LA PERPETUA - Bruna, Gemma, Sergio, don Luigi - Bruna narr-

Sono andata così spesso a Sasseta che quelle curve le ho imparate a memoria; pochissime volte con Cosimo, quasi sempre da sola. Lui scuoteva il capo; – ma se non è neanche tua zia… sei esagerata… – tuttavia non riuscivo a saltare un mese – con qualche eccezione, a dire il vero – senza che non le facessi una visita, di solito un lunedì mattina. Mia zia Gemma, effettivamente soltanto una mia prozia, crollata fisicamente per uno scompenso cardiaco pur ancora molto lucida, a 77 anni aveva deciso che non ce la faceva più a fare la perpetua, un mestiere ormai estinto, almeno nell’accezione che se ne dava un tempo; ma è stata ed è una gran donna. Io le ero davvero affezionata e avevo anche pensato di tenerla in casa. Mi ricordo bene di quando, nelle lunghe sere d’inverno ci faceva compagnia – la mamma e il babbo al lavoro – e lei ci insegnava a ricamare o a fare l’uncinetto, a me e alle mie sorelle. Purtroppo la casa di Santa Lucia dove abitiamo da trent’anni è già piccola per cinque persone e inoltre non l’avrei potuta accudire lavorando tutta la settimana come parrucchiera eccetto il lunedì. Sono diventata parrucchiera circa vent’anni fa quando trovai lavoro alla bottega di Sergio Pacini, in Bailloni. Mi prese – sembrandogli molto giovane ma sveglia – per dare il colore e per lavare i capelli alle signore. Così ho continuato a fare la parrucchiera fino ad oggi.
La zia – l’ho sempre chiamata zia da quando ero bambina – in quella struttura si trovava bene ed era benvoluta per il suo carattere scherzoso anche se a volte – non quando c’ero io, ma me lo avevano riferito – piombava improvvisamente in una sua strana mestizia. Praticamente a Sasseta ci trascorrevo tutta la mattina e le ore mi passavano in un soffio. Lei mi accoglieva con un gran sorriso, dietro al quale facevo fatica a scorgere il benché minimo filo di malinconia. Chiacchierava quasi sempre lei, chiedendomi prima dei figlioli che aveva visto nascere e crescere e poi iniziava a raccontarmi le storie della sua vita. Una di quelle storie ha dell’incredibile.
Lei era “affezionata e fedele, sapeva ubbidire e comandare e tollerare” come la Perpetua tratteggiata dal Manzoni; e grazie a Dio perché don Luigi aveva proprio bisogno di una persona di questa tempra. Questo pretino, ipocondriaco e pieno di problemi personali, era spesso preoccupato per la sua salute e facile a commiserarsi, eppure non era stato sempre così. Pare che appena fatto prete don Luigi fosse più energico anche se riservato, ma adesso, a dieci anni dalla sua ordinazione pareva incupito per qualche malessere che non sapeva spiegare. Era un prete timido, magro e di spalle strette; aveva scarso senso pratico e non sapeva neppure farsi il caffè con la moka, ma pareva avere un’intensa vita spirituale.
Quando arrivò lui a Sant’Ippolito la zia c’era già. Aveva servito il vecchio pievano, un prete all’antica, esigente e burbero e adesso non aveva certo soggezione del nuovo. Era salita a Sant’Ippolito a metà degli anni novanta e a quell’epoca aveva già quarantacinque anni. Rimasta celibe per aver rifiutato tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei o per non aver mai trovato un uomo adatto che la volesse, come diceva qualcun’altro, aveva risposto di sì all’offerta di lavoro come collaboratrice del parroco. La parrocchia era di montagna e un po’ isolata, ma era stata contenta di venir via da Santa Lucia, dove abitava in affitto e dove, a parte l’amicizia con la mia famiglia, aveva conosciuto molte amarezze.
