12-MUSO DI TOPO - Sergio, Cosimo, Bruna, Leonardo, Lorella - Bruna narr-

A quel tempo – circa vent’anni fa – lavoravo da Sergio, in Bailloni. Fin da bambina, giocando con le bambole, avevo sempre desiderato fare la parrucchiera e quando seppi che dal Pacini Sergio si cercava un’aiutante donna ero andata a sentire. Questo Sergio voleva ampliarsi e, da semplice parrucchiere da uomo aveva deciso di diventare “Coiffeur” per uomo e per donna. Avrei avuto il compito di dare il colore e di lavare i capelli alle signore e mi avrebbe assunto volentieri sembrandogli forse un po’ troppo giovane ma sveglia, così mi chiese se lo sapevo fare. Gli dissi che da tempo lo facevo alla mamma e alle sorelle e lui si contentò di quella rassicurazione. Il taglio – a quelle poche signore che si sarebbero avventurate nella sua bottega – lo avrebbe fatto lui che, con le forbici in mano si riteneva all’altezza. – Vieni la settimana prossima, cominciamo subito… –
Io, dopo fatto il Datini ero andata tutti i giorni al telaio da mio fratello – durante il colloquio avevo evitato accuratamente di mostrare le mani, avendo delle unghie orribili – ed ero francamente stufa del rumore dei telai e dell’afrore d’olio bruciato. Quando lo raccontai la sera a cena toccavo il cielo con un dito. La mamma rimase contenta, mio fratello brontolò perché avrebbe dovuto cercare un aiutante e il babbo al quale di solito andava bene tutto, rimase perplesso. – Sarà… oh se il Pacini gli ha sempre fatto barba e capelli… – disse.
Ci rimasi per tre anni ma un giorno Sergio si arrese, e sinceramente dispiaciuto mi invitò a trovare un altro posto. Le signore erano più attratte da una bottega poco distante, più attrezzata, più credibile sulla cui insegna era scritto: Luana – Hair Stylist. Ma in quei tre anni ne avrei sentite di cose; si sbaglia chi crede che dalle parrucchiere si chiacchieri di più che dagli omologhi maschi.
– … ce l’hai presente il muso di un topo… ecco… come Leonardo. – aveva concluso Sergio ghignando tra sé. La vicenda che quel giorno stava raccontando al cliente che però la conosceva già in parte – forse la stava raccontando più a me che a lui – aveva dell’inverosimile. Pare che il viso da sempre chiazzato di vitiligine di questo Leonardo – piccolo di statura e di spalle strette – avesse preso una grottesca espressione. – Eppure... – disse Sergio – … anche se non era mai stato una gran bellezza, una volta faceva una figura… diciamo passabile; e infatti piacque a Lorella che invece era una gran bella donna, bionda con gli occhi azzurri, la figliola maggiore del fornaio di via Strozzi; rimase strano a tutti che si fosse innamorata proprio di lui. Infatti... – aggiunse dopo una pausa – un giorno si sposarono. – Presto a Lorella, come spiegò ancora Sergio, le si aprirono gli occhi e lo vide com’era davvero, una persona d’aspetto anonimo, con quelle macchie e senza alcun tipo di pregio. Quando poi, per effetto di una strana atrofia – qualcuno dice per un ictus, altri davano la colpa ad una patologia rara – gli si deformò il viso, Lorella, invece di disperarsi reagì andando a letto con almeno tre o quattro uomini. A quelle parole – me lo ricordo bene – il parrucchiere mi aveva guardato, come a scusarsi di quel particolare un po’ spinto; ma io, nonostante mi sentissi arrossare un po’ il viso, feci una spallucciata. Il cliente di nome Cosimo, sorrise sotto i baffi. Leonardo – continuò Sergio – pur deformato a quel modo aveva una sua dignità e quando se ne accorse la rispedì dalla sua mamma a Figline. – Oggi non si potrebbe fare... – sogghignò – … sono le donne che rispediscono i mariti. – Eh già... – rispose Cosimo facendo una mossa brusca. – Sta un po' fermo... ma che hai stamani, il brucico?.. – L’uomo che quel giorno era venuto a farsi i capelli era più nervoso del solito e credo – a parte la modestia – fossi io la causa di quell’agitazione. Lui era un bel ragazzo, più grande di me sette, otto anni e, da quando ero stata assunta – così mi aveva detto Sergio – veniva più spesso farsi i capelli. Mi cercava con lo sguardo attraverso lo specchio – me n’ero accorta da tempo – ma non gli davo soddisfazione. Sapevo di essere carina e non era il solo a farmi il filo, più o meno apertamente. Il parrucchiere che aveva appena cominciato a fargli la sfumatura aveva invece voglia di chiacchierare: – Guarda che non ti racconto bugie... è una storia vera... stai fermo. – Cosimo allungò impercettibilmente il collo, forse per guardare verso la specchiera, ma la mano del parrucchiere, pesante sul suo cranio, lo riportò giù. – Sto fermo… – borbottò il ragazzo. – È solo che mi pizzica… questa schiuma.– Sergio, cominciando poi a sciacquare i capelli con la doccetta continuò: – Dicevo, una persona con dignità. Non gridò, non fece scenate. – Un giorno le fece trovare la valigia davanti alla porta. – Vattene, le disse… così, semplice, semplice…. e lei se ne andò. – Davvero?… – mi intromisi io con un filo di voce. – Eh… certo che doveva fare, era nel torto… – rispose il parrucchiere. – Però un giorno – erano già passate un paio di settimane – la suocera lo chiamo facendogli trovare la moglie nuda e vergognosa in salotto… senti che gente c'è nel mondo... – Spiegò che quella donna fosse rimasta nascosta ad aspettare, sperando che facessero all’amore. Pensando che il genero dovesse morire presto, voleva che Lorella potesse evitare il divorzio ereditando la casa, una bella villetta intorno a Galcetello. – Pensa un po’ che gente c’è… – Ripetè dopo un po’. Aggiunse che Leonardo, pur malato davvero, avrebbe continuato ad andare alla mensa dove lavorava, ogni giorno, a pulire i tavoli e a spazzare il pavimento.
Cosimo intanto stava guardando nel grande specchio, cercando con lo sguardo me che in quel momento stavo ravversando la mia postazione. Una cliente se n’era andata da poco. Cosimo a quell’epoca andava a quella mensa a mangiare tra un turno e l’altro di lavoro. Era un locale lungo, disse, con file di tavoli di formica bianca, e odore di minestra e di disinfettante. – Io lo conoscevo anche prima e lo vedevo spesso con il suo vestito grigio, che faceva il suo lavoro. – Ma un giovedì non l’aveva più rivisto. Gli dissero di un peggioramento della malattia e invece dopo un mese ricomparve; ma era molto cambiato. – Camminava storto, e la faccia... mah, la faccia cominciava a diventare in quel modo. – Cosimo si portò una mano verso la tempia e Sergio gli batté le dita con il pettine. – Non toccare. – Lui seguitava a spazzare e a pulire… – riprese l’uomo sotto le forbici. – … con quella faccia la gente non riusciva più a guardarlo… poi io cambiai lavoro e non l’ho più visto. – Lorella allora conviveva con uno dei suoi amanti, l’ultimo, un meccanico Fiat… – spiegò ancora il parrucchiere. – …e la suocera si era ormai rassegnata. – In quel momento Sergio si fermò, prese una ciocca di capelli, la controllò alla luce. – Cominci ad avere le doppie punte Cosimo – Lui non disse nulla e chiuse gli occhi. – Che fine ha fatto?… lo sai ? – chiese invece, senza aprirli. Sergio alzò le spalle. – So che lo ricoverarono… ma non lo so di preciso. – Lo aveva incontrato per l'ultima volta al supermercato; aveva lo sguardo vuoto. – Come se dentro non ci fosse più nessuno… vidi solo un muso da topo, un topo triste… Ora finisco di sciacquarti… chinati. – Infine Cosimo aprì gli occhi e, mentre Sergio gli asciugava i capelli prese a fissare il suo riflesso annebbiato. Io lo seguivo sottecchi, lui non mi dispiaceva; sicuramente pensava a Leonardo, un tempo suo amico, alla sua malattia, ai tempi della mensa. Pensava a Lorella che conosceva, al meccanico Fiat. – E la dignità, allora? – disse d’un tratto a voce più bassa; quel discorso sulla dignità non me lo aspettavo. Proprio in quel momento mi intercettò allo specchio e si accorse che lo stavo osservando. Mi dette allora un’occhiata prolungata come non era riuscito a fare fino a quel momento. Imbarazzata mi allontanai di lì facendo finta di dover sistemare spazzole e pettini.
