baule in soffitta e aggiunsi, accennando con lo sguardo ai documenti bancari di quasi cinquant’anni prima: – Deve aver sofferto non poco il nonno in quegli anni… – Lui era impallidito e subito si mise a sedere accanto a me, quasi tremando. – Quando sei stata in soffitta? – disse. Capii che non gli era piaciuto il fatto che non gli avessi detto nulla di quel ritrovamento, a cena; e aveva ragione. Comunque la prese bene; si sdraiò sul letto e chiuse gli occhi. – Non ti abbiamo mai detto nulla, Alice, io e la mamma, ma uno dei motivi – non so se il più importante o meno – per cui ho voluto cambiare mondo più di quarant’anni fa era l’aria di tragedia che respiravo in casa. – Mi raccontò che il nonno non era stato un personaggio qualunque; anche lui come Maresco aveva fatto il Buzzi, quando ancora – curioso scherzo del destino – l’importante Scuola di Tessitura e Tintoria si trovava proprio in piazza Ciardi il cui portone – oggi accesso al PIN universitario – distava appena duecento metri dalla nostra casa. Soprattutto, seguendo quello che allora era per molti tecnici tessili un irrefrenabile istinto – una specie di richiamo della foresta, la foresta del rischio e dell’avventura imprenditoriale – il giovane Luigi si era “messo per conto suo”, come si diceva allora, appena pochi anni dopo il diploma. – Lui era un uomo molto brillante – disse. – Ho visto il diploma, babbo, era stato bravissimo a scuola… – interruppi. – Sì, era considerato da tutti un tecnico di prim’ordine e lui stesso forse, si era montato un po’ la testa… questo me lo hanno raccontato, io ero un ragazzo. – Continuò dicendo che l’inizio dell’azienda era stato sfolgorante – a Prato allora era più facile lavorare, andava quasi sempre tutto bene, gli ordini non erano un problema. – Poi lui fece il passo più lungo della gamba… si credeva imbattibile e aveva allargato troppo il lavoro nel mercato USA… fino al capitombolo. – Spiegò ancora che l’azienda non riuscì a rientrare con la banca e che lo stigma del fallito – trovò lavoro come dipendente ma era come morto dentro – lo avrebbe accompagnato per tutto il resto della vita. – Me ne rendo conto più adesso, ma forse la scelta di cambiare aria fu dovuta anche a questo fatto… in casa non si poteva più scherzare in sua presenza… una persona complicata, sai. – Andai a sedergli accanto e lo abbracciai. – Per me invece sei stato un super babbo… un super-daddy – Ridemmo, ma in Maresco la risata sfumò in una vaga espressione di amarezza; un cenno di amarezza che ritrovai su quel viso che era cominciato ad invecchiare senza che me ne fossi accorta, anche nei giorni seguenti.
Mi addormentai molto tardi; in quei quattro mesi e mezzo di vita pratese avevo capito più cose che nei ventotto anni di vita tra i canguri. Avevo da riconsiderare tante cose; come, per esempio la decisione del babbo, come lui stesso aveva ammesso determinata, quasi, da quella sofferenza che si respirava in casa. Avevo da realizzare che i nonni Luigi e Adriana non fossero morti solo di "mal d'amore" come le era stato detto e che lei, praticamente era nata in mezzo al deserto per queste circostanze.
Sto pensando di scrivere un libro, soprattutto per me, per vedere se scrivendo riesco a conoscermi meglio e poi, come sto scoprendo adesso, perché scrivere mi piace e mi piace il suono delle parole, perché anche le parole hanno un suono; e questi sono i miei primi appunti. E mentre mio padre cerca nostalgicamente il passato – ieri ha trascorso la mattina al cimitero per vedere se le tombe di alcuni suoi conoscenti ci sono ancora – io credo di star facendo la conoscenza da vicino di una città bella e dura allo stesso tempo, una città che non si fa mancare nulla; tesori d’arte, disoccupazione, tensioni sociali ma ancora un grande carattere. Una città complessa dove trovano posto le più varie umanità; da quella di Manuel, la cui immagine quando affiora nella confusione dei miei pensieri suscita in me qualche improbabile palpito; l’imprevedibile Qiang, il tassista arrabbiato, il pasticcere pluripremiato, l'ex operaia tessile, la giovane imprenditrice cinese che fa il suo interesse; un vecchio cenciaiolo che ho conosciuto e che rimpiange i tempi d’oro. Le mie perfette parlate toscane senz’anima sono una metafora della mia ibrida identità ma non mi scoraggio; un giorno parlerò anch’io nel modo becero e sincero di questa gente. Credo anche d’aver capito che le radici a cui volevo tornare e per le quali ho attraversato mezzo mondo, non stanno sotto terra. Camminano insieme alle persone.
– fine –