Un mattino molto presto bussò alla porta della canonica il pastore Guglielmo insieme al suo maremmano. Passando davanti alla chiesa aveva trovato il corpo senza vita di un uomo, probabilmente un vagabondo, molto malmesso, con barba e capelli lunghi. Disteso bocconi era già freddo, probabilmente morto già da qualche ora. Don Luigi chiamò subito i carabinieri di San Quirico poi si avvicinò a quel cadavere con l’intenzione di benedirlo e di recitare il De Profundis. Ma, mentre stava già indossando la stola vide affiorare da una delle tasche di quel poveretto un foglio; un doppio foglio sgualcito di quaderno a quadretti. Non ebbe esitazioni; lo prese e se lo mise in tasca, poi lo benedì. Ci volle poi tutta la mattina; il piazzale fu delimitato con i nastri biancorossi per fare i rilievi tecnici e per la constatazione del decesso da parte del medico legale, e infine il corpo fu portato via dalla Misericordia di Vernio. Quando furono andati via tutti don Luigi entrò in casa e, finalmente, aprì quel foglio. Era preso dalla curiosità e cominciò a leggerne il contenuto; lesse sottovoce. Guardò Gemma che era lì presente; le disse che si trattava di una poesia che poi rilesse di nuovo ancora più sottovoce. – Si voltò per non farsi vedere ma lo vidi piangere, in silenzio… non lo avevo mai visto piangere e mi fece effetto. – mi raccontò Gemma. – Gli dissi; priore si sente male? –
Tutto ciò che la zia mi stava raccontando, pareva riviverlo in quel lunedì mattina. – Non mi rispose; solo il giorno dopo, a tavola, mi confidò che aveva pianto, non per il barbone in sé ma per tutti i pensieri non detti dalle persone sole al mondo. – Non ti disse cosa c’era scritto? – le chiesi. Non le disse cosa c’era scritto, ma da quel giorno zia Gemma cominciò a provare più affetto per quel giovane prete così sensibile. Nel suo animo pareva fosse maturato qualcosa di nuovo e diverso e non del tutto negativo. Nei giorni seguenti don Luigi cominciò a girovagare per le stradicciole di montagna, tornando a volte con qualche mendicante da sfamare o da ospitare per una o più notti nel piccolo fienile della parrocchia. Si commuoveva per la povertà materiale e spirituale di quella gente. – Poi prese l’abitudine, visitando i morti nella case del paese, prima che venisse la Misericordia di San Quirico a fare la “vestizione”, quando non riteneva di non essere visto, di frugare nelle tasche dei defunti. – disse, facendo un impercettibile sorriso. La zia aggiunse d’essere stata a volte preoccupata per lui, per paura facesse una brutta impressione qualora lo avessero visto fare quelle cose. – Ma non faceva nulla di male… con il tempo rimise insieme molti oggetti insignificanti trovati in quelle tasche; bottoncini, monete, una noce, un biglietto della CAP usato, una scatola quasi vuota di fiammiferi. – In camera sua, precisò, li avrebbe disposti su una specie di altarino intorno a un crocefisso. – Li conservava come fossero le anime residue delle persone – concluse la zia che si distrasse un istante per un uccello che stava svolazzando sul bordo del terrazzo.