Sergio infine ripose il phon e guardò il suo cliente nel riflesso. – La dignità, caro Cosimo, è una cosa che non si vede. Chi ce l'ha dentro, non ne parla. È come un dolore sordo. Ci si fa l’abitudine. fino a che uno ce la fa. – Finì di asciugargli i capelli con un asciugamano, poi glieli pettinò con un paio di colpi rapidi. Gli dette una spruzzatina di “profumo d'oriente”, lo spazzolò, gli levò la mantellina. – Fatto… guarda un po’ se va bene – disse Sergio. Cosimo si alzò; si guardò allo specchio. I capelli gli piacquero, si sentiva pulito, in ordine; pagò, lasciò la mancia abituale. – Ciao Cosimo, alla prossima. – Alla prossima, Sergio. – gli rispose lui senza neppure considerarmi e uscì nel sole pomeridiano che gli picchiava sugli occhi. Ma mentre camminava verso la macchina si girò indietro e mi dette un’occhiatina, attraverso i vetri. Sergio se ne accorse. – Quello lì si strugge per te cara Bruna… – mi disse subito. Feci nuovamente il viso rosso.
Quel racconto non lo avrei dimenticato e ogni tanto Cosimo, in questi cinque anni, me lo avrebbe rammentato anche lui. Seguitò a farsi i capelli abbastanza spesso fino a che trovò il coraggio – un giorno che Sergio si era assentato per dieci minuti – di invitarmi per una pizza e poi per andare al cinema. Una mattina di questo ultimo inverno – eravamo in centro con il bambino piccolo e mancava poco a Natale – trovammo Lorella. Io non la conoscevo neppure di vista, Cosimo l’aveva frequentata ma non l’aveva più vista da tanto; lei lo riconobbe e lo salutò. Si scambiarono un’occhiata e un bacio sulle guance, poi Cosimo me la presentò. Lei ebbe un attimo di esitazione e anch’io incrociandone gli occhi grandi e azzurri rimasi perplessa, mi pareva d’averla vista da qualche parte. Più tardi, durante il tragitto in auto per tornare a casa d’un tratto ricordai; sì, l’avevo vista ma tinta mora, non bionda e con i capelli più corti. Gli occhi erano gli stessi, e mi pareva anche la voce. Quella che avevo conosciuto da poco in Corso Mazzoni era una donna alta con un vistoso chignon di capelli biondi, dalle labbra rifatte e con il trucco pesante; per il mio gusto un po’ volgare ma ancora piacevole. Allora mi ricordai davvero; stavo lavorando da Luana e le avevo rifatto il colore; era proprio lei. La ricrescita bionda era diventata abbastanza evidente e mi meravigliai di quella trascuratezza, essendo una bella donna, allora anche più giovanile. Le feci il risciacquo e l’applicazione. Per l’asciugatura e il taglio ci avrebbe pensato la mia collega che era una sua conoscente e con la quale avrebbe avuto un colloquio molto particolare. Io ero passato alla poltrona accanto da una signora anziana e non potei fare a meno di sentire.
Parlava prevalentemente con voce commossa e a volte con un tono irato. A quanto pare aveva sposato una persona perché credeva fosse buono e con dei principi; non certo per la sua bellezza e molti l’avevano sconsigliata a cominciare dalla sua mamma. – … aveva la vitiligine, ma non mi importava, era bello dentro… almeno credevo. – disse a un certo punto. La donna aveva poi cominciato a piangere in modo sommesso attirando l’attenzione di un’altra cliente seduta dall’altra parte. Al che, con voce più bassa e soffocata cercò di proseguire il suo racconto, ma io non intesi però tutte le parole. – Aveva un tumore al viso… lo amavo lo stesso… – questo lo capii. La collega, mentre la donna stava cercando di riprendere fiato, smise di pettinarla. Ricordo bene quel che seguì: – … la malattia liberò il suo vero carattere; diventò cattivo, diceva di me delle cose orrende. Alla fine, buttandomi una valigia davanti mi disse: – Vattene… vattene via di qui… – Lei non tornò più da noi – forse si vergognava di aver fatto quello show – ma ricordo tutto perché mi fece un’enorme pena. Non seppi il suo nome; dopo mezz’ora finivo la mia giornata di lavoro e il giorno seguente non lo volli chiedere né alla collega né a Luana. Solo dopo l’incontro casuale in centro – sarebbero trascorsi da quel giorno almeno due anni – ho collegato la vicenda.