Venne la signora della struttura incaricata della somministrazione delle medicine; da quel terrazzo si poteva scorgere un’ampia veduta della valle sottostante, fino al Mulin del Pallone ed era una bella giornata di settembre… – E’ brava la Marta, vero? – mi disse, accennando con lo sguardo a quella signora. A dire il vero mi era parsa un po’ sulle sue ma non risposi per non contraddirla. Poi lei riprese la sua storia: – In canonica avevamo un gatto nero che si strusciava tra le nostre gambe e girava dappertutto sia in cucina dove si aspettava qualche bocconcino che nelle nostre camere da letto. – A quest’ultimo accenno notai che la zia – che stava intanto osservando il panorama – si fosse voltata impercettibilmente per guardarmi sottecchi. Sapevo – immagino lo sapesse anche lei – di alcune storie di perpetue che nelle rigide notti invernali, avessero spinto la loro devozione fino al punto di sacrificarsi per scaldare il povero parroco infreddolito. Difficilmente ci sono state prove in proposito a meno che siano da considerare prove le maldicenze di paese. E nel caso della zia, avrei fatto fatica a pensare una cosa del genere, sia per la sua dirittura morale sia perché don Luigi, a quanto lei stessa mi aveva riferito in passato con un tenue sorriso – ma forse era stata solo l’impressione di una parrucchiera inguaribilmente avvezza alle malizie delle clienti – pareva non molto attratto dal mondo femminile, se non per la cura e per la salute delle anime. Non avrei compreso altrimenti il significato di quella singolare occhiatina, Comunque la zia riportò lo sguardo verso la vallata – in quel momento si era levata una piacevole brezza di tramontana – e fece un sospirone. – Come stai zia… hai bisogno di qualcosa? – le sussurrai. Non mi rispose e raccontò invece, riprendendo il discorso, che un giorno quel gatto nero, a cui don Luigi era molto affezionato scomparve. Lui cominciò a cercarlo dappertutto, nel fienile, in cantina e nel bosco soprastante; ma del gatto nessuna traccia. – Forse non era per il gatto… però don Luigi, in quei giorni, stava diventando ancora più ansioso. – Fino a quel momento la vita del prete era stata relativamente tranquilla, al netto delle sue preoccupazioni di salute e delle sue manie, ma dal giorno del ritrovamento del vagabondo in poi, la sua vita, per un insieme di cose, avrebbe preso un altro verso.
Bisogna aggiungere – non essendo un particolare trascurabile – che insieme al gatto era scomparso anche Pio, ma non era la prima volta. Pio era l’uomo tuttofare – sarebbe meglio dire il ragazzo tuttofare – che curava il podere annesso alla chiesa, suonava le campane e faceva i lavoretti manuali. Però ogni tanto si allontanava, viveva randagio per qualche giorno e poi tornava, sporco e affamato senza saper dire bene dove fosse stato. Aveva cominciato a fare quelle stranezze fin da ragazzino facendo impazzire zia Gemma tutte le volte, ma poi lei ci si era abituata. Pio era stato raccolto nel bosco soprastante circa venti anni prima una mattina di novembre da un carbonaio che l’aveva trovato piangente sotto un leccio. Nessuno a Vernio ne sapeva nulla e si suppose che fosse stato lasciato da qualcuno di Prato con la coscienza sporca, per liberarsene. Era stato un miracolo averlo trovato vivo; poteva avere due o tre mesi di vita e in quella zona era stati avvistati lupi e cinghiali. La zia che già allora era la perpetua del vecchio pievano, si offrì, con il suo benestare, ad allevarlo in canonica. Non era una procedura regolare, ma la fecero diventare regolare e fu registrato al comune di Vernio come figliolo adottivo di Gemma, anche se in pratica sarebbe diventato il figliolo di tutti. Adesso che si era fatto grande, anzi molto grande – era alto circa un metro e ottantacinque ed era forte di compressione – ispirava meno tenerezza, anzi, metteva soggezione. Non sorrideva quasi mai, parlava poco e da quel poco che riusciva ad esprimere non pareva brillare d’intelligenza. Era però bello d’aspetto e aveva gli occhi buoni. Pio mancava già da due giorni e Gemma ci pensava: – E’ sempre tornato ma chi sa dov’é quel ragazzo… – Gli voleva molto bene. Dopo altri due giorni tornò ed aveva con sé il gatto; pareva cambiato e riuscì subito ad esprimersi meglio del solito perché disse in modo chiaro di aver fame di pane con l’olio. Raccontò poi con scarne parole di aver incontrato un vecchio che sosteneva di essere il suo babbo. Si vedeva che, a modo suo, era rimasto scosso. Don Luigi che lo ascoltava attonito insieme a Gemma – non sapevano se essere più meravigliati per aver sentito un discorso intero fatto da Pio che per il fatto in sé – gli chiese: – E tu gli hai creduto? – Non lo so…. – rispose. – Però lui mi aspettava… – aveva aggiunto piano. Il prete lo guardò sorpreso ma poi abbassò gli occhi sentendo che il gatto si stava strusciando ai suoi piedi. Lo prese in braccio e lo accarezzò. Pio allora disse piano: – Anche lui torna sempre. – Chi?… – chiese don Luigi, ma il ragazzo non rispose. Gli chiese ancora: – Benedetto ragazzo, ma dove vai quando sparisci? – Pio ci pensò parecchio e poi gli rispose: – Dove nessuno mi cerca… – Il prete restò in silenzio. Anche lui a volte spariva per qualche ora e capì che quella risposta poteva essere anche la sua.