Non la sera stessa – avevo da metabolizzare la cosa ed ero agitata – ma il giorno dopo glielo chiesi. – Come ti è sembrata Lorella, Cosimo? tu la conoscevi… è molto cambiata? – No… più o meno… – disse senza tanto interesse. – Senti, ma come hai fatto tu a conoscerla… tu la conoscevi, no? – Non mi ricordo… ma perché ti interessa tanto? – Gli raccontai come avevo fatto a collegare la Lorella di cui parlava Sergio quel lontano giorno con la dolente signora che era venuta a farsi il colore dopo qualche anno; la vitiligine, il tumore al viso, l’epilogo violento del rapporto, tutte coincidenze che però sul momento non avevo colto. – … e questa mora con la ricrescita bionda, Cosimo… ci crederesti?… era uguale “spiccicata” alla Lorella di Corso Mazzoni… gli occhi, la voce… – Ma che dici?.. via…ti sbagli, ce ne sono tante donne piene di problemi… – Lo disse in un modo brusco che non mi aspettavo; si alzò, accese la televisione e non disse altro. Non insistei; c’era mettere a letto il bambino che aveva cominciato a piagnucolare. Per alcuni giorni non volli tornare sull’argomento anche se la cosa mi aveva lasciato molto perplessa, ma una sera – avevamo già cenato e il bambino era tranquillo sul pavimento con dei pezzettini di lego – Cosimo inserì il “mute” alla televisione e si alzò sulla schiena. – C’è una cosa in sospeso Bruna… bisogna rimuoverla. – disse continuando a fissare la televisione senza la voce. Non dissi nulla ma appuntai lo sguardo dalla sua parte e aspettai. Dopo qualche attimo fece un sospirone e, con voce incerta me lo disse; fu sincero, dolorosamente sincero.
Cosimo era stato l’uomo di Lorella, il solo uomo che Lorella avesse amato mentre era sposata con Leonardo; nel periodo peggiore della sua malattia. Brevemente, di nascosto a tutti, durante un'estate. Inaspettatamente mio marito si lasciò andare e continuò a dire anche quello che non voleva dire. – Ci eravamo ritrovati un sabato mattina per caso sul sentiero che porta sul Monte Ferrato a partire da Galceti, io per camminare – stavo ingrassando – lei, disse con un risolino nervoso, perché sperava di morire di fatica; non ne poteva più della cattiveria di Leonardo. – Il sentiero aveva cominciato ad inerpicarsi ripido verso la cima, dopo il primo colle. – Io le parlavo quasi ininterrottamente, lei faceva poche parole. – Cosimo aveva la voce impastata e guardava nel vuoto ancora verso la televisione ma precisò che c’erano fitti arbusti e alberelli, e che tra i cespugli ci fossero piccole radure coperte di erba, ora seccata ora più verde. – L’avevo desiderata fin dai tempi del Dagomari, ma lei aveva scelto Leo, nonostante quella vitiligine… e quel fisico ridicolo… – disse. Mentre camminavano su per il monte – il sentiero stava girando dalla parte di Figline – il suo cuore, come disse a quel punto senza alcuna reticenza, si era messo a battere forte e sentì che il suo petto si era irrigidito. – All’improvviso decisi che Lorella doveva arrendersi a me… questa volta. – aggiunse con un sussurro. La nuova forza che sentiva – sì, mio marito usò proprio queste parole – lo conduceva verso la sua conquista. – Quel pensiero mi inebriò di potenza virile. – aveva concluso. Io ero esterrefatta; mi pareva di avere davanti un’altra persona, non il Cosimo che avevo sposato, ma non lo interruppi. Spiegò ancora che, sebbene gli seccasse che durante la salita Lorella pareva non aver ascoltato neppure una delle sue parole, il fatto che fosse ancora lì accanto a lui – sentiva il suo ansimare, vedeva il suo petto alzarsi su e giù per il respiro, una cosa che lo eccitava – lo fece decidere. – Non c’è dubbio… è tutto a posto. – pensò. Allora le posò una mano sulla spalla; lei che era davanti a lui si fermò, si voltò e lo guardò negli occhi. Lorella non oppose resistenza; quando lui la baciò sulle labbra, lei si lasciò andare su di lui, piangendo.
Quando io spensi del tutto lo schermo della televisione Cosimo smise di guardare nel vuoto e si voltò dalla mia parte; fino a quel momento, raccontando, era sembrato come “in trance”. Consapevole allora di dover dare qualche goffa spiegazione disse dell’altro. Fra le righe, confermò ciò che Lorella, con il nodo alla gola aveva detto quel giorno sotto il pettine della mia collega. Leonardo era diventato cattivo, quasi crudele; non voleva essere toccato né guardato da nessuno, tantomeno da lei. Cosimo non lo disse ma l’idea che ne ricavai era che Lorella, per affogare l’angoscia che la faceva star male, si fosse gettata tra le sue braccia, le braccia di un ex compagno di scuola, come a stordirsi nel mare della propria debolezza. Tutto tornava; era la vergogna di aver approfittato, desiderato e amato quella donna bella ma fragile, insieme al senso di colpa verso Leonardo – in fondo erano stati amici – era ciò che forse l’aveva tormentato quel mattino sotto le forbici di Sergio; un tormento di breve durata, come dubitavo. La dignità di cui chiedeva al parrucchiere non era quella di Leonardo. Era la sua.