A quel punto – continuò a raccontare Gemma – il priore gli si avvicinò e lo abbracciò con timidezza appoggiandosi appena con la testa già scarna di capelli sul petto del ragazzo; non lo aveva mai abbracciato e tantomeno in quel modo, al che Pio se ne scostò lentamente guardandolo con indifferenza. Pio era sporco e cencioso, era arrivato appena da un’ora, e puzzava; eppure quel pomeriggio pareva un principe appena reduce da una battaglia e pareva più bello del solito. Quella bellezza che pareva provenirgli non solo dal suo corpo snello e ben fatto ma sopratutto dal suo viso, dal suo naso scolpito e dalle sue labbra carnose, colpiva Gemma che lo aveva visto crescere e che lo amava. – Ma anche il priore ne era rimasto colpito; lo capii perché rimase a guardarlo finché Pio non uscì dalla porta della canonica ancora con una fetta di pane e olio. – La zia aggiunse che anche lui volesse molto bene al ragazzo, tanto da chiederle spesso, quando non era in casa, dove andasse e cosa facesse.
Qualche giorno dopo, tornando dalla bottega del paese dove era andata per fare la spesa, Gemma vide Pio ai bordi di uno stradello che saliva verso il bosco. Tirava un po’ di vento e in cielo le nuvole erano inquiete. Era lì fermo come impalato e stava guardando una pozzanghera d’acqua increspata dal vento. – Icché tu guardi Pio? – gli chiese. – Aspetto che torni il cielo. – disse il ragazzo. Gemma rise. Ma dopo un’ora – stava stendendo un lenzuolo ad asciugare – notò con disappunto che non c’era più vento. Le venne in mente Pio e tornò sui suoi passi; Pio non c’era più e l’acqua della pozzanghera rifletteva il cielo e le nuvole come in uno specchio. – Pio non parla molto… però guarda… ricordo di aver pensato… – disse la zia.
A quel punto zia Gemma mi aveva chiesto un cuscino da mettere dietro la schiena e poi stette un po’ in silenzio ad occhi chiusi. – Le persone non cercano sempre la verità. A volte cercano soltanto un posto dove sentirsi aspettate, sai. – disse poi con voce incerta. Io non capii benissimo cosa voleva dire e mi riservai di chiederglielo un’altra volta, anche perché intanto lei aveva ripreso a raccontare: – Il mattino dopo – ancora prima della Messa delle sette – vidi che don Luigi era nel suo ufficio intento a scrivere qualcosa. Vedendomi passare dal corridoi mi chiamò: – Chiudi la porta Gemma… lo sai?… mi hanno chiamato i carabinieri. L’uomo della poesia… il vagabondo… hanno rilevato il Dna. – Ero sorpresa… – raccontò Gemma. – Non pensavo mi avrebbe subito messo a conoscenza di una cosa così delicata, ma poi capii perché. –
Il prete le disse che l’uomo si chiamava Giorgio Nesti originario di Carmignanello e che anche lei lo avrebbe dovuto conoscere perché era stato per molti anni maestro elementare nella Scuola di Sant’Ippolito. – Al sentire quel nome mi venne male… – sussurrò la Zia. – Lo conoscevo bene davvero eppure, in quel cadavere steso bocconi per terra non lo avevo riconosciuto… pare impossibile… eppure fu così. – Anche molti abitanti di quel paese lo avrebbero dovuto conoscere ma lei lo conosceva particolarmente bene perché per un periodo ne era stata innamorata. – Sì, ne fui innamorata e anche lui pareva interessato a me; allora avevo cinquant’anni ed ero ancora piacente. – Quando seppe però si fosse licenziato dalla scuola e se ne fosse andato via all’improvviso si sentì offesa. – Pensai avesse trovato un altro amore – sospirò Gemma. L’uomo – nessuno seppe capire il perché – a un certo punto era caduto probabilmente nell’alcolismo; aveva lasciato la scuola dimenticandosi di Gemma e si era messo a vagare nei boschi diventando un barbone. Lei era rimasta ferita nell’orgoglio perché Giorgio – che più di una volta l’aveva accompagnata a fare la spesa – pareva davvero interessato a lei; anche se difficilmente ne aveva cercato il contatto fisico, o cercato di strapparle un bacio furtivo o un abbraccio. – Giorgio era molto rispettoso… anche troppo. – chiosò con un filo di sorridente amarezza. Negli anni successivi ogni tanto lo avevano visto apparire nei posti più svariati, anche lontani tra di loro e presto era caduto nel dimenticatoio. Per i pochi abitanti del paese che lo avessero in qualche modo ricordato era diventato semplicemente “il barbone”. Da allora in poi Gemma, pur dispiacendosi sinceramente per Giorgio non avrebbe più sentito, ne per lui né per nessun altro uomo del paese – anche per via dell’età che avanzava – la benché minima attrazione.
Uscendo dall’ufficio del priore, un po’ sconvolta per quei ricordi, riconobbe sulla scrivania il foglio doppio a quadretti, quel foglio con la misteriosa poesia che il priore stava presumibilmente ricopiando su un quaderno. Ed era lo stesso quaderno, di taglia grande senza né righe né quadretti, dove aveva annotato, uno per uno non solo gli oggetti trovati nelle tasche dei morti del paese ma anche le piccole e strane cose trovate camminando per sentieri e stradelli, come faceva ogni tanto. E sotto alle annotazioni aveva aggiunto poche parole, immaginando quale fosse stata l’ultima o la più importante speranza di chi li aveva posseduti. Il primo oggetto elencato era “Un bottone blu molto consumato; aveva molte cose da ricordare“. Poi “Una chiave molto vecchia; forse aspettava qualcuno che non è mai tornato”. “Trenta centesimi di euro più cinquanta delle vecchie lire; aveva paura del futuro”. E così via, per almeno una dozzina di oggetti elencati; per l’ultimo dell’elenco aveva scritto: “due fogli a quadretti; non appartenevano più a nessuno.” – L’ultimo oggetto elencato era per l’appunto quel foglio spiegazzato… però il commento di seguito non lo avevo capito… ma non aveva importanza… sono tante le cose che non ho capito in vita mia… – sospirò Gemma. – Me lo aveva fatto vedere il giorno avanti, sorridendo, come lo avrebbe fatto vedere alla sua mamma; con me un po’ si apriva. ma non più di tanto… don Luigi in fondo era ancora un ragazzo… – Il pretino stava copiando quella poesia sul medesimo quaderno degli oggetti e la cosa l’aveva colpita. – … lo avevo visto piangere per quei versi… –
Qualche giorno dopo ebbe da ravversare la camera di don Luigi, anche se lui era molto preciso, ma era uno dei suoi compiti. Passò accanto a quel singolare altarino del quale le era stato raccomandato di non toccare nulla e, con la coda dell’occhio vide il bottone blu, il primo dell’elenco che ancora non aveva visto. Ebbe un tuffo al cuore. Riconobbe quel bottone, un bottone antico in seta blu, rivestito a mano. Quarant’anni prima. Lo aveva riattaccato lei al cappotto di Giorgio. – Oh Signore… che effetto mi fece quel bottone … – esclamò Gemma agitandosi sulla sua poltrona. All’improvviso le era riaffiorata una giornata dimenticata. Un gesto minimo. Una mano sfiorata. Nulla di veramente romantico. E quel passato e quelle illusioni le apparvero davanti agli occhi della memoria; un sospiro tra le crepe del tempo. Tuttavia Gemma si era ripresa presto dall’emozione – d’altra parte il fatto risaliva a tanto tempo prima e adesso era serena – ed aveva continuato, pur con quell’immagine davanti agli