Non la presi bene, anch’io avevo una dignità. Ero ancora una donna gradevole, sebbene un po’ ingrassata e non ero una stupida, ma non era quello il problema. Mi feriva il fatto che, in passato, lui avesse accennato ogni tanto a quel racconto del Muso di Topo, come lo chiamava lui, in un certo modo, con un tono quasi ilare. In quel giorno aveva raggiunto un traguardo; mi aveva intercettato allo specchio e si era accorto che lo stavo osservando. Sarebbe stato l’inizio – così adesso me lo stavo figurando – del suo piano B; la bionda dopo poche settimane o pochi giorni – questo non l’ho mai saputo – lo aveva mollato, così era passato alla mora, mora al naturale. E il fango che in quell’occasione Sergio aveva gettato su quella donna era parso, tutto sommato, fatto secondario; in quel fango ci si era rotolato anche lui ma non in quanto amante – quella era una cosa che potevo anche essere in grado di accettare con il tempo – ma in quanto complice sardonico delle avvilenti dicerie, dei pettegolezzi nati nella bottega di Bailloni poi diventati verità, compresa la storia della suocera ammaliatrice. Non sono una femminista, sono solo femmina, e in quel caso mi ero sentita offesa in quanto donna, quella metà del mondo spesso oggetto di mancanza di rispetto. Ero arrabbiata ma non feci commenti; presi il bambino per portarlo a letto e dormii con lui, nello stretto, tutta la notte.
La mattina seguente – complici il tepore del piccolo e la notte inquieta – mi ero svegliata un po’ tardi. Vestendo il bambino pensai di esserne sicura; avrei dovuto parlare subito con Cosimo, avrei chiesto il divorzio. Ma lui era già uscito. Era un lunedì e, non dovendo andare al lavoro, portai il bimbo con me a fare la spesa, e non all’asilo nido. Sul marciapiede, quasi sotto alla Croce di Bailloni, trovai Sergio che fumava, appoggiato al muretto; era da tanto che non lo rivedevo; era invecchiato, ma gli occhi erano gli stessi, occhi furbi, gli occhi di un tempo. Esitai un po’ – dentro di me stava salendo di nuovo il risentimento della sera precedente – ma poi gli raccontai di aver conosciuto casualmente Lorella. – … sai quella che aveva gli amanti, la moglie di Leonardo – Ah… sì, ho capito… e come se la cava? – chiese. – Mi sa che quel giorno te e Cosimo avete raccontato delle balle, sai? – dissi, cercando di non far trasparire troppo l’acrimonia; lo volevo solo far parlare, magari per saperne di più. Mi sentivo come avessi un rospo nello stomaco e in cuor mio era ancora forte la determinazione che avevo preso riguardo al divorzio. Allo stesso tempo avvertivo come se quel muro a cui mi ero appoggiata cominciasse a subire delle crepe; amavo Cosimo anche se la stima per lui era di molto scemata. Sergio Pacini non rispose subito, stava forse frugando nella memoria. – La gente, quando racconta il proprio dolore, lo sistema un po'. Se no non riesce a viverci. – disse gettando il mozzicone per terra per schiacciarlo. – … e poi… le cose, dipende da che parte le guardi… – concluse. Non lontano vidi Fiorenzo Gori che si avvicinava. – Ciao Bruna… come sei ancora belloccia… che bambino bello… – disse tutto d’un fiato quando mi passò davanti; poi allungò il passo per raggiungere Sergio che intanto si era avviato. Li guardai allontanarsi come stordita. Stetti tutto il giorno a rimuginare a quelle parole.
Cosimo tornò la sera tardi. Verso le dieci lo osservai mentre addormentava il figliolo – lui era innamorato del bambino – ma quella sera la sua tenerezza mi sembrò fuori luogo; pensai che al suo posto me la sarei risparmiata. Mi tornò alla mente la “sua potenza virile” e il bacio che, ancora ebbro per il suo ansimare, aveva dato a Lorella tra i pini del Monte Ferrato e mi salì, muta, una rabbia da togliermi il fiato. Andammo a letto presto. Volevo chiedergli qualcosa ma non lo feci. – Dormi? – fece Cosimo. – No. – Neanch’io. – Rimasi in silenzio e mi girai su un fianco col viso alla parete. Il groviglio di indignazione e di risentimento per le maldicenze a cui lui stesso aveva preso parte, mi soffocava ancora. Avevo bisogno di tempo, ne avevamo bisogno tutti e due e quella sera non facemmo all’amore.
– fine –