occhi, a spolverare il comò, la specchiera e poi l’armadio. Infine prese a dare dei colpettini ai guanciali di don Luigi, parendole fossero storti. Con sorpresa, sotto ad uno dei guanciali affiorò un angolo di quel foglio a quadretti. Don Luigi lo teneva sotto al quel guanciale. Si guardò attorno e non resisté alla tentazione di dargli uno sguardo: – … solo un’occhiatina, pensai… ero rimasta con la curiosità di sapere cosa ci fosse scritto di tanto commovente. – Lo prese, lo aprì e cominciò a leggere, ma lesse convulsamente e non tutto perché sentì dei rumori in fondo al corridoio. Rimise svelta il foglio dove lo aveva trovato e uscì tutta rossa in viso, dalla camera. Non c’era nessuno, forse era stato il gatto, ma ormai non sarebbe tornata indietro. Le era rimasta in mente solo qualche frase smozzicata: – Una pietra grigia…. subito nell’aria fredda…. sentiero fatto di sassi… – Le dispiacque molto ma ovviamente non ne capiva il senso; uscì di casa e pian piano se ne fece una ragione.
Passarono dei mesi e venne l’inverno. – Un giorno Don Luigi si era avventurato nel bosco per una delle sue periodiche e di solito brevi “giratine”… – raccontò la zia. Era già buio e molto freddo e lui non era ancora tornato. A un certo punto era cominciata un’improvvisa bufera; fuori il vento fischiava e la pioggia batteva forte sui vetri. – Dissi a Pio, che conosceva il bosco come le sue tasche di coprirsi bene e di andare a cercarlo, perché ero molto preoccupata…. io mi misi a dire il rosario; avevo un brutto presentimento. – Tornò dopo più di un’ora con don Luigi portato quasi di peso. Pio disse che lo aveva trovato svenuto in un dirupo sotto a un sentiero, tutto bagnato e già febbricitante. – Lo misi subito a letto e chiamai il dottore di Mercatale che venne presto. – Ma fin da quella stessa notte il pretino peggiorò; la febbre si era alzata, lui delirava e Gemma stette al suo capezzale senza mai allontanarsi. Pio che dormiva nei pressi del fienile, in silenzio venne due o tre volte a vedere come stava il priore e poi si allontanava triste. Al mattino don Luigi non era affatto migliorato. Dopo averlo visitato il dottore disse si trattasse di polmonite e che la cosa fosse seria. – Venne anche il parroco di Mercatale a dargli l’olio santo… affermò che il Sacramento degli Infermi poteva anche farlo guarire e che non sarebbe stata la prima volta… mi si allargò il cuore.… – Al mattino ancora successivo don Luigi aprì gli occhi e disse di volere del latte caldo. – Io toccavo il cielo con un dito e ringraziai San Rocco che avevo pregato tanto. – Dopo aver bevuto un po’ di latte il priore, con un filo di voce aveva chiesto a Gemma e a Pio di venire il più vicino possibile. – … Non ci crederesti Bruna, ma con quel poco fiato ci volle leggere la poesia di Giorgio che teneva ancora sotto al guanciale… ci pensi?… e ce la lesse, e mentre la leggeva si commuoveva come aveva fatto quel giorno. – Era il riconoscimento di una sofferenza che sentiva anche sua. – pensai tra me; ormai stavo decifrando la vicenda per quella che era, ma mi guardai bene di condividere con la zia quello che avevo capito. Finito che ebbe di leggere la poesia con voce quasi tremante – anche la zia si stava commovendo nel raccontare di quel giorno – don Luigi aveva chiesto il breviario per leggere l’ufficio del giorno come faceva sempre, ma non ce la fece a leggerlo per intero. Era esausto, si addormentò di nuovo; ma non si sarebbe più svegliato. Nel pomeriggio passò dal sonno al sonno eterno con il sorriso sulle labbra.
Anche la zia era esausta. Quel racconto l’aveva coinvolta e si era stancata. Aveva chiuso gli occhi e dopo un po’ vidi che si era addormentata. Era già tardi, non ritenni di svegliarla così dissi alla signora che l’assisteva di salutarla per conto mio. Feci il viaggio di ritorno pensando a quella storia e a quella poesia che ancora non avevo avuto modo né di leggere né di ascoltare. Non ce la feci ad aspettare un altro mese e dopo due settimane tornai a Sasseta, questa volta con Cosimo e con il più piccolo dei nostri bambini, quello che gli assomigliava nell’aspetto. Noi due andavamo d’accordo e ci volevamo bene e, dopo quella lontana crisi sorta per la vicenda di Lorella – un fatto che aveva rischiato di dividerci per sempre – avevamo imparato a parlare molto tra noi, così gli avevo anche raccontato la storia di zia Gemma. La zia pareva quasi aspettarmi quel lunedì ma non si aspettava Cosimo e il bambino; ne fu molto felice. Tuttavia non aveva voglia di raccontare e volle invece che gli raccontassimo noi, di quello che facevamo e dei tre figlioli. Quando stavamo per andarcene – me n’ero quasi dimenticata di quella poesia – mi porse una busta. – Sono sicura che ti interessa leggerla… – disse guardandomi negli occhi. – E’ la poesia… ne ho fatto fare una fotocopia… dimmi che effetto ti fa… la prossima volta. – Sulla porta della struttura incrociammo un uomo alto, sulla trentina dall’aspetto po’ dimesso; aveva occhi grandi e tranquilli. – Quello doveva essere Pio; Gemma mi ha detto che viene fin qui a piedi quasi tutte le settimane… – feci a Cosimo una volta entrati in macchina. Superate le prime curve, all’altezza del Molin del Pallone estrassi la poesia dalla busta e la lessi ad alta voce. Il titolo era “Pietra”.
– Una pietra grigia e spigolosa in tasca.
Il vento scende dalla collina spoglia.
La sfrego contro il muro della casa vuota.
Fa una scintilla misera che muore
subito nell’aria fredda.
Come ogni parola che tengo chiusa in gola. –
– Rami nudi che sbattono sul tetto,
rumori secchi, come di ossa rotte.
Ho mani dure, mani piene di nodi.
Nessuno cammina sul mio sentiero,
sentiero fatto di sassi.
La stufa fuma, la stanza è fredda. –
Con mia sorpresa vidi che sotto ne seguiva un’altra, ma molto più corta, dal titolo: “Casa”
– Ho insegnato
a tanti bambini
come si scrive
"casa".
Non ne ho mai trovata una
dove entrare. –
Rimanemmo in silenzio per un po’, rotto solo dai versi del bambino che giocava tranquillo sul sedile posteriore. – Che ne pensi? – gli chiesi. – Ehm… penso che uno che non conosca la storia per intero, come l’hai raccontata a me non riesca a capire cosa vogliono dire questi versi. – rispose Cosimo. Cosimo era cambiato molto negli anni; leggeva molto. – Capisco cosa vuoi dire… – risposi. – Don Luigi… – dissi io – ha sublimato il suo essere diverso nell’esercizio della fede e della carità… l'altro si è perso… forse una delusione… – Dovemmo interrompere; il piccolo reclamava la sua esistenza, voleva chiacchierare. Cosimo accese poi la radio; era l’ora del notiziario.
– fine –